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No all'uso improprio del nome Ascolana in etichetta

No all'uso improprio del nome Ascolana in etichetta

La parola "Ascolana", e ogni suo richiamo anche parziale o storpiato, può essere utilizzata soltanto nelle etichette delle olive certificate come Dop. Tecnicamente si chiama illecita evocazione di una Denominazione di Origine Protetta

11 febbraio 2025 | 15:00 | C. S.

Venti anni fa, nel 2005, veniva pubblicato nella Gazzetta Europea il Decreto che riconosceva la Dop Oliva Ascolana del Piceno, sia l'oliva verde in salamoia che quella farcita di carne.

Il Consorzio Tutela e Valorizzazione dell'Oliva Ascolana del Piceno Dop e le associazioni Cia, Coldiretti, Confagricoltura e Copagri rivolgono oggi un forte appello al Ministero dell'Agricoltura affinché sia dato seguito al lavoro avviato dai Carabinieri "Forestali" nel giugno dello scorso anno relativo al corretto uso dei nomi nelle etichette delle olive presenti in commercio.

"Infatti, la parola 'ascolana' - e ogni suo richiamo anche parziale o storpiato - può essere utilizzata soltanto nelle etichette delle olive certificate come Dop. Tecnicamente si chiama illecita evocazione di una Denominazione di Origine Protetta - sostengono il Consorzio e le associazioni - Chi la pone in essere riceve sanzioni pecuniarie, come è avvenuto per la prima volta nel giugno scorso ad opera dei Carabinieri; inoltre, devono essere rimosse in etichetta le parole illecitamente evocative della Dop. Le parole tutelate sono soltanto quelle che hanno un riferimento geografico, quindi nel caso di specie qualsiasi richiamo ad Ascoli o all'Ascolano/a (oltre che al Piceno)". 

"Il ministero dell'Agricoltura - proseguono - si è fortemente impegnato nella tutela delle altre Dop, anche nelle fasi contenziose che si sono protratte per tutti i gradi di giudizio sino in Cassazione. Si pensi ai casi delle recenti sentenze di Cassazione sulla tutela del Prosciutto di Modena Dop e sul Pecorino Sardo nei quali il Ministero ha avuto posizioni granitiche ritenendo illecita evocazione delle due Dop rispettivamente la Culatta di Modena e il Pecorino da tavola Pastore del Tirso Sapore Sardo".

"L'esperienza maturata nei primi 20 anni di questa Dop, la più nota della Regione Marche e anche più popolare della Regione stessa - scrivono ancora - come emerso da studi di settore, porta anzitutto a rimarcare e biasimare la riluttanza che sino ad oggi il tessuto politico ed imprenditoriale ha avuto nel comprendere il valore aggiunto che invece è rappresentato dal segmento agronomico-economico della coltivazione in campo dell'oliva ascolana finalizzata ad ottenere oliva da salamoia, con tutto quanto connesso in termini di formazione della manodopera specializzata e aumento del valore degli oliveti (si pensi al caso "Valdobbiadene); nonché dal segmento della deamarizzazione delle olive in chiave di sostenibilità ambientale, con riduzione del consumo di acqua e senza utilizzo di sostanze inquinanti, patrimonio già acquisito grazie alla ricerca e innovazione tecnologica degli esperti locali del settore".

Consorzio e associazioni sostengono che la filiera composta da questi "segmenti" ad oggi è ostacolata e bloccata dalla confusione dei nomi nei prodotti messi in vendita, posto che nel prodotto generico, cioè non certificato Dop, viene abusivamente utilizzato il richiamo alla parola "ascolana", disperdendo così proprio il valore aggiunto e dunque la sua maggiore remunerazione, che il riconoscimento Dop offre solo quando viene mantenuto "l'indissolubile legame" del prodotto agricolo trasformato con la provenienza geografica protetta. Dopo venti anni di errori, perseverare sarebbe davvero diabolico e autolesionistico. 

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