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Il Made in Italy è da proteggere, difendere e promozionare. Sì, ma quale Made in Italy?
Particolarmente intensa, nelle ultime settimane, la discussione sulle ricadute che potrà avere il TTIP per l'agroalimentare italiano e sulle possibili implicazioni del marchio unico nazionale in vista di Expo2015. Visioni e strategie non sempre concordi
28 novembre 2014 | T N
Il TTIP, ovvero il trattato di libero scambio tra Ue e Usa, è oggetto di un serrato dibattito ma troppo spesso tra addetti ai lavori o nelle stanze del potere.
Poco si sa anche se Paolo De Castro, recentemente nominato relatore dell'eventuale trattato in sede di Parlamento europeo, è quantomai attivo nelle ultime settimane per cercare di fare chiarezza su un tema assai delicato, oggetto di dibattito ma su cui Matteo Renzi ha impresso una brusca accelerazione, affermando, sostanzialmente, che il governo non si opporrà al trattato, ovvero l'Italia non utilizzerà il suo diritto di veto, perchè un simile atteggiamento sarebbe anacronistico.
La strategia del premier, che è un sostanziale via libera al TTIP, ha però provocato qualche malumore, spento sul nascere il viceministro allo sviluppo economico Carlo Calenda che in Commissione agricoltura della Camera è stato più prudente di Renzi: “il punto di riferimento deve essere il mandato negoziale, documento vincolante che attribuisce le linee guida sia in termini offensivi che difensivi. Il TTIP può avere dei pericoli ma occorre capire quali di questi sono reali e quali invece non lo sono. Sul settore agricolo bisogna fare molta attenzione per via del fatto che i dazi in alcuni casi sono molti alti. Il mandato dovrà poi essere ratificato dai parlamenti nazionali”.
Al centro di un dibattito a Verona, nelle stesse ore degli incontri in Parlamento, le opportunità e le minacce per l’Europa e per l’Italia, le cui esportazioni verso gli Stati Uniti raggiungono 3,5 miliardi di euro, con un saldo attivo della bilancia agroalimentare superiore ai 2 miliardi di euro.
Al momento molti europarlamentari, come ha anticipato De Castro, sono molto scettici e il TTIP parte in salita. “Il negoziato sarà molto difficile. Su 751 parlamentari europei sappiamo che almeno 200 sono contrari all'apertura delle barriere nel commercio con gli Stati Uniti - ha anticipato Paolo De Castro - Il pregiudizio culturale nei confronti degli Stati Uniti, tacciato di avere una strategia di attacco alla conquista di nuovi mercati, fa spesso dimenticare il ruolo di primo piano dell'Europa e il fatto che ci giochiamo opportunità in un contesto competitivo che conta 350 milioni di abitanti, con un reddito doppio rispetto a quello europeo”.
Il commercio Usa-Europa rappresenta il 50% del commercio mondiale.
Nel corso del dibattito veronese gli imprenditori agricoli intervenuti hanno evidenziato che le maggiori difficoltà di penetrazione del mercato Usa non sono legate alla protezione delle certificazioni di origine ma ad aspetti specifici. Per quanto riguarda il settore caseario “uno dei problemi reputato centrale – ha dichiarato Flavio Innocenzi, direttore Consorzio Tutela Asiago - è quello delle barriere sanitarie: oggi è difficile esportare a causa dei bassi limiti nei valori di Escherichia coli imposti dagli Usa”.
Sulla possibilità di ingresso di Gorgonzola americano o di “Parmesan”, De Castro si è detto scettico: “Agli Stati Uniti interessa esportare materie prime, non prodotti finiti”. “Infatti - ha dichiarato Antonio Boschetti, direttore de L’Informatore Agrario- le regole in vigore oggi in Europa non consentono la commercializzazione di queste imitazioni a meno di una deroga concessa in fase di trattativa con gli Usa”.
Preoccupazione è stata espressa da Giuseppe Borin, direttore Azove, per una eventuale liberalizzazione del settore delle carni bovine, una delle commodities che gli Usa già esportano in giro per il mondo. Per i prosciutti invece “va risolto il prima possibile il problema Listeria” che impedisce al momento l’export di tutti i nostri salumi negli Usa.
De Castro ha rassicurato gli imprenditori sulle opportunità per Dop e Igp.
In questo senso Gianni Zonin, della Casa Vinicola Zonin, ha richiesto la strenua difesa delle denominazioni: “L'Italia, con le norme restrittive che ci siamo posti, gioca da perdente se non fa imporre anche agli altri Paesi le sue regole a tutela dei vini e dei prodotti di qualità”. I settori olio e ortofrutta - tra tutti il kiwi - oggi sono penalizzati nel commercio verso gli Stati Uniti da barriere sanitarie che, a causa dei limiti stringenti posti dalla Food and Drug Administration, non autorizzano l'ingresso di merci su cui vengono trovati residui di fitofarmaci.
Un problema di dogane ma anche di promozione.
“Il Governo con il decreto-legge n. 133 convertito nella legge n. 164, ha inteso dare impulso a una serie di iniziative a sostegno del made in Italy. Nello specifico l’articolo 30 del decreto prevede l’elaborazione di un piano per la promozione straordinaria del made in Italy e l’attrazione degli investimenti in Italia, attraverso cui attivare un insieme di misure per ampliare il numero delle imprese, in particolare piccole e medie, che operano sul mercato globale ed espandere le quote italiane del commercio internazionale. In questo contesto è prevista la realizzazione di un segno distintivo unico per le produzioni agricole e agroalimentari rappresentative della qualità del patrimonio enogastronomico italiano da utilizzare nelle iniziative di promozione all’estero durante l’Esposizione universale 2015, così da offrire alla comunità internazionale una identità visiva che contraddistingua l’agroalimentare italiano. Si tratta, tra l’altro, di un progetto funzionale alla realizzazione della campagna di contrasto all’italian sounding che il Ministero dello sviluppo economico insieme al Ministero delle politiche agricole realizzeranno il prossimo anno a partire dal Nord America - ha dichiarato Maurizio Martina, Ministro delle politiche agricole alla Camera - Tengo a precisare che il segno distintivo dell’agroalimentare italiano serve a rendere più incisiva e performante la comunicazione del made in Italy all’estero per razionalizzare le attività promozionali pubbliche e per rendere più visibile il prodotto. Pertanto non si tratta di un marchio collettivo unico secondo le disposizioni in materia di proprietà intellettuale vigenti bensì di un marchio con finalità promozionale come indicato proprio dall’articolo 30 del decreto. Esso, infatti, verrà utilizzato esclusivamente per promuovere il made in Italy all’estero e non sarà apposto sui prodotti italiani esportati.”
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