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SORPRESA! I DEPUTATI EUROPEI HANNO DETTO SI AL "MADE IN". VINCE CHI RIESCE A FARE SQUADRA

Il Parlamento europeo ha approvato una dichiarazione scritta con la quale chiede agli Stati membri di rendere obbligatoria l'indicazione del paese di origine di alcuni prodotti importati da paesi terzi nell'Unione europea. Un vero successo, ma il discorso vale solo per i prodotti industriali, ad eccezione delle derrate alimentari

03 novembre 2007 | Mena Aloia

Effetto “made in”. La rilevanza economica del marchio di origine è cosa nota anche al più distratto degli industriali. Non importa in quale paese del mondo operi, non importa cosa produca, tutti, ma proprio tutti, hanno piena consapevolezza degli effetti che provoca sul consumatore.

Ed ecco, che a seconda delle specifiche esigenze, si sono da tempo creati i partiti dei pro e quelli dei contro.
Vince chi è più forte, chi riesce a fare squadra.
Questa la parola d’ordine: “squadra”.

Solo se l’industria riesce a trovare gli accordi giusti con il mondo dei sindacati, dei consumatori e delle istituzioni si riuscirà ad approdare a dei risultati concreti.
Laddove, invece, la politica è lasciata sola e libera di perdersi in inutili grovigli si continuerà ad assistere ad abberranti tentativi di legiferazione.

Un esempio di paziente e fruttuosa unione è emerso questa settimana, dai settori del tessile, dell’abbigliamento, delle calzature, della gioielleria, della ceramica, del vetro, dei mobili, degli articoli in cuoio e delle pellicce di tutta Europa. Insieme sono riusciti a far approvare, dal Parlamento europeo, una dichiarazione scritta con la quale si chiede agli Stati membri di adottare senza indugio la proposta di regolamento volta a introdurre l'indicazione obbligatoria del paese di origine di alcuni prodotti importati da paesi terzi nell’UE.

È noto come questi settori risentano negativamente delle importazioni di prodotti similari dai paesi extra Ue e come la mancanza di norme comunitarie ha fatto sì che per molti prodotti importati da paesi terzi non risulta riportata alcuna informazione relativamente al paese d’origine, oppure risulta essere ingannevole.

Sono settori importanti, dai grandi fatturati, potenti e bene hanno fatto ad aprire, uniti, un tavolo di trattative a Bruxelles.
Il primo incontro fra gli attori interessati risale alla prima metà del 2004, nel luglio dello stesso anno sono stati discussi i risultati della consultazione.

Per tali settori è risultato vantaggioso introdurre a propria difesa un sistema di marchio di origine obbligatorio per i prodotti importati da paesi terzi all’Unione. Sistema, peraltro, già adottato da altri partner commerciali dell’Ue (Canada, Cina, Giappone e Stati Uniti).

A seguito della consultazione, la Commissione ha redatto una proposta di Regolamento, che ha in seguito presentato nel dicembre 2005 al Consiglio dell'Unione Europea (Proposta di REGOLAMENTO DEL CONSIGLIO relativo all’indicazione del paese di origine di taluni prodotti importati da paesi terzi, 16.12.2005)
Per un paio danni la proposta viene dimenticata volontariamente negli uffici di Bruxelles, il 5 settembre 2007, quando finalmente si poteva ragionevolmente ritenere di raggiungere il 50% +1 delle firme degli Europarlamentari, cinque esponenti dei maggiori gruppi politici europei (Italia assente nella lista) presentano una Dichiarazione scritta a sostegno del Regolamento sul made in.
Questo quorum è stato raggiunto, con largo anticipo rispetto ai tre mesi concessi, nella mattina del 24 ottobre scorso.
413 consensi, su 795, è il dato ufficiale al termine della sessione di ottobre del Parlamento Europeo, il 25 ottobre. Ora il regolamento deve andare al voto del Consiglio europeo.

Fino a qualche mese fa questo risultato sarebbe apparso alquanto improbabile, ma grazie ad una campagna d’informazione svolta da associazioni di settore europee, ed italiane, si è riusciti a far capire come questo regolamento serva al consumatore per poter affrontare in modo consapavole le proprie scelte d’acquisto e serva anche per difendere la competitività dell’industria comunitaria, non italiana, ma sottolineo comunitaria.

A volte è assolutamente necessario rinunciare al proprio individualismo per raggiungere i propri obiettivi.
Ricordiamo, però, che questo regolamento riguarda solo un numero ben preciso di settori, e come si legge testualmente, all’art. 1: “ Il presente regolamento si applica ai prodotti industriali, ad esclusione dei prodotti della pesca e dell’acquacoltura….e dei prodotti alimentari o derrate alimentari..”

Scelta, a mio avviso, corretta se si considera che per l’agroindustria andrebbero adotottate delle strategie di difesa più specifiche, ciò che ritengo scorretto è abbandonare le sorti dell’agricoltura e delle piccole imprese agroindustriali al proprio destino.
Qui la coesione sembra una utopia, ed allora si lascia campo libero alla politica distratta.

Ricordiamo, che nello specifico della strana realtà dell’agricoltura italiana, nel 2004, mentre le industrie di cui sopra discutevano in modo costruttivo sulle possibili armi di difesa dei propri prodotti, l’Italia emana la legge 204 che in modo alquanto frettoloso e scorretto cercò d’imporre l’obbligatorietà dell’origine per i prodotti alimentari italiani.
In questo caso la Commissione europea non potè far altro che chiedere all’Italia l’abrogazione formale di questo mal riuscito tentativo di difesa del made in.

Nel 2007, sempre mentre le industrie di cui sopra hanno investito in informazione e pressing diplomatico presso le giuste sedi dell’Unione, parte degli agricoltori italiani erano in piazza a Roma e si sono accontentati di essere nuovamente presi in giro dalla politica che con un decreto pubblicato in Gazzetta Ufficiale lo scorso 18 ottobre, adottando lo stesso scorretto iter punito nel 2004, promette ancora una volta di difenderli dal resto del mondo, Unione compresa.

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