Italia

AGRICOLTURA & METROPOLI. UN SUGGESTIVO OSSIMORO PER IMPROBABILI SOGNI BUCOLICI

Le "aree agricole periurbane e metropolitane" sono, infatti, considerate una tipologia territoriale di cui le Regioni potranno tener conto nei futuri
piani di sviluppo rurale. La Regione Lazio ha inserito tale indicazione
nella recente legge regionale sui distretti rurali

08 aprile 2006 | Alfonso Pascale

Sta finalmente mettendo radici l'idea di trasformare il binomio "agricoltura
e metropoli" da suggestivo ossimoro per improbabili sogni bucolici in un
progetto concreto, fatto di relazioni tra le complesse funzioni di Roma
Capitale e i molteplici ruoli che la società richiede di svolgere oggi al
settore primario.

Le "aree agricole periurbane e metropolitane" sono, infatti, considerate una tipologia territoriale di cui le Regioni potranno tener conto nei futuri
piani di sviluppo rurale. La Regione Lazio ha inserito tale indicazione
nella recente legge regionale sui distretti rurali. Sicché Roma e la sua
area metropolitana potranno entrare nella programmazione dello sviluppo
rurale 2007-2013 con le proprie specificità.
Del resto nella campagna romana emergono un capitale sociale nient'affatto impoverito, una base produttiva non irrilevante, una ricchezza di risorse ambientali, paesaggistiche e storico-archeologiche di valore inestimabile.

Nel frattempo sono mutati profondamente i gusti dei consumatori e si presta maggiore attenzione alla qualità e alla salubrità degli alimenti,
all'impatto ecologico dell'agricoltura intensiva, allo sviluppo di nuovi
cicli colturali maggiormente rispettosi dell'ambiente e dei valori etici e
culturali che sottendono i processi produttivi. Tali trasformazioni
richiedono ora ulteriori abilità trasversali, nuove capacità creative e
organizzative che solo una nuova e coerente politica della ricerca e
dell'innovazione potrà alimentare.

La definizione di una siffatta politica trova a Roma una opportunità senza
precedenti. Nell'area metropolitana della Capitale è infatti concentrata una
parte rilevante delle competenze di ricerca pubblica nazionale nel settore
agroalimentare. Tuttavia, questo patrimonio straordinario di entità
intellettuali, pur significative e importanti di per sé, nell'insieme non
"fa sistema" ed ha legami assai scarsi, se non inesistenti, coi territori
del Lazio. Per un verso l'estrema frammentazione delle strutture e la
condizione di precarietà in cui operano molti ricercatori, per l'altro
l'inadeguatezza dei servizi di sviluppo agricolo e la debolezza degli enti
preposti al trasferimento tecnologico fanno sì che il settore agricolo sia
abbandonato a se stesso. Del resto l'affanno del sistema agroalimentare
italiano è per molti versi la conseguenza della mancanza di una strategia
rivolta a riorganizzare su basi nuove ricerca e innovazione. Si è coltivata
l'illusione che alla domanda di prodotti differenziati proveniente da
consumatori critici e con esigenze individuali molto avanzate si potesse
rispondere senza lo sviluppo di nuove tecnologie. Si è ritenuto che i
prodotti tipici, quelli biologici e le diversificate qualità del nostro made
in Italy agroalimentare, per loro natura, non avessero bisogno di
innovazione. Nessuno sforzo è stato compiuto per affrontare correttamente il nodo del rapporto tra scienza e vita. Il tema delle biotecnologie è paradigmatico della nuova centralità dell'agricoltura nei rapporti tra valori etici e politica, tra scoperta scientifica e diffusione della
conoscenza, tra produzione di innovazioni e competitività di sistema. Ma
senza sviluppare un dibattito pubblico serio su questi argomenti, l'Italia
rischia di rimanere fanalino di coda in un campo considerato strategico per
le sue molteplici implicazioni.

Si avanzano qui quattro proposte per invertire radicalmente il senso di
marcia nell'affrontare tali questioni:

1) delineare tra le funzioni di Roma anche quella di Capitale
dell'innovazione nel sistema agroalimentare. Si tratta di ricucire e
rafforzare il triangolo della conoscenza, costituito dalla ricerca,
l'istruzione e la formazione, i servizi ai sistemi territoriali e alle
imprese. Bisogna convogliare risorse umane e finanziarie e mutare
radicalmente il rapporto tra produzione di valore e produzione e gestione
della conoscenza, mediante un idoneo modello di governance. Ciò comporta la messa a punto di una strategia precisa basata su una pluralità di azioni.
Innanzitutto la raccolta della domanda, la sintesi e il supporto alle
diverse attività di ricerca da parte dell'Agenzia Regionale per lo Sviluppo
e l'Innovazione nell'Agricoltura del Lazio (ARSIAL), che deve essere messa
in grado di potenziare la funzione di interfaccia tra ricerca e imprese; di
orientare la riorganizzazione del sistema dei servizi di sviluppo e la
formazione dei formatori; di partecipare alla Banca Dati della Ricerca
Agricola messa a punto dall'INEA; di coordinare l'adesione di tutte le
istituzioni pubbliche e private di interesse agricolo presenti nella Regione
all'Agenzia per la promozione della Ricerca Europea;

2) allargare le tematiche su cui svolgere le attività di ricerca e
affrontare i problemi nella loro complessità. Si tratta di pensare ad
aggregati come lo sviluppo della modularità della produzione agroalimentare per rispondere ad una domanda di cibo "su misura" dell'atteggiamento e dell'attitudine del consumatore; la genetica e la genomica per lo sviluppo sostenibile e la tutela della biodiversità; l'utilizzo delle nanotecnologie e dell'ICT ai fini della sicurezza e della rintracciabilità degli alimenti; lo sviluppo dei prodotti e dei processi a base biologica; la sostenibilità ambientale delle attività agroalimentare. Occorre inoltre dare impulso e sistematicità agli studi riguardanti la gestione dei sistemi territoriali.
Al riguardo andrebbero approfonditi i sistemi di qualità integrata
prodotto-ambiente-lavoro-etica; il risparmio idrico e la lotta alla
desertificazione; l'efficienza energetica e la promozione delle
agri-energie; l'intreccio tra sviluppo rurale e politiche territoriali
riferite al nuovo approccio comunitario al tema del paesaggio; l'inclusione
sociale nelle aree rurali e i modelli di welfare rigenerativo; i rapporti di
complementarietà tra aree agricole interne ed aree agricole periurbane e
metropolitane;

3) dotarsi di una efficiente strategia per la valorizzazione delle risorse
umane. In primo luogo vanno definite azioni specifiche per riaprire le porte
della ricerca ai giovani. Il problema della frammentazione delle strutture
che fanno capo al CRA è senz'altro di prima grandezza e il piano di
riorganizzazione che le riguarda rappresenta solo una prima e del tutto
insufficiente risposta, in attesa di affrontare la questione con scelte
nette ed efficaci. Tuttavia, è necessaria un'azione energica e tempestiva
per aggredire altre due emergenze. La prima riguarda la penuria di personale scientifico dovuta al mancato turn over (oltre il 67 % dei ricercatori del CRA ha più di 50 anni). La seconda è riferita al rischio di impoverimento dell'attuale livello di competenze, non assicurando un adeguato periodo di affiancamento delle nuove leve da parte dei ricercatori in uscita per garantire il travaso delle conoscenze.
Analoga attenzione occorre indirizzare alla formazione degli imprenditori e
dei lavoratori agricoli. Per evocare anche sul piano simbolico il legame
inscindibile tra ricerca, innovazione e crescita culturale dei soggetti
imprenditoriali andrebbero istituite borse di studio congiunte per giovani
imprenditori disposti ad innovare e giovani ricercatori, che insieme
potrebbero trascorrere periodi di apprendimento presso poli tecnologici e
scientifici di eccellenza;

4) assicurare - mediante il coinvolgimento delle organizzazioni sociali,
delle fondazioni culturali, delle banche e delle autonomie funzionali -
risorse aggiuntive a quelle pubbliche da destinare alla ricerca agricola. Un
impulso non irrilevante può venire dal nuovo piano regionale di sviluppo
rurale in corso di definizione e che potrebbe destinare risorse ad azioni
per la ricerca applicata, la diffusione dell'innovazione e la formazione. Un
coordinamento orizzontale della ricerca potrebbe, infine, ottenersi mettendo a punto una legge regionale. In tal modo, un programma concertato con le forze sociali legato al Fondo per sviluppo e ricerca, recentemente istituito dalla Regione Lazio e dotato di 60 milioni di euro, potrebbe costituire lo strumento strategico per attuare una politica organica a favore dell'innovazione nell'agroalimentare.



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