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Salvare le produzioni agroalimentari attraverso gli impollinatori

Salvare le produzioni agroalimentari attraverso gli impollinatori

Nel Parmigiano Reggiano il 70% delle essenze vegetali dei prati polifiti dipendono dall’impollinazione tramite insetti, anche se, in larga misura, le bovine si alimentano con erba medica

26 marzo 2025 | 10:00 | C. S.

Che mondo sarebbe senza il cioccolato o il Parmigiano Reggiano dei prati stabili? Gli impollinatori selvatici sono in grande sofferenza, e questo può avere un impatto significativo anche sulla filiera agroalimentare che conosciamo: dai prati polifiti per il Parmigiano Reggiano alle produzioni frutticole della nostra regione, fino al cioccolato in altri continenti. Anche nell’Appennino reggiano i risultati delle attività di monitoraggio degli insetti impollinatori realizzati nell’ambito del progetto LIFE BEEadapt, cofinanziato dall’Unione Europea e iniziato nel 2022, obbligano ad alcune riflessioni e ad intraprendere azioni concrete a favore di questi. Per contrastare il declino degli impollinatori sono in atto misure di conservazione che, al momento, coinvolgono ben 64 aziende (destinate ad aumentare) e quasi 70 ettari di superficie agricola. Un progetto che sperimenta strategie di adattamento climatico per gli insetti impollinatori selvatici in risposta ai cambiamenti climatici, coinvolgendo attori chiave come le aziende agricole. Il progetto, coordinato dal Parco nazionale Appennino tosco-emiliano, vede la partecipazione di altri nove partner distribuiti tra Toscana, Marche e Lazio.

“Un clima che cambia è un problema per gli impollinatori, e anche per noi” – spiega Giovanni Carotti, entomologo del Parco Nazionale dell’Appennino Tosco-Emiliano –. “Poche piante, infatti, si auto-impollinano: l’impollinazione dipende in gran parte dal vento, dall’acqua o dagli animali. Gli insetti impollinatori rappresentano una componente chiave per la riproduzione vegetale e per la biodiversità globale, fornendo servizi ecosistemici vitali alle colture e alle piante selvatiche, di fondamentale importanza per l’umanità. Ecco perché il loro declino è così preoccupante: dall’impollinazione dipende la produzione agricola. In realtà, tutti gli insetti sono in declino, con un forte aumento di infestanti come zanzare e cimici”.  

Quali sono le cause di questo fenomeno? 

“Purtroppo, si tratta di fattori direttamente attribuibili all’uomo – risponde Carotti –: inquinamento, consumo di suolo, introduzione di specie aliene, pesticidi, patogeni, apicoltura intensiva e trasporto su larga scala di colonie di api, che favoriscono la diffusione di parassiti e patogeni. Ad esempio, in Germania il primo crollo degli insetti si è registrato con l’introduzione del DDT: in 27 anni è stato osservato un calo del 75% degli insetti volatori. Inoltre, il cambiamento climatico, con l’aumento delle temperature e gli eventi meteorologici estremi, soprattutto in primavera, rende più difficile per gli insetti impollinatori trovare condizioni favorevoli per le loro attività. Le piante, modificando la loro distribuzione temporale, come le fioriture anticipate, o spaziale, ad esempio a quote maggiori, complicano ulteriormente l’adattamento degli impollinatori”.  

Quali sono le conseguenze di questo declino?

“Nel Parmigiano Reggiano il 70% delle essenze vegetali dei prati polifiti dipendono dall’impollinazione tramite insetti, anche se, in larga misura, le bovine si alimentano con erba medica. Immaginiamo le conseguenze”.  

Tutti conosciamo le api, ma questo progetto si rivolge agli impollinatori selvatici (circa 1.100 specie) che, a differenza delle api domestiche, sono minacciati d’estinzione in diverse specie.  Margherita Coviello, giovane entomologa che collabora con il Parco, spiega: “Stiamo posizionando sul territorio nidi per gli impollinatori. Si tratta di strutture in legno con fori di vario diametro, Per ora ne abbiamo posizionati circa 160. Stiamo promuovendo alle aziende agricole la stipula di "Patti” e “Accordi di custodia” grazie ai quali la tutela degli impollinatori viene ritenuta importante e quindi considerata nelle decisioni aziendali. Questi accordi possono riguardare la semina di specie botaniche appetibili per gli impollinatori e l’installazione di bee hotel, lo sfalcio ritardato. Tutte azioni per le quali sono previsti indennizzi congrui al valore del servizio ecosistemico dell’impollinazione. Recentemente abbiamo promosso la sottoscrizione del Patto per l’adattamento degli impollinatori a tutti i Comune della Riserva della Biosfera Appennino Tosco-Emiliano e i primi comuni hanno già approvato il Patto. Crediamo che questo modello sia replicabile e che, in futuro, il valore ecosistemico dell’impollinazione possa essere riconosciuto e retribuito alle aziende coinvolte da parte di imprese che intendono intraprendere percorsi di responsabilità sociale di impresa o di certificazioni di sostenibilità”.

12 transetti nel crinale per individuare gli impollinatori

Intanto, nel Parco Nazionale dell’Appennino, anche in ottemperanza alla Direttiva Impollinatori del Ministero dell’Ambiente, si sta procedendo al monitoraggio della presenza, distribuzione e ritmi di attività degli impollinatori. Questo consentirà di valutare anche l’efficacia delle azioni intraprese nell’ambito del Progetto LIFE BEEadapt. Il monitoraggio è realizzato secondo una metodologia proposta dall’ Istituto Superiore per la Ricerca e la Protezione Ambientale (ISPRA). Sono stati individuati 12 “transetti” per il monitoraggio degli insetti (lunghezza di 500 metri, con 2,5 metri per lato) sia in prateria d’alta quota che negli agro-ecosistemi dove si pratica la foraggicoltura. Questi transetti vengono percorsi una volta al mese, da giugno a settembre, consentendo agli entomologi del Parco di collezionare dati sulla presenza degli insetti. I dati finora emersi sono purtroppo sconfortanti poiché mettono in evidenza una limitata presenza degli impollinatori anche in aree naturali come quelle monitorate nell’Appennino reggiano.  

Nel 2021 il campionamento ha infatti rilevato 83 specie di lepidotteri (di cui 10 nuove per il nostro territorio), 45 specie di apoidei (di cui 29 nuove) e 50 specie di sirfidi.

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