Italia
Crescono le semine di girasole in Italia ma si può fare di più
I margini di crescita per la coltura oleo-proteica sono ancora molto elevati, considerando che l’industria importa circa la metà del fabbisogno di materia prima. La coltura potrà avvantaggiarsi anche delle misure della nuova Pac
02 aprile 2021 | C. S.
In Italia crescono le superfici e le produzioni di girasole che nel 2020 hanno raggiunto rispettivamente 123 mila ettari (+3,5% rispetto al 2019) e 298 mila tonnellate (+1,7%). Tuttavia, i margini di crescita sono ancora elevati, considerando che l’industria importa circa la metà del fabbisogno di materia prima. Per rendere più competitivo il comparto è necessario istituire una filiera italiana attraverso il coinvolgimento di tutti gli attori interessati. È quanto emerso nel corso del convegno “Il futuro del girasole in Italia: le prospettive della coltura tra nuova PAC, mercato e ricerca”, promosso da Assosementi, l’Associazione che riunisce le aziende sementiere italiane, e dal CREA, Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria, a cui hanno preso parte oltre 180 stakeholder.
Ad aprire i lavori è stato Angelo Frascarelli, docente di Economia e politica agraria dell’Università di Perugia, che ha analizzato gli effetti della nuova politica agricola comune sulla coltura: "il futuro sostegno della Pac sarà sempre più legato ai beni pubblici ambientali. Il girasole potrà avvantaggiarsi della futura Pac su due aspetti: primo, per il sostegno accoppiato alle proteine vegetali, che comprende anche il girasole; secondo, negli ecoschemi e nei pagamenti agro-climatico-ambientali, per i vantaggi ambientali del girasole nella rotazione colturale, magari associato a una cover crop nel periodo invernale, e per i residui colturali, che aumentano la sostanza organica nel suolo".
Il mercato del girasole è stato al centro dell’intervento di Gabriele Canali, Direttore Crefis - Centro ricerche economiche sulle filiere sostenibili e docente dell’Università Cattolica del S. Cuore di Piacenza: “il ruolo del girasole nell’agricoltura italiana sta cambiando in modo significativo. Dalle colline del Centro Italia, la coltura si sta espandendo verso il Nord del Paese; le rese in queste regioni sono decisamente più elevate e la coltura che un tempo era frutto principalmente di una risposta alle opportunità previste dalla PAC, ora sta diventando una coltura di interesse commerciale. Ciò richiede anche un’evoluzione in senso più strutturato ed efficace delle relazioni contrattuali e commerciali nella filiera”.
È toccato ad Andrea Del Gatto e Ilaria Alberti del CREA - Cerealicoltura e Colture industriali evidenziare le attività di ricerca e sperimentazione in questo ambito: “il Crea, primo centro di ricerca in agricoltura nel nostro Paese, è molto attivo nel comparto del girasole e sostiene la coltura con diverse attività, tra cui: la rete nazionale di valutazione delle principali varietà commercializzate in Italia, con cui vengono fornite informazioni, di supporto agli imprenditori agricoli, sulle caratteristiche dei vari ibridi presenti sul mercato ed il progetto PERMA, finalizzato a costruire la mappatura delle razze di peronospora presenti sul territorio marchigiano, come prototipo da estendere poi al resto del territorio nazionale e avviare così un processo di definizione delle pratiche da adottare per il contenimento del patogeno”.
Enrico Zavaglia, trading manager Cereal Docks e Vicepresidente Assitol, ha invece analizzato come si sta evolvendo il mercato del girasole in tempo di Covid: “dallo scoppio della pandemia è trascorso un anno molto difficile, anche per i mercati delle materie prime agricole, tra cui il Girasole. Quest’ultimo, tra défaillance produttive, forti incrementi dei prezzi, incertezze sui consumi ha mostrato un andamento anomalo con ripercussioni per l’industria e tutti gli operatori del settore. Questa situazione invita a riflettere su alcuni aspetti strategici del nostro sistema produttivo, dalle modalità di approvvigionamento ai livelli delle scorte. Nel frattempo, il ritorno alla normalità potrebbe non essere così rapido”.
A dare voce al comparto dello stoccaggio è stata Maria Sara Manganelli, dell’azienda Manganelli SpA: "lo stoccaggio del girasole è uno step importante all'interno della filiera per preservare le peculiarità del prodotto. Va pertanto gestito con scrupolosità, a partire dal conferimento da parte dell’agricoltore. Segue poi l'analisi qualitativa per determinare le caratteristiche dell’achenio (alto oleico o linoleico, umidità e impurità) e la sua gestione. Partite difformi vanno gestite separatamente. Agli aspetti tecnici si aggiunge un’attività documentale, che serve a garantire la tracciabilità del prodotto a vantaggio di tutti i soggetti utilizzatori posti a valle lungo la filiera”.
Sono stati infine Luciano Petrini della società agricola Petrini e Pietro Giuntini dell’azienda agricola Pietro Giuntini a rappresentare il settore primario. “Il girasole è molto importante sia per la salvaguardia delle api che per la rotazione colturale, pertanto va valorizzato e sostenuto. Per rendere il settore più competitivo occorre una filiera più strutturata – prendendo ad esempio quella del grano duro o del mais - all’interno della quale rendere più trasparenti alcuni meccanismi, come quello della formazione del prezzo” ha dichiarato Petrini. "La coltivazione del girasole può e deve essere una risposta alla crisi dell'agricoltura, sia nei terreni marginali che devono tornare ad essere utilizzati, sia nei terreni fertili dove deve sfruttare al meglio input adeguati. Sta all'industria sementiera in particolare, e all'agroindustria in generale, raccogliere queste sfide e mettere a disposizione degli agricoltori tecnologie concorrenziali ed economiche. Un ulteriore sforzo deve essere compiuto da tutti gli attori della filiera nell'ottica di una giusta retribuzione dell'agricoltore e la produzione di olio di qualità” ha concluso Giuntini.
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