Italia
L'export agroalimentare italiano va a gonfie vele? E' miopia strategica
In questo senso i dati del terzo trimestre delle export dell’agroalimentare italiano se, da una parte fanno esultare, dall’altro fanno riflettere e, anche, preoccupare. Esulta il Ministro dell’Agricoltura Martina e dice “il sorpasso in valore della Francia in Usa non ci preoccupa”. Così l'Italia va a sbattere
24 novembre 2017 | Pasquale Di Lena
La Danimarca ha deciso di rendere, nel corso dei prossimi dieci anni, tutto il suo territorio sostenibile e di fare entrare sul suo mercato solo prodotti biologici.
Una notizia importante per un Paese come l’Italia che ha nelle eccellenze agroalimentari dop e igp un suo punto di forza. Non a caso è l’Italia che sale e salirà (se non le cancellano) sul podio più alto dei riconoscimenti Dop e Igp, cioè dei prodotti che hanno nell’origine (il territorio) la qualità, frutto anche della memoria e della passione dei bravi coltivatori e dei trasformatori.
Una posizione di vantaggio che fino ad ora non è mai stata sfruttata in mancanza di una programmazione che, oggi, è tale se ridà all’agricoltura il suo ruolo naturale, quello di tornare ad essere perno di un nuovo sviluppo, visto il fallimento dichiarato di quello attuale. Il bisogno di una programmazione che ha come priorità il blocco del furto e distruzione del territorio e la limitazione dell’uso e abuso della chimica, per mantenere e non cancellare la superficie dei terreni coltivabili e, ancor più, migliorare lo stato della loro fertilità. Una programmazione sostenuta da una strategia di mercato, una nuova cultura del marketing, a partire dalla domanda posta, non più tardi di domani, dal mercato danese, sapendo che essa può diventare presto un esempio per tante realtà del mercato globale.
Programmazione delle produzioni e strategie di marketing per guidare il futuro delle nostre eccellenze e dare le giuste risposte ai bisogni dei produttori e dei territori di queste e altre eccellenze dop e igp, se pensiamo al ricco patrimonio di territori e di prodotti tradizionali a disposizione del nostro Paese. Eccellenze che, stante alla scelta della Danimarca, non basta più che esprimano e garantiscano la qualità, ma è sempre più importante che garantiscano la salubrità. Sapendo che la scelta della Danimarca rispecchia la scelta, sempre più crescente, dei consumatori di ogni parte del mondo, c’è bisogno, sempre più, di diffondere la cultura della sostenibilità e della centralità e attualità dell’agricoltura, realizzando esempi validi e renderli opportunità di cambiamento, cioè possibilità di tracciare un nuovo percorso che porta lontano.
Il rifermento è ai Distretti Biologici, da vedere come nuovo percorso e non come traguardo, ma tanti traguardi da tagliare per esultare davvero.
La realizzazione di questi Distretti e l’impegno, una volta realizzati, a renderli sempre più ampi e significativi per vivere da protagonisti il nuovo percorso, dando- tanto per restare nel tema - risposte adeguate e vincenti alla domanda della Danimarca e dei Paesi che prenderanno da essa esempio.
Scelte che hanno bisogno di strutture, strumenti, personale specializzato per non vivere il rischio dell’improvvisazione e esultare di successi che possono diventare boomerang, nel momento in cui non sono il frutto di programmazione e strategie, ma delle rivoluzioni in atto, come quella dell’entrata - negli ultimi due decenni - sul mercato globale di miliardi di nuovi consumatori, con milioni di essi che sono considerati ricchi, se non straricchi. O, anche di azioni – l’Expo 2015 – che hanno dato comunque un’immagine del Paese e, anche se all’ombra delle multinazionali, dei suoi prodotti e dei suoi territori, ma, visto che sono eventi che non si ripetono, hanno una proiezione ristretta, e, così, non più in grado di alimentare l’immagine conquistata.

In questo senso i dati del terzo trimestre delle export dell’agroalimentare italiano se, da una parte fanno esultare, dall’altro fanno riflettere e, anche, preoccupare, visto che sono il risultato di un momento favorevole (oltretutto non sfruttato in pieno per le sue enormi potenzialità); di impegno e sacrifici dei singoli, e, in mancanza di una programmazione e di una strategia di marketing, d’improvvisazione.
C’è da avere grande rispetto per la nostra ristorazione, sparsa in ogni parte del mondo, e, soprattutto, per la passione e l’impegno dei nostri bravissimi cuochi, che hanno dimostrato di svolgere alla grande il loro attaccamento al Paese e alle grandi tradizioni, soprattutto quelle legate al cibo, ma, come una rondine non fa primavera, così una sola, anche se significativa, iniziativa, non fa quello che può fare solo una programmazione e una strategia di comunicazione, promozione, pubbliche relazioni e commercializzazione.
Esulta il Ministro dell’Agricoltura Martina dopo le performance dell’export dell’agroalimentare e dice “il sorpasso in valore della Francia in Usa non ci preoccupa”. Sbaglia a non preoccuparsi e cercare di capire che in quel dato c’è tutto il limite delle nostre improvvisazioni e, diversamente, la forza della Francia, con la sua Sopexa, che programma e cura le azioni atte a dare un’immagine alta dei suoi vini sul mercato americano. Per la regola che la promozione è come il mare, un insieme di onde piccole e, a volte, giganti, che servono a tenerlo vivo perché non diventi palude.
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