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Cambiamenti climatico e caldo estremo: l'agricoltura mondiale sotto pressione
Ondate di calore sempre più frequenti e intense minacciano raccolti, allevamenti e lavoratori agricoli. Oltre un miliardo di persone esposte, mentre i sistemi agroalimentari diventano sempre più vulnerabili
27 aprile 2026 | 16:00 | T N
Le ondate di caldo estremo stanno ridefinendo il futuro dell’agricoltura mondiale. Secondo un nuovo rapporto congiunto della Food and Agriculture Organization (FAO) e della World Meteorological Organization (WMO), questi eventi climatici rappresentano oggi una delle principali minacce per i sistemi agroalimentari, con effetti a catena su produzioni, ecosistemi e condizioni di lavoro.
Negli ultimi cinquant’anni, la frequenza, l’intensità e la durata delle ondate di calore sono aumentate in modo significativo. Il fenomeno si traduce già oggi in oltre mezzo trilione di ore di lavoro perse ogni anno e colpisce direttamente più di un miliardo di persone, in particolare nelle aree rurali.
Il caldo estremo si verifica quando le temperature, diurne e notturne, superano per lunghi periodi i livelli normali. Le conseguenze sono immediate: stress fisiologico per piante, animali e esseri umani, ma anche danni strutturali alle colture, agli allevamenti e agli ecosistemi forestali e marini.
Le colture agricole iniziano a registrare cali di resa già oltre i 30 gradi Celsius. Temperature elevate compromettono la fertilità del polline, indeboliscono le cellule vegetali e favoriscono la formazione di composti tossici. Alcune specie, come patate e orzo, risultano ancora più sensibili. Negli allevamenti, lo stress termico può manifestarsi sopra i 25 gradi, riducendo la produttività e, nei casi più gravi, causando la morte degli animali. Anche la pesca è a rischio: l’aumento della temperatura delle acque riduce l’ossigeno disponibile, mettendo sotto pressione le specie ittiche.
Il rapporto evidenzia inoltre come il caldo estremo agisca da “moltiplicatore di rischio”. Non si tratta di un fenomeno isolato, ma di un fattore che amplifica altri eventi climatici come siccità, incendi e diffusione di parassiti. Le cosiddette “flash droughts”, siccità improvvise, sono sempre più frequenti e possono compromettere intere stagioni agricole in poche settimane.
Un esempio emblematico arriva dal 2025, quando una prolungata ondata di calore nella regione montuosa del Fergana, in Kirghizistan, ha fatto registrare temperature fino a 10 gradi sopra la media. Il risultato è stato un crollo del 25% nella produzione cerealicola, aggravato da infestazioni di locuste e scarsità d’acqua per l’irrigazione.
Le conseguenze riguardano anche il lavoro umano. I lavoratori agricoli sono tra i più esposti: in alcune regioni del Sud Asia e dell’Africa subsahariana, il numero di giorni troppo caldi per lavorare potrebbe raggiungere quota 250 all’anno. Una prospettiva che mette a rischio non solo la sicurezza alimentare, ma anche la stabilità economica di intere comunità.
Secondo gli esperti, il riscaldamento globale sta riducendo il cosiddetto “margine di sicurezza termica”, cioè la capacità degli organismi viventi di tollerare variazioni di temperatura. Se l’aumento medio globale raggiungesse i 2 gradi Celsius, l’intensità degli eventi estremi raddoppierebbe; a 3 gradi, potrebbe addirittura quadruplicare.
Il messaggio del rapporto è chiaro: il caldo estremo non è più un rischio futuro, ma una realtà che già oggi condiziona profondamente l’agricoltura globale. Affrontarlo richiederà strategie di adattamento integrate, dalla gestione delle risorse idriche alla selezione di colture più resistenti, fino alla tutela dei lavoratori. Senza interventi concreti, avvertono FAO e WMO, la capacità del pianeta di produrre cibo potrebbe essere seriamente compromessa.
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