Economia

CON LA PET THERAPY LE FATTORIE SI APRONO AL SOCIALE

Il ricorso agli animali domestici a fini terapeutici è pratica antica riscoperta oggi con esiti sorprendenti. Un coinvolgente articolo di Alfonso Pascale mette in luce un fascinoso mondo ricco di riferimenti perfino letterari. Si aprono nuove opportunità per le aziende agricole, le cui aie sono da sempre luoghi di reciproche effusioni tra agricoltori e animali da cortile

31 luglio 2004 | Alfonso Pascale

Gli anglosassoni la chiamano Pet Therapy che letteralmente significa terapia con l’animale domestico da coccole. Si tratta di un aiuto alla persona per mezzo di un animale di compagnia. Un cane, un gatto o un cavallo, affiancati da operatori di diverse discipline, acquisiscono il ruolo attivo di co-terapeuti per aiutare persone con disturbi fisici o che vivono nel disagio psichico.

Il ricorso cosciente agli animali per fini terapeutici risale al1792, quando William Tuke in Inghilterra incoraggiò, per la prima volta, i malati mentali di cui egli si occupava a prendersi cura di animali. Aveva, infatti, intuito che questi avevano la capacità di indurre all’autocontrollo i suoi pazienti.
Che i cani ed altri animali domestici fossero capaci di relazionarsi con gli esseri umani, senza pregiudizi e prescindendo dall’aspetto esteriore, era già noto. Nell’Odissea, invero, il cane Argo è il solo che riconosce il padrone, tornato dopo venti anni sfigurato nell’aspetto fisico e reso indistinto dagli abiti che aveva addosso. E muore di gioia appena lo vede. Gli altri, la nutrice e la moglie hanno bisogno di prove: la cicatrice, il letto d’ulivo. Solo Argo è legato alla persona Ulisse e può riconoscerla senza ricercare segni particolari, senza giudicare o attendersi vantaggi futuri. E solo Omero, un poeta non vedente, oggi diremmo disabile, può renderci l’emozione di un episodio così vero.

Chi non ha trovato nella letteratura altri animali che si fanno fedeli compagni dell’uomo? Ne ricordo alcuni: il Coniglio Bianco di Alice nel Paese delle Meraviglie, Lassie, il collie più bello di Pont Greenall, protagonista dell’omonimo romanzo di Eric Knight, Pin del Piccolo alpino di Salvator Gotta, il barboncino Capi che segue Rémi in Senza famiglia, Totò, il cagnolino nero di Dorothy ne Il mago di Oz di Lyman Frank Baum, Zanna Bianca che diventa il miglior amico di Scott nel romanzo omonimo di Jack London, fino a un cane davvero esistito, Barone, che fa compagnia a Carlo Levi nel suo confino lucano e con lui è protagonista del Cristo si è fermato ad Eboli. Ma è nel Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupery che la Volpe spiega al bambino il significato autentico dell’ammansimento di un animale. “Se tu mi addomesticherai – essa afferma – la mia vita sarà come illuminata. Conoscerò un rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri… come una musica. E poi guarda! Vedi, laggiù in fondo, dei campi di grano? Io non mangio il pane e il grano per me è inutile. I campi di grano non mi dicono nulla. E questo è triste. Ma tu hai i capelli color dell’oro. Allora sarà meraviglioso quando mi avrai addomesticato: il grano, che è dorato, mi farà pensare a te. E amerò il rumore del vento nel grano…”. Addestrare un animale ad usare il suo cervello emotivo per comunicare con noi significa offrire una preziosa opportunità ad una persona che presenta disabilità sul piano intellettivo: essa, infatti, potrà instaurare con quell’animale una relazione affettiva ancor più intensa di quella che assicurerebbe il più esperto tra gli educatori. Un animale domestico ben addestrato è, dunque, un acceleratore di relazioni umane.

La Pet Therapy assume valore scientifico agli inizi degli anni ‘60 negli Stati Uniti, quando lo psichiatra infantile Boris Levinson osserva come le reazioni di un bambino autistico alla festante accoglienza di un cane lo aveva portato allo sblocco della propria chiusura. Solo nel 1975 Samuel ed Elisabeth Corson, riprendendo le ricerche avviate da Levinson, diedero a questo tipo di intervento il nome di terapia.
Da una decina d’anni se n’è incominciato a parlare anche in Italia. E’ del 1996 un primo programma di terapia con gli animali presso la Fondazione Robert Hollman di Cannero Riviera (Verbania). Nello stesso anno a Padova, nell’ambito di un programma dal nome provocatorio La fattoria in ospedale, alcuni agricoltori portano una o due volte a settimana, cani, galline e conigli dalle proprie aziende nel cortile di un reparto di pediatria, creando durante il ricovero un clima di festosa serenità. Nel frattempo, in diverse aziende agrituristiche e nelle fattorie didattiche, attività di maneggio coi cavalli e ippoterapia sovente nascono insieme.

Cresce il numero dei centri dove si fa Pet Therapy, attenti ad applicare in modo rigoroso procedure standard, definite dopo anni di sperimentazione dagli americani, e protocolli di controllo per gli animali coinvolti nei programmi. Essi, infatti, non devono mai essere usati, ma trattati come partner in relazioni di mutuo vantaggio.
Anche il Parlamento se ne sta occupando. Sono, in questi giorni, all’esame delle commissioni competenti diverse proposte di legge che trattano l’argomento. La comunità scientifica guarda con sospetto l’intrusione del legislatore in un campo ancora sperimentale. Strutture sorte per altre finalità, come l’Anire e l’Unire, tentano di proporsi per svolgere compiti di controllo, forse impropri. Si dimentica del tutto che di animali sono popolate le campagne. E poco si considera che la Pet Therapy può costituire un’ulteriore attività delle aziende agricole multifunzionali in collaborazione coi servizi socio-sanitari e ospedalieri territoriali. Integrando risorse per interventi agricoli, misure sociali e programmi di ricerca, si potrebbe dar vita a progetti pilota di notevole efficacia. In ogni caso, si aprono nuove opportunità per le aziende agricole, le cui aie sono da sempre luoghi di reciproche effusioni tra agricoltori e animali da cortile. Oggi che la società urbana si sta liberando da paure ancestrali e pregiudizi negativi verso gli animali e riconosce a questi addirittura un vero e proprio carisma taumaturgico, i territori rurali e le fattorie sociali che si collegano coi centri terapeutici potranno offrire ospitalità non solo a chi desidera semplicemente godersi la campagna, ma anche a coloro che intendono guarire.

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