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Caporalato e sfruttamento in agricoltura: migliaia di lavoratori in Calabria

Caporalato e sfruttamento in agricoltura: migliaia di lavoratori in Calabria

Nei casi di lavoro nero si è spesso di fronte a forme di sfruttamento estremo, alimentate dalla precarietà delle condizioni di vita, dall’assenza di un regolare permesso di soggiorno e dalla mancanza di reali alternative occupazionali

03 giugno 2026 | 14:30 | C. S.

"Secondo i dati elaborati, nel settore agricolo calabrese si stima la presenza di un contingente compreso tra 11.000 e 12.000 lavoratori impiegati in condizioni di irregolarità. Un fenomeno particolarmente rilevante nelle raccolte stagionali, differenziato a seconda dei territori, che in provincia di Cosenza interessa soprattutto i territori di Corigliano, Rossano Calabro, Sibari, Cassano Jonico, Tarsia, Trebisacce, e strettamente connesso alla presenza e alle forme di mobilità della manodopera straniera, proveniente soprattutto da India, Marocco e Mali.
 
All’interno di questo ampio bacino di lavoratori convivono situazioni molto differenti tra loro. Si passa infatti da forme di occupazione solo formalmente regolari, il cosiddetto “lavoro grigio”, caratterizzate dalla presenza di un contratto, a condizioni di lavoro completamente informali. In molti casi, infatti, anche la sottoscrizione di un contratto non rappresenta una reale garanzia di tutela. Dietro rapporti apparentemente regolari si celano spesso condizioni di sfruttamento caratterizzate da orari di lavoro ben superiori a quelli previsti dalla normativa, retribuzioni assimilabili al cottimo ma formalmente presentate come salari ordinari, nonché da un numero di giornate lavorative dichiarate inferiore rispetto a quelle effettivamente svolte.
 
Nei casi di lavoro nero, invece, si è spesso di fronte a forme di sfruttamento estremo, alimentate dalla precarietà delle condizioni di vita, dall’assenza di un regolare permesso di soggiorno e dalla mancanza di reali alternative occupazionali.
 
Si tratta di un sistema complesso e articolato che interessa segmenti sempre più estesi delle filiere agricole calabresi e, più in generale, dell’intero comparto agricolo nazionale. Un sistema che continua a reggersi anche su consolidati meccanismi di intermediazione illecita della manodopera. Il fenomeno del caporalato, storicamente radicato nel mercato del lavoro agricolo italiano, ha assunto negli ultimi decenni configurazioni sempre più sofisticate. Le indagini e gli studi sul tema evidenziano una crescente integrazione operativa tra caporali stranieri e intermediari italiani, capaci di adottare modalità di reclutamento e gestione della forza lavoro sempre più difficili da individuare. Si sviluppano così vere e proprie reti del caporalato, nelle quali organizzazioni e figure di riferimento appartenenti a diverse comunità straniere interagiscono con interessi economici e strutture locali. In alcuni territori, tra cui la Calabria, il fenomeno si intreccia inoltre con il tradizionale interesse delle organizzazioni criminali nei confronti del settore agricolo.
 
In questo sistema il ricorso alla violenza non rappresenta un elemento episodico. La dimensione coercitiva, nelle sue molteplici forme, appare per certi aspetti inscritta nello stesso termine “caporale”. L’origine militare della parola richiama infatti un modello gerarchico fondato sull’obbedienza e sulla disciplina, nel quale il dissenso e l’insubordinazione non trovano spazio. In questo contesto, il rapporto tra caporale e bracciante si configura non come una normale relazione lavorativa, bensì come un rapporto di potere e subordinazione, esercitato attraverso il controllo delle persone, la dipendenza economica e, nei casi più gravi, il ricorso alla minaccia e alla violenza.
 
La violenza interviene, quindi, quando gli altri strumenti di coercizione — dal ricatto legato alla condizione giuridica del lavoratore fino alla vulnerabilità occupazionale — non risultano sufficienti a garantire il mantenimento dell’ordine e del funzionamento del sistema di sfruttamento. Essa rappresenta, dunque, non un’anomalia, ma uno degli strumenti attraverso cui il caporalato continua a perpetuarsi e a riprodurre condizioni di grave sfruttamento e coercizione".

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