Gastronomia

Artigiani del cibo. Una categoria che non esiste ma che ha voglia di crescere

Sono la maggioranza silenziosa dell'economia agroalimentare del nostro Paese. Producono quelle unicità che il mondo ci invidia, e ci compra, e che “l'industria poi cerca di copiare”. Per loro è pronto un mercato, soprattutto all'estero, ma bisogna andare a conquistarselo. Servono soluzioni su misura di piccola e media impresa. E qualcosa si muove

06 dicembre 2013 | Alberto Grimelli

Piacere, sono un artigiano del cibo. Vi è mai capitato di incontrarne uno? Sicuramente sì, nella quotidianità, ma non ve ne accorgete. Lo incontrate quando andate in panetteria, in pasticceria, in gastronomia, perfino al supermercato.

Piccole nicchie ma rassicuranti. Sapete che faccia ha, anche se non sapreste descriverlo; sapete di poter contare su di lui, all'ultimo minuto, magari a fronte di un distratto grazie; sapete di poter fare bella figura con gli amici portando in tavola i suoi prodotti. Piccole garanzie in un mondo che non dà certezze.
Poco o tanto che sia, gli artigiani del cibo sono la maggioranza dell'economia agroalimentare italiana. Spesso sono silenziosi, troppo, anche quando la grande industria cerca di scippare i loro valori e la loro stessa essenza. Prima di tutto il nome. E' un fiorire di falsi artigiani in televisione, negli spot pubblicitari, nelle inserzioni sui giornali. Loro che lo sono davvero stanno un passo indietro. Almeno fino ad oggi.

“I vecchi artigiani – ci spiega Mauro Mannocchi, Presidente di Confartigianato Roma – stanno lasciando spazio alle nuove generazioni. Si tratta di giovani laureati, con cultura elevata e una mentalità molto più aperta. Le loro aspirazioni erano di occuparsi di altro ma hanno riscoperto la bottega di famiglia in tempi in cui il lavoro è merce rara. Spesso ci si sono appassionati, portando idee nuove e aria nuova. Un fenomeno a cui assistiamo soprattutto nell'artigianato artistico... e in quello agroalimentare.”

Qualcosa è cambiato o qualcosa sta cambiando?
“E' un momento di passaggio – risponde Mannocchi – Si sta comprendendo che non si può andare avanti così, che occorre aprirsi, ma spesso le realtà artigiane sono micro imprese. Non hanno la struttura per affrontare i mercati mondiali che pure richiederebbero i nostri prodotti. E' per questo che sono venuti a chiedere aiuto a Confartigianato Roma. E noi abbiamo creato il Consorzio degli Artigiani del Cibo. E' un progetto in itinere. L'aspirazione è creare reti d'impresa che, condividendo e razionalizzando i costi, acquisendo il know how necessario, possano andare lontano e crescere.”

Crescere... ma fino a che punto? Poi non si rischia di farli diventare piccoli industriali?
“Lo schema per cui all'aumento dei volumi di vendita corrisponde uno snaturamento delle caratteristiche dell'impresa – ci spiega Mauro Loy, patron di Methos e del portale di internazionalizzazione Unica Italia – può essere agevolmente superato. Il segreto è la condivisione. Se siamo due imprenditori che fanno ottimo pesto alla genovese non siamo necessariamente concorrenti, possiamo essere partner d'affari di fronte al compratore che richiede volumi che nessuno dei due, singolarmente, sarebbe in grado di soddisfare.”

Ma c'è davvero così tanta voglia di Italia in giro per il mondo?
“Nessun Paese gode della nostra popolarità all'estero – ci dice Loy – ma spesso di questa popolarità si sono appropriati persino delle multinazionali. Abbiamo ancora una grande fortuna, solo gli artigiani sanno dare ancora quella sensazione autentica d'Italia. Ora occorre solo essere bravi a dare mercato a queste micro imprese, non necessariamente i grandi distributori ma nuovi sbocchi. Il vero made in Italy, quello del buono e ben fatto, tira ancora molto.”

Vero made in Italy, anche qui sta il punto
“Siamo stufi di quanti fanno fare il 90% del prodotto all'estero e poi ci appiccicano la targhetta made in Italy solo perchè hanno chiuso il lavoro in Italia – afferma Mannocchi – E' anche storia vecchia che l'industria cerchi di copiare i prodotti artigiani. I nostri imprenditori vogliono avere meno regole e più certe. Sanno che il nostro sistema legislativo, di controlli e certificazioni, è complicato ma è anche una sicurezza e un modello all'estero. Guai a smantellarlo. Sì invece a renderlo più efficiente e a misura di piccola e media impresa.”

Insomma gli artigiani del cibo italiani cominciano ad alzare la voce e a sgomitare. Certo, non hanno la forza di lobby consolidate, né le risorse per “imporre” certe linee editoriali ai media. Sono però migliaia, anzi decine di migliaia. E come disse un grande artigiano italiano a cavallo tra il 1400 e il 1550: “l'arco è la somma di due debolezze” (Leonardo da Vinci). Come dire, due debolezze fanno una forza...

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