Economia
L'agricoltura è il pilastro dell'economia della montagna
Il settore primario in montagna parte dal riconoscimento del valore ecosistemico delle imprese. Se il bosco aumenta, va tagliato secondo piani di gestione che considerino che dove c'era suolo agricolo, la conversione sia possibile senza pagare migliaia di euro per ettaro
23 settembre 2025 | 13:00 | C. S.
La filiera agricola produce in media il 16% del Valore aggiunto dell'economia montana italiana. Per un sesto delle 387 Comunità territoriali identificate dall'Uncem nel Rapporto Montagne Italia 2025 (sono 387 le aree omogenee delle Alpi e degli Appennini), l'incidenza economica della filiera sul PIL totale dell'area supera il 25%. Un quadro del PIL è agricoltura. Le filiere agricole risaltano nel panorama dell'economia montana, sono pilastro economico. Prima ancora del turismo. Per 129 comunità territoriali su 387 il Valore aggiunto della filiera supera i 20 milioni di euro. La presenza di imprese agricole è però più rarefatta in montagna dove ci sono 1,7 imprese per chilometro quadrato; in Italia sono 3,1. Nella seconda decade del XXI secolo il processo di abbandono delle superfici coltivate è proseguito con una certa intensità nel territorio montano che ha conosciuto una riduzione media della SAU del 14,3% con perdite particolasrmente accentuate in larga parte dell'arco alpino. Per contro aumentano - e non è un bene - le foreste in Italia: siamo ormai a 12 milioni di ettari di boschi, il 38% della superficie italiana. Mangiano prato pascolo e spazi agricoli. Non sono deserto: devono essere valorizzati con urgenza. Non siamo per la wilderness. La superficie forestale, che è ormai la copertura del suolo prevalente nell'intero Paese, è largamente maggioritaria nell'orizzonte della Montagna dove rappresenta 54,8% della superficie totale.
La dimensione media dell'impresa agricola nazionale è di 20 ettari (contro i 60 della Germania e i quasi 100 del Regno Unito),2 ma oltre il 70% del totale delle unità produttive agricole gestiscono appena il 12,6% della SAU (con una media di 5 ha/unità). In particolare, al Sud, una fetta rilevante delle unità agricole è dedicata all'autoproduzione (prima fra tutte la Calabria con il 54%, per un totale di 22,7% di SAU gestita). Una impresa agricola su tre è a conduzione familiare.
L'agricoltura è ancora volano dell'economia della montagna. Le Associazioni fondiarie, ASFO, sono la migliore innovazione - insieme a Cooperative di Comunità e Green Community - nata negli ultimi otto anni per combattere la parcellizzazione fondiaria, emergenza nazionale mai affrontata dall'alto. Le comunità locali dal basso, in montagna, costituendo ASFO (siamo a oltre 60 per circa 8500 ettari riuniti) generano aggregazione e superano l'abbandono. Che nelle aree montane è una delle emergenze più forti del consumo di suolo.

I dati del Rapporto Uncem sulle Montagne italiane - edito da Rubbettino e realizzato da Uncem nell'ambito del Progetto ITALIAE della Presidenza del Consiglio dei Ministri - sono di grande portata. Descrivono una agricoltura ancora motore di economia che ha bisogno di una nuova PAC, di non pedersi dietro a regole folli come quelle sul latte crudo e sugli STEC - che minerebbero migliaia di imprese e produzioni di altissima qualità, ma anche la biodiversità - e di lavorare finalmente, con Bruxelles e con il MASAF per evitare che la Politica agricola comunitaria continui a guardare solo all'agricoltura intensiva, alle grandi imprese, alla zootecnia fatta da milgliaia di animali concentrati nelle stalle. Nessuna demonizzazione per tutto questo da parte di Uncem, ma l'esigenza di dire che l'agricoltura sulle versanti salva le zone montane e le comunità di Alpi e Appennini, valorizza biodiversità in risposta alla crisi climatica e demografica, che riposizionano di fatto territori. Se il bosco aumenta, va tagliato secondo piani di gestione che considerino che dove c'era suolo agricolo, la conversione sia possibile senza pagare migliaia di euro per ettaro. Strumenti di civiltà: agricoltura, allevamento, silvicoltura sono pezzi del settore primario che marciano insieme. Ma se il bosco conquista supeficie agricola, servono nuove regole e nuove azioni, come Uncem ha anche suggerito nel G7 Agricoltura 2025 a Ortigia, promossi dal Ministro Lollobrigida e dal Sottosegretario D'Eramo. Non solo promozione dei prodotti: il settore primario in montagna parte dal riconoscimento del valore ecosistemico delle imprese che passa da una nuova consapevolezza culturale della montagna nel quadro delle Città e anche delle Amministrazioni comunali più grandi. I versanti dell'Alta Langa come della Valtellina o delle Madonie sono decisive per Cuneo, Torino, Palermo, Milano. Interdipendenza e azione per contrastare l'abbandono di suolo. Vale anche in tutto l'Appennino, dove la lenticchia di Castelluccio di Norcia salva Valnerina e tutta Umbria, pure Pescara e Roma con la presenza decisiva degli agricoltori. Il Rapporto Montagne italia toglie di mezzo la definizione di "metalmezzadri" di sessantottina memoria, ma anche la più recente "giardinieri della montagna". Definizioni errate. Agricoltori e allevatori, boscaioli e imprese agricole tutte sono portanti per l'economia. Devono avere adeguati redditi e questo va consentito con adeguate politiche.
Vediamo nel dettaglio i territori. Vadena e Terre d'Adige in Trentino, area Ingauna in Liguria, Colio in Friuli Venezia Giulia le quattro aree con maggiore densità di imprese agricole (è misurata dal numero di queste con la superficie territoriale del comune che le ospita, espresso in chilometri quadrati). Quattro aree del Trentino (Verano, Vadena, Val di Non, Val Venosta) ai primi quattro posti per valore aggiunto della filiera agricola. Aree montane della Locride (Calabri), del Collio (Friuli Venezia Giulia), con la piemontese Langa Astigiana Val Bormida e con l'area sarda della Bassa Valle del Tirso e Grighine ai primi quattro posti nel Rapporto Uncem per incidenza della fliera agricola (ovvero l''incidenza della filiera agricola sul valore aggiunto totale, PIL, di ciascuna Comunità Territoriale). Mentre c'è dove diminuisce la superficie agricola, vi sono aree del Paese dove aumenta: nella zona montana della Penisola Amalfitana (che non è solo mare checché qualcuno pensi), nella Carnia (FVG), nelle montagne lombarde del Lario Intelvese e della Valtellina di Morbegno, nelle Dolomiti Friulane Cavallo e Cansiglio. Numeri notevoli di crescita della SAU. Come quelli di dimunzione della superficie agricola, in forte calo (fino a meno 68%) nell'area montana del Lago d'Orta (Piemonte), nella zona appenninica della Versilia, in Alta Valle Camonica (Lombardia), nell'Appennino Pistoiese (Toscana), nella Valgrande e nell'area montana del Lago di Mergozzo (Piemonte). Arriva a quasi il 90% la superficie forestale (dato impressionante) nella zona montana toscana della Val di Bisenzio, nelle aree appenniniche ligure dell'Alta Val Trebbia e dell'Alta Val d'Aveto, nella zona piemontese del Lago d'Orta, nell'Appennino Pistoiese.
"Tutti i dati che si trovano nel Rapporto Uncem - commenta il Presidente nazionale Marco Bussone - sono di grande interesse e portata. Per una nuova rappresentazione della montagna italiana che smette di fare questua, di chiedere assistenza, di perdersi nelle solitudini e nel rancore. Anche l'agricoltura, come turismo ed Enti locali vincono nel NOI, dimenticando l'IO del campanile, inutile e dannoso se non sa lavorare insieme. Un esercizio di democrazia per valorizzare i territori montani, smettendoli di chiamare interni o marginali, e invertendo meccanismi promozionali che non partono dalle comunità che ci vivono. Con un futuro che passa appunto da agricoltura, zootecnia, silvicoltura, come mi ribadiscono Roberto Colombero e Tiziano Maffezzini, dalla Val Maira o dalla Valtellina di Sondrio, ma anche Vincenzo Luciano dalle zone montane del Vallo di Diano e degli Alburni, dove le produzioni lattiero-casearie sono possibili sono con una montagna rigenerata che al posto di piangersi addosso sa fare unità, coesione, comunione, anche nei confronti di Bruxelles che deve varare una PAC meno 'di pianura', più montana e più giusta".
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