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Ma dai, anche in Italia si produce olio di oliva?

Siamo proprio sicuri che il Made in Italy faccia ancora tendenza? Da un'esperienza al Foodex di Tokyo, la sensazione che l'Italia stia perdendo un'occasione per valorizzare il proprio olio di oliva di eccellenza

17 marzo 2016 | Duccio Morozzo della Rocca

"Arbequina e Picual spagnole da questo lato, IGP Toscano e Nera di Oliena dalla Sardegna da quest'altro. Quali preferisce provare"? la maggioranza dei visitatori professionali passati al mio stand al Foodex di Tokyo -più grande fiera agroalimentare asiatica- non ha dubbi: vorrebbe assaggiare l'olio spagnolo.

Che il made in Italy abbia perso il suo appeal? Sicuramente qui ha perso il posizionamento nel segmento premium, considerando che l'extra vergine più caro che si trova in Giappone è una Arbequina spagnola. Il messaggio al consumatore è semplice e chiaro: l'olio di maggior pregio viene dalla Spagna.

Le quote di mercato lo confermano: 10 anni fa l'olio italiano occupava oltre il 90% del mercato nipponico, oggi appena il 45%.

Dall'Italia invece arrivano solo cattive notizie di frodi e furberie, molto ben pubblicizzate dalla concorrenza.

E non ci sarebbe nulla di male, se qualcuno a livello governativo o di associazione produttori spiegasse al mondo che in Italia si combatte chi fa le frodi per difendere i consumatori e l'onore e il business di molti bravi e onesti produttori.

E magari, anche solo timidamente, spiegasse e dimostrasse poi anche che l'Italia è ancora ai vertici dell'alta qualità. L'eco delle glorie passate è ormai spento e quello che rimane dell'olio made in Italy nel mondo è silenzio ingiustificato. Senza alcuna difesa, questo silenzio risuona quasi come una ammissione di colpa.

D'accordo, zoppichiamo un pò ma continuiamo ad essere il paese che ha segnato il cammino seguito oggi da tanti altri bravi produttori nel mondo.

Passa a trovarmi il presidente degli assaggiatori di olio giapponesi. Scherzando commento i suoi molti recenti viaggi in Spagna. Lui sorride e risponde che riceve molti inviti dal governo, dalle associazioni e produttori spagnoli. La Spagna, mi dice, lo cerca con insistenza.

Come fa, e non è la sola nazione, con molti altri personaggi chiave in giro per il mondo: li invita, li coinvolge nella discussione sulla qualità degli oli, li fa innamorare delle bellezze con viaggi nei territori più affascinanti, li conquista con il cibo.

Li fa innamorare del loro paese, della loro gente, della loro cucina, del loro olio.

Non so perché ma la cosa mi suona familiare, ho il vago ricordo che questa era una prerogativa italiana.

Ed è così grazie a questi personaggi più o meno autorevoli -ma questo poco importa- che l'olio spagnolo di qualità viene divulgato consapevolmente o inconsapevolmente nel mondo: gli ospiti che hanno visitato la Spagna raccontano le meraviglie e le scoperte attraverso facebook e blog, promuovono gli oli scoperti negli incontri con appassionati, con gli assaggiatori e gli operatori del settore agroalimentare. Lavorano praticamente gratis con un passaparola capillare contribuendo a costruire l'appeal dell'olio spagnolo, arrivando dove la pubblicità non può arrivare, direttamente nel cuore delle persone. Questa si chiama "fidelizzazione".

E in una reazione a catena a volte esponenziale le porte dei mercati si spalancano.

L'investimento della Spagna è principalmente pubblico ed è chiaramente mirato all'espansione delle vendite nel mondo. Il ritorno per i produttori spagnoli di tutte le categorie di olio di oliva è impressionante.

Dopo il primo piano olivicolo spagnolo di 30 anni fa, segue il piano promozionale e commerciale.

Piuttosto semplice e lineare direi, quasi elementare.

L'Italia ha oggi oltre 10 piani olivicoli di ritardo con la Spagna e mi chiedo se andando avanti così un giorno parlando con un consumatore in qualche parte del mondo mi domanderà: ma dai, anche in Italia si produce olio?

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