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Olio d'oliva, attenti ai dazi: strategico il mercato americano
Di fronte ai dazi di Trump la sfida per l'olio di oliva europeo è puntare sulla salute. Si potrà mantere il livello di 362 mila tonnellate di export? A pesare il dazio universale del 10% già introdotto che rischia di colpire direttamente le produzioni DOP e IGP italiane
17 aprile 2025 | 15:00 | T N
L'Italia oltre ad avere una lunga tradizione agricola è anche un hub strategico per la lavorazione e il confezionamento di materie prime estere — un ruolo analogo a quello che ricopre anche in altri settori simbolo del Made in Italy, come la pasta, il caffè o il cacao — grazie a un’industria altamente specializzata e il know-how del personale italiano.
Uno degli snodi cruciali per l’export nei prossimi mesi riguarda però il mercato americano dell'olio di oliva secondo Certified Origins. Dopo aver annunciato un ulteriore dazio del 20%, che sarebbe dovuto entrare in vigore dal 9 aprile 2025 su tutti i prodotti agroalimentari importati dall’Unione Europea, incluso l’olio d’oliva, gli Stati Uniti ne hanno poi annunciato la sospensione per novanta giorni. A pesare sulle esportazioni rimane il dazio universale del 10% già introdotto. Questa situazione di incertezza rischia di colpire direttamente le produzioni DOP e IGP italiane, da sempre simbolo di qualità e territorialità.
Nella stagione 2023/2024 gli Stati Uniti hanno importato oltre 362.000 tonnellate di olio d’oliva (+1% rispetto all’anno precedente). Il 66% di queste importazioni è coperto da Spagna (128.424 tonnellate, +9,8%) e Italia (113.135 tonnellate, +3%), seguite da Tunisia (56.366 tonnellate, +50%) e Turchia. L’Unione Europea resta quindi il principale fornitore, con una media annua di 252.000 tonnellate e un valore complessivo di 1,228 miliardi di euro, che nel 2024 ha raggiunto 2,077 miliardi di euro (+64,6%) nonostante una flessione nei volumi.
Per quanto riguarda il comparto agroalimentare nella sua totalità, secondo gli ultimi dati dell’Unione Europea nel 2024 gli Stati Uniti hanno ricevuto il 13% delle esportazioni europee attestandosi così come seconda destinazione principale e quella ad aver registrato l’incremento maggiore rispetto all’anno prima (+12%): le olive e l’olio d’oliva hanno contribuito sostanzialmente a questi risultati contando per ben il 9% delle esportazioni. In generale, l’anno scorso il valore delle esportazioni di olive e olio di oliva europee ha raggiunto la cifra record di 7,2 miliardi di euro (+41%): in volumi questo si è tradotto in una crescita dell’8%. A contribuire ai risultati positivi anche l’aumento dei prezzi (+34%).
Nel frattempo, chi vive il mercato americano, come la North American Olive Oil Association, punta tutto sulla salubrità dell'olio di oliva per incoraggiare i consumatori americani a continuare a consumare olio di oliva, nonostante un fisiologico rincaro dei prezzi.
Un recente post punta proprio l'attenzione sul binomio olio e salute: "se stai prestando attenzione a ciò che mangi e stai cercando di evitare cibi ultra-elaborati, potresti anche pensare agli oli che usi nella tua cucina. Molti oli da cucina comuni passano attraverso una lavorazione estensiva, ma l'olio extra vergine di oliva (EVOO) si distingue come uno degli oli più minimamente trasformati disponibili."
E ancora: "quindi, decidere di utilizzare oli d'oliva per cucinare, cuocere e condimenti - e cercare oli d'oliva sulle etichette degli ingredienti di altri alimenti preparati che si acquista - può essere il primo passo per ridurre il consumo di alimenti ultra-elaborati. Mentre alcune ricerche indicano che tali alimenti possono portare a un’infiammazione cronica, ci sono prove scientifiche sostanziali a sostegno delle proprietà antinfiammatorie dell’olio d’oliva, in particolare dell’olio extra vergine di oliva (EVOO)."
Le preoccupazioni per un calo dei consumi sono evidenti ma lo scenario è ancora molto fluttuante.
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