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Semi di olivo nelle Isole Svalbard: traguardo storico per la tutela della biodiversità olivicola

Semi di olivo nelle Isole Svalbard: traguardo storico per la tutela della biodiversità olivicola

Il deposito rappresenta un passo decisivo nella protezione del patrimonio genetico dell’olivo, specie millenaria che, pur essendo un simbolo del Mediterraneo, non è immune a minacce globali come cambiamento climatico, perdita di biodiversità, nuovi parassiti e fitopatie emergenti

27 febbraio 2026 | 15:00 | T N

Per la prima volta nella storia, i semi di olivo entrano nel caveau globale dei semi delle Svalbard, in Norvegia. Un passaggio simbolico e scientifico di grande rilievo per la salvaguardia della diversità genetica di una delle colture più emblematiche del bacino del Mediterraneo, oggi diffusa in tutti e cinque i continenti.

L’evento si è svolto presso lo Svalbard Global Seed Vault, la più grande struttura al mondo dedicata alla conservazione a lungo termine delle sementi agricole. All’iniziativa ha preso parte il Consiglio Oleicolo Internazionale (COI), insieme a istituzioni scientifiche e organismi internazionali.

A causa di condizioni meteorologiche avverse, parte della delegazione internazionale è rimasta bloccata a Tromsø, sulla terraferma norvegese. Tuttavia, i semi erano già stati trasferiti e collocati nelle camere di conservazione. Il direttore esecutivo del COI, Jaime Lillo, e il segretario del Trattato internazionale sulle risorse fitogenetiche per l’alimentazione e l’agricoltura (ITPGRFA), Kent Nnadozie, sono riusciti a raggiungere l’arcipelago artico, partecipando a una cerimonia simbolica di consegna.

Una risposta alle sfide globali

Il deposito rappresenta un passo decisivo nella protezione del patrimonio genetico dell’olivo, specie millenaria che, pur essendo un simbolo del Mediterraneo, non è immune a minacce globali come cambiamento climatico, perdita di biodiversità, nuovi parassiti e fitopatie emergenti.

Salvaguardare l’olivo significa preservare una coltura di straordinario valore ambientale — capace di contribuire all’assorbimento di carbonio — e garantire la produzione di un alimento cardine della dieta mediterranea, fondamentale in un contesto di crescente domanda alimentare sostenibile.

L’iniziativa è nata nell’ambito del progetto europeo GEN4OLIVE (Horizon 2020) ed è stata successivamente promossa dal COI, dalla Organizzazione delle Nazioni Unite per l'Alimentazione e l'Agricoltura (FAO) e dal Ministero spagnolo dell’Agricoltura, della Pesca e dell’Alimentazione. Hanno collaborato inoltre l’Università di Córdoba, l’Università di Granada e il Centro per le Risorse Fitogenetiche (CRF-INIA), parte del Consiglio Superiore delle Ricerche Scientifiche (CSIC).

Secondo Jaime Lillo, i semi depositati rappresentano “l’eredità di agricoltori che nel corso della storia hanno selezionato gli alberi più resistenti e produttivi, adattati ai diversi suoli e climi”. Una riserva genetica destinata a garantire che anche le future generazioni possano beneficiare dell’olio d’oliva.

Per Kent Nnadozie, l’operazione dimostra cosa sia possibile ottenere quando Paesi, istituti di ricerca e organizzazioni internazionali cooperano per proteggere le colture da cui dipende la sicurezza alimentare globale.

Un’operazione scientifica complessa

Il processo di deposito ha richiesto un rigoroso lavoro tecnico: raccolta dei frutti, estrazione e essiccazione degli endocarpi, test di germinabilità, conservazione in condizioni controllate secondo protocolli internazionali.

I semi provengono da alberi a impollinazione libera della collezione della Banca Mondiale del Germoplasma dell’Olivo di Córdoba (BGMO-UCO), che conserva oltre 700 varietà provenienti da Paesi membri del COI tra cui Albania, Algeria, Cipro, Croazia, Spagna, Francia, Grecia, Italia, Marocco, Portogallo, Siria, Tunisia e Turchia. Sono inclusi anche semi di olivastri raccolti in popolazioni naturali della Penisola Iberica e delle Isole Canarie.

Come ha spiegato Concepción Muñoz-Díez, docente di Agronomia all’Università di Córdoba, la diversità genetica è la condizione imprescindibile per sviluppare nuove varietà capaci di adattarsi alle sfide contemporanee. I parenti selvatici dell’olivo, in particolare, custodiscono geni di resistenza a malattie e stress abiotici come siccità e alte temperature.

I campioni sono stati suddivisi in tre lotti: uno destinato a rimanere disponibile presso la collezione BGMO-UCO e due inviati al Centro per le Risorse Fitogenetiche in Spagna per la conservazione a lungo termine. Presso il CRF sono stati effettuati test di germinazione e organizzata la spedizione verso le Svalbard.

I semi sono stati inseriti in buste ermetiche appositamente progettate, etichettate e corredate dalla documentazione necessaria. Un lotto resta conservato in Spagna a –18°C, nelle stesse condizioni della struttura artica. Nel caveau spagnolo sono custoditi circa 46.000 campioni, tutti identificati e tracciabili, con controlli periodici della vitalità.

Una rete internazionale per il futuro dell’olivicoltura

Il materiale è stato infine inviato alle Svalbard dal CSIC. La delegazione comprendeva, oltre a Lillo, Juan Antonio Polo (COI), Pablo Morello (Università di Córdoba) e Hristofor Miho, responsabile del progetto GEN4OLIVE.

Stefan Schmitz, direttore esecutivo del Crop Trust, ha definito il deposito “una pietra miliare per la conservazione globale delle colture”, sottolineando come la tutela della diversità dell’olivo rappresenti una rete di sicurezza essenziale per produttori e ricercatori.

Anche Lene Krøl Andersen, direttrice esecutiva di NordGen, ha evidenziato come l’olivo sia non solo una fonte di reddito e un alimento salutare, ma anche un simbolo culturale profondamente radicato, oggi minacciato dagli effetti del cambiamento climatico.

Il COI ha documentato tutte le fasi dell’operazione e sta realizzando un documentario che seguirà idealmente il viaggio dei semi, dalle alte temperature di Córdoba ai ghiacci dell’Artico norvegese. Un percorso che racconta, in modo emblematico, la sfida globale della sicurezza alimentare e della resilienza agricola.

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