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L’industria alimentare fatica verso la decarbonizzazione. Dove sono le maggiori dispersioni?

L’industria alimentare fatica verso la decarbonizzazione. Dove sono le maggiori dispersioni?

Con un fatturato di 1.500 miliardi di euro e un valore aggiunto di 300 miliardi, l'industria alimentare e delle bevande risulta essere il più grande settore manifatturiero dell'UE e in metà dei 27 Stati membri. A che punto è?

13 giugno 2026 | 11:00 | C. S.

Lungo il piano inclinato degli equilibri geopolitici internazionali, i prezzi per l’approvvigionamento energetico sono in caduta libera. Le tensioni in Medio Oriente e la crescente competizione per le risorse, si combinano oggi con una pressione normativa sempre più stringente sul fronte climatico. L’Unione Europea, attraverso provvedimenti come il Fit for 55 e la Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD), sta imponendo standard più elevati di trasparenza e riduzione delle emissioni. In questo contesto di grande instabilità, le imprese si trovano a dover accelerare in direzione della transizione energetica, sostenendo al contempo costi crescenti e incertezza sugli approvvigionamenti. Sebbene non tutte procedano allo stesso ritmo, stando agli ultimi dati, il 23% delle aziende sta aumentando le proprie ambizioni climatiche, mentre il 18% le sta ridimensionando a causa di costi più elevati, minore disponibilità di capitali e incertezza politica[1]. 

A dover fare i conti con la volatilità dei prezzi dell’energia sono di fatto tutti i settori industriali, ma quello del food & beverage, particolarmente energivoro, gode di un certo svantaggio a riguardo. Con un fatturato di 1.500 miliardi di euro e un valore aggiunto di 300 miliardi, l'industria alimentare e delle bevande risulta essere il più grande settore manifatturiero dell'UE e in metà dei 27 Stati membri: il principale datore di lavoro con 4,8 milioni di persone impiegate[2]. Non trascurabile, inoltre, il suo impatto sull’ambiente, in particolare attraverso l’uso di imballaggi in plastica, la perdita di biodiversità dovuta alla deforestazione, l’inquinamento delle acque e lo spreco alimentare. Nonostante si attesti un miglioramento progressivo degli score ESG medi delle aziende del comparto, trainato soprattutto da un maggior allineamento agli standard europei, il settore continua a collocarsi nella fascia medio-bassa delle classifiche ESG[3], anche a causa della difficoltà di intervenire su emissioni indirette e processi produttivi ad alta intensità energetica.

“Il fabbisogno energetico per il food & beverage è particolarmente elevato. Le attività core, quali trasformazione, refrigerazione, conservazione e logistica a temperatura controllata, richiedono ingenti quantità di energia e continuità operativa. La trasformazione alimentare è identificata come la principale fonte di emissioni, con una media del 30,5% del totale e picchi del 52% in Francia e del 47,8% in Italia[4]. Nei sottosettori lattiero-caseario e della carne, i processi termici e la gestione della catena del freddo incidono in modo rilevante sui consumi, mentre nel comparto bakery, i forni industriali rappresentano uno dei principali driver energetici, spesso alimentati da gas e difficili da elettrificare nel breve periodo” afferma Alessandro Brizzi, General Manager di Renovis, EPC contractor ed ESCo attiva nell’efficienza energetica per l’industria. “Negli ultimi anni, tuttavia, anche nel settore food & beverage si osserva una progressiva riduzione dell’intensità energetica, in linea con il trend europeo di miglioramento dell’efficienza industriale. Le evidenze disponibili indicano cali significativi dei consumi specifici grazie a interventi di efficientamento, recupero di calore e digitalizzazione dei processi[5]”aggiunge Brizzi. 

“Accanto alle azioni più strutturali, come l’elettrificazione dei processi e l’adozione di fonti rinnovabili, una delle opportunità più concrete e immediatamente attivabili nel settore food & beverage è rappresentata dal recupero del calore di scarto. Nei processi di trasformazione alimentare — dalla pastorizzazione alla cottura, fino all’essiccazione — una quota significativa dell’energia impiegata viene dispersa sotto forma di calore nei fumi, nelle acque di processo o negli impianti di refrigerazione. Si tratta di energia già sostenuta a livello di costo, ma non valorizzata. Attraverso sistemi di scambio termico e tecnologie dedicate, questo calore può essere riutilizzato internamente per preriscaldare fluidi, alimentare altri cicli produttivi o ridurre il fabbisogno energetico complessivo dello stabilimento”, afferma Brizzi.

Nonostante il potenziale, l’adozione di queste soluzioni resta ancora disomogenea, soprattutto tra le piccole e medie imprese, spesso frenate da limiti di investimento iniziale o dalla complessità di integrazione negli impianti esistenti. In un contesto di volatilità energetica e crescente pressione normativa, il recupero di calore rappresenta tuttavia una delle leve più efficaci per migliorare l’efficienza operativa e ridurre le emissioni nel breve periodo, contribuendo a valorizzare energia altrimenti dispersa e a rendere più resilienti i processi produttivi.

Un ulteriore ostacolo nel processo decarbonizzazione è rappresentato dal peso delle emissioni lungo la filiera. I dati più aggiornati indicano chiaramente che le emissioni dirette (Scope 1) e indirette derivanti dalla produzione dell’energia acquistata (Scope 2) rappresentano solo una quota minoritaria. Circa l’88% delle emissioni totali del settore è riconducibile allo Scope 3, mentre Scope 1 e 2 si fermano complessivamente al 12%. In particolare, il 73% delle emissioni deriva dalla produzione agricola delle materie prime[6]. “Questi numeri evidenziano come ci si debba spostare al di fuori dei confini industriali per ricostruire il profilo complessivo dell’impatto climatico di questo settore. Nel comparto lattiero-caseario e della carne, le emissioni da allevamento, in particolare metano e gestione dei mangimi, rappresentano la componente dominante. Tali emissioni climalteranti sono talmente elevate da essere comparabili a quelle di tutti i paesi dell’Unione europea, incluso il Regno Unito[7]. Analogamente, per i prodotti da forno, il peso principale dell’impatto climatico è concentrato nella fase agricola: la coltivazione dei cereali rappresenta oltre la metà delle emissioni lungo la filiera, con un contributo particolarmente rilevante legato all’uso di fertilizzanti azotati, responsabili da soli di una quota significativa dell’impronta carbonica complessiva[8]” afferma Brizzi.

La gestione dello Scope 3 è dunque diventata la vera frontiera della sostenibilità nel settore. Sempre più aziende stanno ampliando il perimetro di rendicontazione: la quota di imprese che misura e comunica le emissioni di filiera è cresciuta significativamente negli ultimi anni, anche sotto la spinta normativa. Tuttavia, persistono criticità rilevanti legate alla qualità dei dati, alla tracciabilità e alla difficoltà di raccogliere informazioni affidabili lungo supply chain frammentate e globali. Anche grandi operatori evidenziano come la maggior parte delle emissioni sia indiretta e richieda metodologie complesse di stima e miglioramento continuo. Le differenze tra sottosettori confermano ulteriormente questa complessità. Il lattiero-caseario mostra livelli relativamente più avanzati di integrazione e controllo della filiera, con progressi più evidenti sugli indicatori ESG. Il settore della carne resta invece tra i più critici, per l’elevata intensità emissiva intrinseca e la dipendenza da pratiche agricole difficili da trasformare rapidamente. Il comparto bakery, pur con emissioni inferiori rispetto alla carne, rimane esposto alla volatilità energetica e all’impatto agricolo delle materie prime.

In definitiva, la decarbonizzazione del settore food & beverage si configura come una sfida ancora da vincere. Non si tratta solo di ridurre i consumi energetici o di adottare fonti rinnovabili, ma di ripensare l’intera catena del valore, dagli approvvigionamenti agricoli fino al consumo finale. Guardando avanti, tuttavia, il quadro non è fatto solo di criticità. Esistono degli spiragli importanti, che potrebbero tradursi in leve concrete e accelerare in modo significativo il percorso di transizione. In primo luogo, l’innovazione tecnologica: elettrificazione dei processi termici, pompe di calore industriali, recupero del calore di scarto, sistemi avanzati di gestione energetica. In secondo luogo, la trasformazione delle filiere agricole, che rappresentano il principale bacino di riduzione delle emissioni, attraverso pratiche rigenerative, che possono incidere efficacemente sul profilo emissivo complessivo.

Cresce al contempo il ruolo della domanda: i consumatori mostrano una sempre maggiore attenzione all’impatto ambientale dei prodotti alimentari, spingendo le aziende a innovare portafogli e modelli produttivi. Restano tuttavia nodi irrisolti di un certo peso, dalla difficoltà di accesso ai capitali per le PMI, la mancanza di standard affidabili lungo le filiere e lo scontro dialettico tra la spinta normativa verso la sostenibilità, i costi spesso troppo elevati per le realtà più piccole e il problema della sicurezza alimentare. In prospettiva, il successo della transizione dipenderà dalla capacità di superare questi ostacoli attraverso innovazione e politiche pubbliche adeguate. Il settore food & beverage, proprio per la sua complessità, rappresenta oggi uno dei banchi di prova più rilevanti della transizione energetica globale: se riuscirà a decarbonizzarsi, potrà fare da apripista a tutti gli altri comparti. 

Bibliografia

[1] https://www.pwc.com/us/en/services/esg/library/assets/pwcs-third-annual-state-of-decarbonization-report.pdf
[2] https://www.fooddrinkeurope.eu/wp-content/uploads/2026/02/FoodDrinkEurope-Data-Trends-2026-report-digital.pdf
[3] https://www.crif.it/area-stampa/crescono-le-imprese-sostenibili-e-le-banche-le-premiano/
[4] https://link.springer.com/article/10.1007/s44246-025-00220-w?utm
[5] https://www.isprambiente.gov.it/files2025/pubblicazioni/rapporti/r418-2025-1.pdf
[6] https://www.fooddrinkeurope.eu/wp-content/uploads/2026/02/FoodDrinkEurope-Data-Trends-2026-report-digital.pdf
[7] https://foodrise.org.uk/wp-content/uploads/2025/10/Roasting-The-Planet-Report-FINAL-16_10_25.pdf
[8] https://www.mdpi.com/2077-0472/15/3/224?utm

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