Gastronomia
L'Italia delle contraddizioni che non sa scegliere tra precotti e alta qualità
E' un mondo alla rovescia in cui spopolano in televisione le trasmissioni dedicate alla cucina e al Cibus, invece, è il piatto pronto a dominare la scena. Nel frattempo mentre il settore agricolo si interroga sugli ogm, è Paolo Barilla a dire no al transgenico per il nostro Paese
09 maggio 2014 | Alberto Grimelli
Sugli ogm è in atto uno scontro strisciante da anni, tra chi è preconcettualmente ostile (Coldiretti e Cia), chi è tendenzialmente possibilista (Confagricoltura) e chi è nettamente favorevole (Futuragra).
Mentre il mondo agricolo discute, e si spacca, l'industria alimentare mette il punto.
”La naturalità del territorio è fondamentale per il nostro futuro” ha dichiarato all'Ansa Paolo Barilla, vice presidente del Gruppo Barilla, che aggiunge “è fatta di qualità della vita alta, vissuta con pacatezza e conoscenza. Non siamo un Paese adatto, da un punto di vista morfologico, agli Ogm che invece sono ottimali per aree di grande estensione e alta chimica.”
Un no articolato e con un occhio al mercato. “Io vedo il valore come nostro futuro. Attraverso la rotazione delle colture si possono avere prodotti migliori e avere terra più pulita.” ha sottolineato Barilla.
Preservare l'identità italiana, con le sue peculiarità, nel bene e nel male, interessa quindi ai grandi gruppi industriali alimentari che, anche su queste immagini, hanno costruito le proprie fortune.
Se l'immagine è importante per il marketing di queste aziende e se è l'agricoltore a costruirla, attraverso tutela del territorio, tradizioni, biodiversità, all'agricoltore deve andare una parte degli utili derivati dallo sfruttamento di questi simboli e valori. Chiamiamole pure royalities, da incassare magari proprio durante i negoziati di quei contratti di filiera che si stanno diffondendo sempre più.
Da quando i Fenici hanno inventato il denaro, le parole hanno perso gran parte del loro significato. Un grazie e una pacca sulle spalle sono gratificanti, prezzi equi e remunerativi per le derrate agricole Made in Italy ancor di più.
Già, il reddito, croce e delizia dei giorni nostri. Chi guarda al mercato interno, chi all'export.
“Nei prossimi anni - ha detto il vice ministro allo sviluppo economico Carlo Calenda - secondo gli analisti, il settore food è quello che crescerà di più in valore, +8,2% a fine 2017”.
Chi incasserà questo premio? Stando alla televisione, dove spopolano le trasmissioni di cucina, sarà certamente il settore dell'alta qualità e della tipicità. Dal Cibus, andato in scena nei giorni scorsi a Parma, emerge però una realtà diversa.
Una cucina del futuro con meno tempo ai fornelli e talvolta senza nemmeno accendere il gas. Nel terzo millennio mangeremo semi, cereali, come nell'era preistorica, mentre chi porta a tavola ancora lasagna e cannelloni lo farà magari con la besciamella in polvere, pronta a freddo aggiungendo acqua. Questo prefigurano alcuni responsabili marketing di grandi colossi.
Lasciando per un momento perdere le promozioni di patatine e simili ad opera degli chef immagine, si resta basiti di fronte alla proposta dello chef stellato Moreno Cedroni, l'uomo del ''susci'' all'italiana. Polpo pronto, baccalà cotto, o una pietanza di seppie e gamberi d'autore vengono distribuiti sottovuoto; e con 5 secondi al microonde si porta a tavola una specialità del cuoco marchigiano risparmiando personale in cucina e gas.
Alla faccia dell'artigianalità della cucina italiana.
A fianco di questi piatti pronti, da scaldare e via, troviamo le creazioni dello chef Tatsumoto, maestro dell'arte del sushi, che ha inventato il sushizola e il taleggiomaki, una fusion tra formaggi lombardi e la tradizione culinaria del Sol Levante.
L'Italia dell'agroalimentare è quella propostaci da Moreno Cedroni, con il take away Made in Italy, o l'arte culinaria di Tatsumoto che utilizza il meglio della nostra tradizione e qualità, magari adattandolo a diverse culture gastronomiche?
Il vice ministro Calenda ha annunciato che il governo ha intenzione di triplicare il budget per la promozione nel 2015, puntando sulla Grande Distribuzione, senza dimenticare, però, di difendere i prodotti italiani dai suoi nemici storici nel mercato globale: "bisogna lavorare - ha detto - sul riconoscimento delle indicazioni geografiche e la difesa dalla contraffazione. Bisogna poi diffondere il “divieto di evocazione”, ovvero proibire i segni che facciano pensare che un prodotto sia fatto in Italia quando non lo è".
Senza chiarirci le idee su cos'è il Made in Italy la partita rischia di chiudere in perdita.
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