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I fondi di investimento internazionali hanno conquistato l'olivicoltura spagnola

I fondi di investimento internazionali hanno conquistato l'olivicoltura spagnola

Secondo la società di consulenza Valoral Advisors, nel 2025 i fondi specializzati in agroalimentare nel mondo avrebbero superato per la prima volta quota mille, con oltre 150 miliardi di dollari in gestione, contro appena 41 nel 2015

27 febbraio 2026 | 13:00 | T N

Negli ultimi dieci anni l’olivicoltura spagnola ha cambiato pelle, come evidenziato da un recente report di Greepeace Spagna. Campi storicamente frammentati, spesso a conduzione familiare, sono diventati terreno di conquista per fondi d’investimento, grandi gruppi industriali e patrimoni privati in cerca di rendimenti stabili. Il fenomeno non è isolato: a livello globale l’agribusiness è considerato una nuova asset class capace di coniugare beni reali e domanda alimentare crescente. Secondo la società di consulenza Valoral Advisors, nel 2025 i fondi specializzati in agroalimentare nel mondo avrebbero superato per la prima volta quota mille, con oltre 150 miliardi di dollari in gestione, contro appena 41 nel 2015.

Anche nella penisola iberica l’accelerazione è evidente. Dati della società immobiliare CBRE indicano investimenti per 800 milioni di euro nel 2021, 1,2 miliardi nel 2022 e 2,2 miliardi nel 2023. Il 2024 ha segnato una pausa apparente, con 800 milioni, ma con molte operazioni rinviate. Nei primi mesi del 2025 si contavano già altri 400 milioni chiusi e 3 miliardi in trattativa.

Le modalità operative variano: dal buy and leaseback – acquisto dei terreni con affitto al precedente proprietario – alla gestione diretta tramite terzisti, fino all’acquisizione di intere aziende olearie. Tra le colture più appetibili spiccano olivo e mandorlo, in particolare nelle versioni superintensive.

La Spagna resta il primo produttore ed esportatore mondiale di olio d’oliva. Nel 2024 contava 2,83 milioni di ettari coltivati a oliveto, pari a circa il 17% della superficie agricola nazionale. L’Andalusia concentra oltre il 60% degli ettari, seguita da Castiglia-La Mancia ed Estremadura. Quasi metà degli oliveti ha più di 50 anni: impianti tradizionali, con sesti ampi e scarsa meccanizzazione, spesso in asciutto. Eppure l’olivo è diventato anche la coltura con più superficie irrigata del Paese: oltre 910 mila ettari, il 32% del totale.

La vera discontinuità è l’oliveto superintensivo: alberi disposti a siepe, densità fino a 2.000 piante per ettaro, raccolta meccanica integrale e rese per ettaro fino a tre volte superiori rispetto al modello tradizionale. Nel 2024 rappresentava solo il 6,23% della superficie complessiva – circa 166 mila ettari – ma oltre il 78% di questi impianti era in irrigazione. Una minoranza in termini di ettari, ma con un peso crescente nella formazione dei prezzi.

Il vantaggio competitivo non si limita alla produttività. I grandi operatori dispongono di capitali per sostenere gli investimenti iniziali – impianto, sistemi di irrigazione, trasformazione – e per attendere l’entrata in produzione. Inoltre, beneficiano delle sovvenzioni della Politica Agricola Comune e di altri incentivi pubblici destinati all’innovazione.

La tensione emerge soprattutto nelle fasi di mercato estreme. Nella campagna 2023/2024, segnata dalla siccità, le esportazioni si sono fermate a 762 mila tonnellate, con prezzi medi oltre 8.000 euro a tonnellata. Gli impianti superintensivi irrigui, meno colpiti dalla scarsità d’acqua, hanno mantenuto rese soddisfacenti e beneficiato dei prezzi elevati. Con il ritorno delle piogge, tra ottobre 2024 e settembre 2025, le esportazioni sono risalite oltre il milione di tonnellate, ma il prezzo medio è sceso sotto i 5.000 euro. I costi ridotti del superintensivo hanno continuato a garantire margini, mentre molti produttori tradizionali hanno venduto ai limiti della sostenibilità economica.

Intanto la superficie olivetata continua a crescere: tra il 2015 e il 2024 sono stati aggiunti oltre 225 mila ettari, con una forte espansione verso l’ovest andaluso, spesso convertendo cereali e altre colture. Il risultato è una trasformazione strutturale: da coltura identitaria e diffusa a settore sempre più integrato e finanziarizzato, dove la logica del portafoglio convive – e talvolta confligge – con quella della tradizione agricola.

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