Italia
Bocciata la Dop Taggiasca: noi lo avevamo detto
Il Ministero delle politiche agricole, il 14 marzo scorso, ha ufficializzato il respingimento della domanda per la Dop Taggiasca, poiché, nonostante siano state fornite due integrazioni, non sono stati eliminati gli elementi ostativi al proseguimento dell’istruttoria
23 marzo 2018 | T N
La Taggiasca è Taggiasca e un nome varietale non può essere utilizzato quale denominazione di origine protetta. Siamo stati profeti quando pubblicammo l'articolo "Il Comitato Dop Taggiasca gioca a scaricabarile con il Ministero delle politiche agricole"? No, semplicemente abbiamo utilizzato il buon senso.
L'utilizzo del nome varietale come componente fondante della Dop è la ragione dell'ennesima bocciatura. Nel 2008 fu cassata l'oliva Taggiasca in Salamoia, oggi Taggiasca tal quale.
La cieca cocciuttaggine del Comitato promotore, quindi, non ha pagato e il Ministero delle politiche agricole ha bocciato l'ennesimo tentativo di appropriarsi del nome di una varietà per farlo diventare una denominazione d'origine protetta.
La bocciatura ha data 14 marzo e ne pubblichiamo alcuni estratti:
“... le osservazioni e le integrazioni trasmesse non consentono il superamento dei rilievi formulati da questo Ufficio da ultimo con le note n. 12670 del 22.02.2018 e n.0001057 del 05/01/2018 relativamente alla domanda di riconoscimento della denominazione “Taggiasca” come D.O.P.”
E ancora: “... la mancata rimozione delle cause sulle quali si fondano i rilievi costituisce elemento ostativo al proseguimento dell’istruttoria, e pertanto si comunica la chiusura del procedimento concernente l’istanza di riconoscimento della D.O.P. “Taggiasca”.”
In base a questa lettera sappiamo quindi che il Ministero ha inviato ben due richieste di chiarimento al Comitato promotore ma le risposte fornite, evidentemente, sono state ritenute insufficienti.
Ma quali sono le richieste formulate dal Ministero delle politiche agricole? A quanto risulta a Teatro Naturale tutto ruotava intorno proprio alla varietà Taggiasca con il Ministero che ha richiesto in quali elementi la Taggiasca rivendicata dal Comitato promotore si differenziasse dalla Taggiasca ormai presente in altri territori italiani. Evidente che nessuna documentazione tecnico-scientifica degna di questo nome potesse spiegare questa differenza, dal che la bocciatura.
Ricordiamo inoltre che è pendente al Ministero delle politiche agricole la richiesta di sostituzione del nome varietale, da Taggiasca in Gentile, depositata quasi un anno fa (18 maggio 2017).
E' evidente che, se il Ministero avesse davvero voluto dar corso a una Dop Taggiasca, avrebbe potuto aspettare il parere sulla sostituzione, prima di bocciare la Dop Taggiasca. Ciò non è avvenuto e, nonostante le parole ottimistiche, quasi entusiaste, del presidente del Comitato promotore De Andreis di quasi un anno fa (9 maggio 2017) riguardo a un incontro con il viceministro Olivero: “L’incontro, primo di una lunga serie, è stato necessario anche per pianificare i successivi passaggi dell’iter ministeriale necessari all’ottenimento della denominazione protetta Taggiasca”.
Evidentemente il Ministero non ha ritenuto opportuno, tanto a livello tecnico quanto a livello politico, seguire l'iter proposto dal Comitato che prevedeva la sostituzione del nome e il via libera alla Dop Taggiasca.
Un doppio smacco che il presidente del Comitato ha accusato senza muoversi di una virgola e anzi annunciando l'intenzione di “ripartire dall’ottenimento di un cambio di denominazione della “Taggiasca” all’interno del registro delle specie varietali.”
Insomma, si persevera nell'errore.
Evidentemente non bastano le bocciature del 2008 e del 2018, non basta aver diviso e lacerato il territorio, si persevera in una cieca ostinazione che, come dimostrano i fatti, non produce alcun risultato ormai da più di dieci anni.
Forse è il caso di ricordare ai protagonisti di questa incresciosa vicenda le parole di sant'Agostino d'Ippona nei suoi Sermones: “Humanum fuit errare, diabolicum est per animositatem in errore manere” (cadere nell'errore è stato proprio dell'uomo, ma è diabolico insistere nell'errore per superbia).
Qui potremmo anche finire, magari ricordando al presidente De Andreis che le bugie hanno le gambe corte.
Affermare che “...il ministero persegue la linea che vieta l’utilizzo del nome “Taggiasca” all’interno della Dop, da solo o associato ad altri termini...” è infatti in sé un'informazione parziale e fuorviante, quindi una bufala.
Vi sono numerosi esempi di Dop che riportano nel nome una varietà ma sempre associata a un territorio. L'esempio più lampante, nello stesso settore merceologico dell'ortofrutta in cui sarebbe inserita l'oliva ligure, è “Pomodoro di San Marzano dell’Agro Sarnese-Nocerino Dop”.
E' poi falso che il cambio del nome varietale è l'unica strada per l'ottenimento di una Dop, come dichiarato dallo stesso presidente De Andreis: “...ripartire dall’ottenimento di un cambio di denominazione della “Taggiasca” all’interno del registro delle specie varietali. Solo in questo modo si potrà in seguito finalmente ottenere una Dop...”. Basta guardare infatti al percorso seguito dall'Oliva di Gaeta Dop che nel disciplinare prevede: “l'Oliva di Gaeta Dop è riservata all'oliva della varietà «Itrana», detta anche Gaetana”.
Si può ciecamente proseguire su una strada perdente oppure si può scegliere, con intelligenza, di cambiare strada per raggiungere finalmente l'obiettivo di rilanciare l'olivicoltura ligure.
Il bivio, ora, è questo.
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