Formazione

OCCASIONI DI DIALOGO CON IL MONDO ISLAMICO, NON CHIUSURE IN OASI FITTIZIE

Il caso del liceo "Agnesi" a Milano, le controversie su educazione e istruzione. Con la cultura bisogna fare i conti. Non separandosi, ma aprendo un confronto chiaro e costruttivo, senza complessi di inferiorità. Il comune sentire religioso non si può spegnere

18 settembre 2004 | Sante Ambrosi

Poche settimane fa la stampa e i vari media si sono occupati di un caso molto particolare del mondo della scuola. Intendo riferirmi all’esperienza che si voleva attuare a Milano presso il liceo “Agnesi”, creando una classe composta esclusivamente da alunni di fede islamica. Il collegio docenti aveva discusso molto a lungo su tale proposta e alla fine ha approvato. Lo stesso Provveditorato, messo al corrente, aveva sostanzialmente condiviso l’idea di provare questa strada per tentare di inserire questi giovani, che altrimenti rischierebbero di essere completamente emarginati dalla nostra società. L’intenzione, dunque, era buona perché intendeva avviare un processo di integrazione di questi alunni, che non volevano, anzi le loro famiglie non volevano l’inserimento nelle scuole pubbliche.

Divulgata questa iniziativa, ci fu subito una reazione molto dura, al punto che lo stesso Ministro della Pubblica Istruzione dovette intervenire per spegnere sul nascere un simile progetto. Sembrava che il caso fosse chiuso lì. Invece si riaprì subito, perché lo stesso Ministro, pensando di dover andare incontro in qualche modo alle richieste delle famiglie di religione islamica, che non sono presenti solo a Milano, ipotizzò una nuova proposta, quella di creare delle scuole parificate, legalmente riconosciute. Le reazioni a tale proposito furono ancora più dure e critiche. Si mise in evidenza che i gravi rischi cui si andava incontro erano molto seri. Queste oasi, come vennero chiamate, non solo non avrebbero favorito alcuna integrazione, ma avrebbero creato dei corpi estranei nella nostra società, ora perfino autorizzati dalle autorità competenti. Qualche autorevole opinionista ha anche sottolineato l’inopportunità di aprire un nuovo fronte di tensioni all’interno della scuola, già carica di problemi e oltretutto in una fase di riforme ancora non ben chiare e che destano non pochi problemi.

Noi comprendiamo le preoccupazioni delle famiglie di fede islamica, le quali vedono seri pericoli per la propria religione con l’inserimento dei figli in una scuola dominata da una cultura profondamente laica e da radicati pregiudizi nei confronti della religiosità, sia islamica che cattolica poco importa. La paura di vedere i propri figli perdere i legami con la tradizione islamica non va sottovalutata. Del resto è una paura che anche noi cattolici abbiamo conosciuto, soprattutto in passato, quando si voleva difendere il proprio patrimonio religioso creando delle oasi, delle scuole cattoliche che avevano in primo luogo lo scopo di difendere lo scopo di difendere i figli dagli influssi nefasti della cultura. Non si tratta di condannare però le scuole cattoliche. Esse hanno una funzione insostituibile nella dinamica di una crescita culturale e di stimolo, ma non in quanto oasi di difesa. Con la cultura bisogna fare i conti non separandosi, ma entrando dentro in un confronto chiaro e costruttivo, senza complessi di inferiorità. La soluzione, dunque, non va trovata attraverso chiusure artificiali, ma dentro la nostra cultura e dialettizzando con essa.

Anche noi siamo contrari ai tentativi che abbiamo evidenziato, ma non per motivi di ostilità nei confronti della cultura e della religione islamica, come si è sentito in alcuni interventi di uomini politici, che sono intervenuti in questa vicenda. Noi siamo contro queste iniziative perché vogliamo che la cultura islamica, come le altre culture entrino nel nostro universo culturale. E lo diciamo soprattutto per due motivi.

Il primo motivo. Non crediamo che le oasi protettive e chiuse al confronto servano ai giovani, sia islamici che di altre fedi. Il giovane ha bisogno di confrontarsi per verificare la sua posizione e per riscoprire e arricchire il proprio patrimonio di valori e, nello stesso tempo, per comunicare questi suoi valori alla cultura. La cultura ti provoca, ma nello stesso tempo deve essere provocata. E questa nostra cultura ha bisogno di essere provocata su certi temi che da troppo tempo ha messo da parte. Anche la teologia cristiana, se è per questo è abbondantemente ignorata e poco conta all’interno delle nostre scuole, ma non per questo deve abbandonare il campo, anzi è chiamata a una maggiore e più puntigliosa presenza. Desideriamo, quindi, che i giovani islamici entrino nelle nostre scuole per portare stimoli nuovi e fruttuosi per tutto il mondo della nostra cultura.

Il secondo motivo. La presenza dei giovani di fede islamica può – anzi: deve – essere di arricchimento anche per i giovani di fede cattolica o di altre fedi. Una presenza significativa e costruttiva, infatti, può aiutare lo stesso cristiano ad approfondire la fede, a riscoprire quei valori comuni che ci legano ad aprire nuove possibilità ed occasioni di dialogo che in breve tempo possono avere delle ripercussioni in tutta la società, non solo nostra, ma del mondo intero. E la scuola è un luogo privilegiato per avviare e concretizzare un lavoro del genere. Ma per concretizzare queste idee bisogna avere una classe politica che pensi seriamente alla scuola, al suo futuro, cogliendo il senso profondo e stimolante dei fenomeni migratori, senza cadere in confusioni deleterie o lasciando alle singole scuole il compito di risolvere problemi che riguardano tutta la società. Altrimenti si cade ancora in certe forme di localismo che già sta, in qualche modo, inquinando la scuola.

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