Economia

Vino italiano in svendita. Prendi tre e paghi due

L'analisi di Confagricoltura riguardo al nostro export è impietosa. Occorre recuperare valore per le nostre bottiglie o assisteremo a un lento declino. In vent'anni già persi tanti ettari vitati quanti oggi ne hanno la Lombardia, la Puglia e la Sicilia insieme

10 aprile 2010 | Graziano Alderighi

“Prendi tre e paghi due”, quella che è la regina di tutte le formule promozionali può, in estrema sintesi, dare l’idea di quel che sta succedendo al vino italiano sui mercati esteri. Come registrano i dati di Assoenologi, i flussi dell’export nel terzo trimestre 2009 indicano un aumento dei volumi da 12,9 a 14,1 milioni di ettolitri e una diminuzione degli incassi da 2,61 a 2,46 miliardi di euro. E poco consola il fatto che, nell’ultima parte dello scorso anno, ci sia stato un parziale recupero dei valori da -7,3% a -5,7% rispetto al trimestre precedente, mentre la crescita dei volumi è passata da +6,9% a +9,5%.

Una situazione decisamente critica, che preoccupa le imprese vitivinicole italiane, tanto che al tema “Prendi tre e paghi due”, con relative possibili soluzioni per uscire dalla crisi, Confagricoltura ha voluto dedicare un ampio dibattito in seno a Vinitaly, mettendo a confronto produttori e tecnici del settore. Sono intervenuti Giandomenico Consalvo, componente giunta esecutiva Confagricoltura, Piergiovanni Pistoni, presidente Federazione nazionale vitivinicola Confagricoltura, Lucio Mastrobernardino Az. Terredora, Giorgio Colutta Az. Colutta, Rhino Gatti Trade analyst ICE San Paolo. Le conclusioni di Federico Vecchioni, presidente Confagricoltura, e Adolfo Urso, vice ministro per il Commercio internazionale.

Il tutto è stato preceduto da una relazione di Giuseppe Martelli, presidente del Comitato italiano vini, sullo stato del settore.

La forte tensione che caratterizza i mercati internazionali, dove la diminuzione dei prezzi al consumo è evidente e in questa tendenza opposta, apparentemente schizofrenica, con valori in caduta e volumi in ascesa, c’è una precisa indicazione della domanda internazionale, orientata verso prodotti di buoni standard qualitativi, ma ad un prezzo sempre più contenuto. Questo sta mettendo in crisi molti produttori, costretti a rinunciare agli utili pur di mantenere le posizioni. Una situazione che, se dovesse durare a lungo, potrebbe determinare l’uscita dal mercato di parecchie aziende, iniziando da quelle della parte più debole della filiera.

Lo scenario che si è andato delineando nel terzo trimestre 2009 è dunque questo: a fronte della minore domanda, i produttori internazionali, con l’obiettivo di stimolare i consumi, hanno giocato la carta della riduzione dei prezzi, innescando una spirale negativa che non pare prossima ad esaurirsi. Una situazione di notevole rischio, anche perché la staticità del mercato interno italiano e le previsioni di rallentamento per i primi mesi del 2010 spinge sempre i nostri produttori a puntare sui mercati internazionali alla ricerca di spazi, che, in molti casi, sono di sopravvivenza.

Anche sul fronte dei consumi interni la situazione non è rosea; secondo i dati di Assoenologi oggi siamo a 43 litri pro capite, contro i 45 del 2007 (negli anni settanta il consumo di vino era di 120 litri pro capite), con tendenza ad una ulteriore diminuzione. E la pesante congiuntura economica comincia ad incidere anche sul valore dei vigneti per i quali, fatta eccezione per alcune "isole felici", la situazione è alquanto altalenante ed instabile.

Ma vediamo le cifre del “Vigneto Italia”: nel 2009 sono stati prodotti 44,5 milioni di ettolitri di vino, il 10% in meno della media decennale attestata su 49,5 milioni di ettolitri. Parallelamente è calata sensibilmente la superficie vitata, che nel 1980 era di 1.230.000 ettari, nel 1990 era scesa a 970.000 ed oggi è di 684.000 ettari (dati Istat).

“Negli ultimi vent’anni anni abbiamo perso tanti ettari quanti ne hanno oggi la Lombardia, la Puglia e la Sicilia insieme - dice il presidente di Confagricoltura, Federico Vecchioni, commentando i dati - con una tendenza ad un ulteriore ribasso, determinato dalle estirpazioni previste dall’Ocm vino e dalla scarsa remunerazione che sta caratterizzando il comparto produttivo, condizionato dalla schizofrenia dei mercati, che, se complessivamente crescono in volume, diminuiscono sensibilmente in valore”.

Nel 2009, sotto il profilo commerciale, i vini rossi hanno perso terreno a favore dei bianchi e Assoenologi stima che questi ultimi abbiano raggiunto il 55% del totale contro il 45% di rossi e rosati. Ma, soprattutto, dai dati del 2009 emerge un accentuarsi della moria di aziende che producono uva da vino, scese dalle 700.000 del 2005 a circa 670.000 (- 4,3%) e parallelamente, ma in maniera molto più pesante, sono diminuite le cantine in possesso di licenza per imbottigliare vino, precipitate dalle 30.000 del 2005 alle 25mila attuali (-17%).

Più o meno stabile la situazione delle denominazioni d’origine: se nel 2008 le Doc e Docg erano complessivamente 357, a fine 2009 erano diventate 363 con un incremento del 2%. Le Igt sono invece diminuite di una unità passando da 120 a 119 (complessivamente oggi le nostre denominazioni sono 365 contro le quasi 500 della Francia).

Il business complessivo dell’intero settore vitivinicolo italiano nel 2009 si è discostato di poco dai 13,5 miliardi di euro del 2008, ma con una flessione in valore dell’export, passato a poco più di 3 miliardi di euro. Nel 2007, con un incremento di volumi dello 0,2% l’incasso delle esportazioni era balzato a +7% e il prezzo medio al litro era salito da 1,75 a 1,90 euro, pari ad un incremento dell’8,5%. Il 2008 si era chiuso, invece, con un calo del 7,4% sulla quantità esportata, ma un +0,8% in valore.

Nel 2009 la situazione si è totalmente capovolta, la crisi mondiale ha provocato una stretta feroce della domanda internazionale. E purtroppo i segnali in questa prima parte del 2010 non sono incoraggianti.

Fonte: Confagricoltura

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