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Produzione di olio d'oliva minacciata dal caldo, la Liguria sperimenta soluzioni

Produzione di olio d'oliva minacciata dal caldo, la Liguria sperimenta soluzioni

La campagna olivicola 2026 in Liguria è condizionata dagli eventi climatici estremi e dall’andamento anomalo della mosca dell’olivo. Il direttore del CeRSAA Giovanni Minuto: «Dall’irrigazione in deficit al caolino, messe a punto nuove strategie per aiutare le piante a superare lo stress»

16 agosto 2026 | 12:00 | C. S.

Il caldo estremo e la carenza idrica stanno mettendo alla prova anche l’olivicoltura ligure, ma le piante stanno mostrando una buona capacità di adattamento grazie alle strategie agronomiche messe in campo dagli olivicoltori e alla sperimentazione condotta dal CeRSAA, il Centro di Sperimentazione e Assistenza Agricola. «Malgrado una certa cascola primaverile-estiva, il prodotto sulle piante è abbondante e di buona qualità – spiega il direttore del CeRSAA Giovanni Minuto –. Le strategie da mettere in campo devono essere adottate con attenzione e continuamente evolute per rispondere alle sfide climatiche del futuro».

La campagna 2026 arriva dopo annate produttive molto variabili in Liguria. Nel 2024/2025 sono stati prodotti 736.505,32 chili di olive, circa l’80% dei quali nell’area dell’Imperiese, seguita da La Spezia, Savona e Genova. Nella stagione 2023/2024 la produzione era stata di 337.656,21 chili, mentre nel 2022/2023 si era attestata a 340.156,48 chili. Nel 2021/2022 erano stati raccolti 241.164,43 chili, contro i 775.795,11 chili dell’annata 2020/2021. Per il 2026 si attende ora il dato definitivo della raccolta.

La Liguria può contare su 28 cultivar di olive inserite nella Dop, con la Taggiasca come varietà più rappresentativa. Nel Savonese, tuttavia, assume particolare interesse anche la Colombaia, espressione di un patrimonio varietale che contribuisce alla diversità dell’olivicoltura regionale.

La campagna olivicola 2026, secondo Minuto, «è fortemente condizionata da un andamento meteorologico peculiare che sta mettendo a dura prova i meccanismi di resilienza dell’olivo, ma che sta cambiando anche i convenzionali ritmi biologici di molti patogeni e parassiti, tra cui la mosca dell’olivo, Bactrocera oleae».

A partire da giugno e luglio, il rapido innalzamento delle temperature ha determinato una severa carenza idrica nei suoli. Lo stress idrico, sommato a quello termico, ha provocato sofferenza nelle piante, interessando in particolare drupe e foglie. Il risultato è stato anche un aumento della cascola, cioè la caduta precoce dei frutti, soprattutto negli oliveti collinari e di versante privi di impianti irrigui.

Il quadro meteorologico anomalo non riguarda però soltanto l’estate. «Ci troviamo di fronte a un cambiamento climatico che porta a un cambiamento delle temperature fresche in primavera, con abbassamenti termici che possono causare aborto fiorale – sottolinea Minuto –. In annate normali questo non comporta problemi particolari, ma in annate come lo scorso anno, se ci sono ondate di calore e carenza di acqua, ecco che la pianta può andare in crisi».

L’esperienza della precedente stagione ha spinto il CeRSAA e i suoi partner a mettere a punto nuove tecniche di gestione dello stress idrico e termico, sperimentate anche nell’oliveto di Luccinasco. L’obiettivo non è eliminare completamente lo stress, ma gestirlo affinché rimanga entro livelli compatibili con la produttività e con la capacità fisiologica della pianta.

Tra le strategie c’è l’irrigazione in deficit, una tecnica che consente di ridurre gli apporti idrici rispetto a un’irrigazione pienamente restitutiva, mantenendo tuttavia la disponibilità d’acqua entro livelli tali da evitare danni irreversibili. In condizioni di risorsa idrica limitata, la tecnica permette quindi di utilizzare l’acqua in maniera più efficiente, concentrando gli interventi nelle fasi fenologiche maggiormente sensibili.

Il CeRSAA sta inoltre sperimentando un sistema di irrigazione passiva basato sull'impiego di cartucce di carbone vegetale collocate attorno alle piante. Il principio è quello di sfruttare la capacità del materiale di trattenere acqua durante il periodo invernale e di renderla progressivamente disponibile durante la stagione più siccitosa. Una soluzione che potrebbe assumere interesse soprattutto negli oliveti dove la realizzazione di impianti irrigui convenzionali è difficile o particolarmente onerosa.

Un altro strumento riguarda invece la gestione del microclima della chioma. «Abbiamo dato indicazioni agli olivicoltori di mettere in atto tutte quelle pratiche destinate ad abbassare la temperatura sulle foglie e sui frutti, come l’uso della polvere di caolino», spiega Minuto.

Il caolino, applicato sulla chioma, forma una pellicola minerale bianca in grado di modificare l’interazione tra la superficie vegetale e la radiazione solare, contribuendo a ridurre il surriscaldamento di foglie e frutti. In una stagione caratterizzata da temperature elevate e forte irraggiamento, questa tecnica può quindi essere inserita in una più ampia strategia di protezione dallo stress termico.

«Grazie a tutte queste soluzioni – osserva Minuto – le piante stanno tenendo bene il frutto». È un dato particolarmente significativo in una stagione nella quale la disponibilità idrica e le temperature rischiano di diventare fattori limitanti per la produttività dell’olivo.

La gestione dello stress climatico deve però essere integrata con quella fitosanitaria, perché il cambiamento delle condizioni meteorologiche sta modificando anche la dinamica della mosca dell’olivo.

Nel mese di luglio, l’accumulo di caldo e umidità ha infatti favorito un’improvvisa accelerazione delle ovideposizioni negli areali costieri. La dinamica del parassita è stata tuttavia influenzata dalle temperature registrate nei mesi precedenti.

«In primavera si sono registrate temperature insolitamente fresche, al di sotto dei 20-25 °C ottimali per l’insetto – spiega Minuto –. Questo freddo prolungato ha indotto un forte rallentamento del metabolismo del parassita, che poi è letteralmente “esploso” a metà luglio 2026».

Il comportamento della mosca dell’olivo conferma dunque come, con il cambiamento climatico, non sia sufficiente fare riferimento ai tradizionali calendari di intervento. Temperature, umidità e andamento stagionale possono modificare rapidamente lo sviluppo delle popolazioni, rendendo sempre più importante il monitoraggio puntuale.

In questo senso, il sistema di controllo attivato in Liguria ha consentito agli olivicoltori di anticipare la nuova fase di sviluppo del parassita. «Le attività di monitoraggio sia di Regione Liguria sia dei tecnici e delle organizzazioni presenti sul territorio hanno permesso agli olivicoltori di non farsi cogliere di sorpresa – conclude Minuto – mettendo in atto le soluzioni tecniche migliori e di minore impatto ambientale e igienico-sanitario».

Per l’olivicoltura ligure la sfida, dunque, non consiste soltanto nel difendersi dal caldo, ma nel ripensare complessivamente la gestione dell’oliveto. Irrigazione razionale, tecniche di conservazione dell’acqua nel suolo, protezione dal surriscaldamento della chioma e monitoraggio della mosca dovranno sempre più essere utilizzati come strumenti complementari.

La campagna 2026 rappresenta in questo senso un nuovo banco di prova. Il dato incoraggiante, almeno per ora, è che nonostante cascola, siccità e temperature elevate, «le piante stanno tenendo» e il prodotto presente in campo viene giudicato abbondante e di buona qualità.

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