Italia

L'incredibile voglia di riscossa dell'olivicoltura italiana

Tre giorni intensi, ricchi d’iniziative, quelli che hanno caratterizzato la Tappa di Girolio 2016 dell'Associazione nazionale Città dell'Olio. Partita da Termoli, con una sosta a Campomarino e, per finire, a Guglionesi

26 luglio 2016 | Pasquale Di Lena

Un ritorno alle origini, quello delle Città dell’Olio, che ha il significato di una grande opportunità per l’olivicoltura e l’olio molisani, se gli attori che hanno firmato il protocollo d’intesa, Regione e Associazione Nazionale Città dell’Olio; il coordinamento molisano dell’Associazione; le organizzazioni professionali e cooperative; gli stessi produttori, hanno la voglia e il coraggio di affrontare le problematiche che caratterizzano il mondo dell’olio e decidono di fare: dell’olivicoltura, il punto di rilancio dell’agricoltura molisana; dell’olio, l’immagine di un territorio.

Se ben colta questa opportunità il Molise può tornare ad essere, così com’è stato il 17 dicembre del 1994, a Larino, con la costituzione dell’Associazione Nazionale delle Città dell’Olio, un esempio capace di coinvolgere e mobilitare le regioni olivicole del nostro Paese.
In pratica uno straordinario laboratorio che ha in un programma, sostenuto da una forte progettualità e da una precisa e puntuale strategia di marketing, la forza di mettere a disposizione - degli olivicoltori, frantoiani, la stessa industria olearia e il quadro complesso istituzionale - risultati capaci di cogliere le potenzialità che il mercato è in grado di esprimere. Si tratta di avere la voglia e la capacità di cogliere queste potenzialità e di farle esprimere in pieno.

Tutto questo per onorare le firme che hanno suggellato il protocollo firmato a Termoli nel giorno di apertura della manifestazione, evitando di rendere falsi e, pertanto, inutili le parole e i discorsi fatti.

Sogni, idee, progetti, coinvolgimenti degli attori sopra citati, tutto dentro una linea ben marcata da una programmazione, derivata dal recepimento del piano olivicolo nazionale e sostenuto dalle risorse del Psr, per progetti che servono al territorio e alla collettività, capaci di coniugare il rilancio di un’agricoltura in ginocchio con il lancio dei turismi, che proprio il territorio, con la sua storia, la sua cultura , i suoi paesaggi, le sue tradizioni e la bontà del suo cibo e della sua cucina, è in grado di esprimere.

La coltivazione arborea più diffusa, l’olivo, da sempre testimone della quasi totalità della superficie regionale, può davvero diventare il punto di partenza di una programmazione che guarda al futuro, dando segnali e risposte possibili agli altri comparti dell’agricoltura che – mi duole ripeterlo - è in profonda crisi. Basta la situazione tragica della campagna del grano, appena terminata, a dimostrare le sofferenze dei protagonisti di questo settore primario che rischia di perdere la sua natura contadina.

Sono molti, anche per l’olivicoltura, i segnali preoccupanti.

Dopo essere stato rinviato al mittente il progetto di una stalla di 12.000 manze, cioè di una zootecnia industriale che avrebbe fatto pagare prezzi altissimi ai valori ed alle risorse del territorio, l’industrializzazione questa volta riguarda l’agricoltura, e, nel caso specifico, proprio l’olivicoltura, con gli oliveti super intensivi che più di un olivicoltore ha programmato e sta per realizzare, accarezzato dai vivaisti e spinto dalle multinazionali spagnole che, così, impongono le loro varietà a scapito della nostra ricchezza di biodiversità olivicola. Oliveti previsti e perfino finanziati dal piano predisposto dal Ministero del’Agricoltura, che servono a rafforzare le gerarchie all’interno della filiera e ad affossare definitivamente l’olivicoltura contadina e il patrimonio di biodiversità, nel momento in cui tutto continuerà ad essere nelle mani dell’industria olearia e delle multinazionali che, come si sa, hanno un solo interesse, la quantità a scapito della qualità e, ancora peggio, della diversità.

Se questo succede è la fine dell’olivicoltura e dei territori più difficili, quelli collinari che, da sempre, sono sostenuti dagli olivi. Fa rabbia pensare che a intraprendere questa strada sbagliata, siano anche coltivatori arrabbiati della situazione che vive la nostra agricoltura e la sua olivicoltura. Il quadro è quello già visto in altre situazioni: si ritroveranno, dopo gli entusiasmi iniziali, nelle mani degli industria e delle multinazionali, senza neanche accorgersene, così com’è capitato nel passato per altri comparti dell’agricoltura e per la zootecnia.

Sta qui la necessità e l’urgenza di giocare d’anticipo dando spazio a incontri e riflessioni, a idee e progetti, a programmi e strategie capaci di affermare ancor più l’olivicoltura contadina contro un’olivicoltura di rapina qual è quella superintensiva. Olivicoltura contadina, la sola capace di recuperare e gestire gli oliveti oggi abbandonati, mantenere intatte la storia e la cultura dell’olio, due elementi fondamentali per conquistare il consumatore e affezionarlo all’uso del buon olio che, sempre più, ha la fama della bontà e della buona salute.

Il Molise, come hanno dimostrato i tre giorni di Girolio 2016, ha tutto per diventare un esempio, uno straordinario laboratorio, che mette a disposizione delle olivicolture delle altre regioni, i risultati più importanti per un rilancio dell’olivicoltura e l’affermazione dei suoi oli con il valore aggiunto equamente distribuito tra i diversi soggetti della filiera.

Questo perché niente sia, né come prima e, meno che mai, come ora, quando il mondo contadino è tenuto completamente fuori dai processi in atto.

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