Economia
Le tensioni sui prezzi dei prodotti agricoli anche prima della guerra
La crisi della filiera del grano duro-semola-pasta si era avviata già nel 2021 quando c’era stato un forte aumento dei prezzi della farina a causa della siccità che aveva colpito il Canada
31 maggio 2022 | C. S.
Cereali, latte e olio di girasole sono i prodotti che hanno subito maggiori rialzi nei primi mesi del 2022. È questo il dato che viene fuori dall’analisi condotta dalla Borsa Merci Italiana per il Festival del Giornalismo Alimentare partendo dai dati sui prezzi all’ingrosso per tratteggiare un quadro su prodotti e settori dell’agroalimentare maggiormente colpiti dall’inflazione nei primi mesi del 2022.
Tali incrementi sono conseguenza di una serie di cause di diversa natura, alcune delle quali presenti nei mercati già prima dello scoppio del conflitto russo-ucraino. Oltre al rincaro dell’energia a partire dalla seconda metà del 2021 si erano registrati consistenti rialzi nei prodotti agroalimentari sostenuti dalla ripresa della domanda mondiale post pandemica, dalle criticità della logistica e dall’impatto delle condizioni climatiche avverse.
La crisi della filiera del grano duro-semola-pasta, per esempio, si era avviata già nel 2021 quando c’era stato un forte aumento dei prezzi della farina a causa della siccità che aveva colpito il Canada. Situazione che si è quindi aggravata attualmente per le forti tensioni generate dal conflitto russo-ucraino: al grano bloccato nei porti del Mar Nero si aggiungono i timori per l’impatto negativo delle condizioni meteo poco favorevoli registrate in molte aree produttive globali (Nord Europa, Nord America).
Stesso discorso per gli oli vegetali, condizionati dalle difficoltà negli approvvigionamenti di olio di girasole dal Mar Nero e per il settore lattiero-caseario, dove già lo scorso anno si è avuto un forte rialzo del prezzo del latte e del burro, dovuto non solo al calo produttivo ma anche all’aumento del costo dell’energia, dei mangimi e dei foraggi.
Lo scoppio del conflitto russo-ucraino ha quindi accentuato tensioni preesistenti, in particolare per alcuni prodotti – come cereali e semi oleosi – alla base di molte filiere agricole e zootecniche, per i quali la regione del Mar Nero rappresenta un’area strategica di produzione ed esportazione mondiali.
Tra i vari incrementi, dall’avvio della guerra, spicca il prezzo del grano tenero nazionale (+31%) e, a cascata, della farina (+50%). Uno scenario che ha comportato, nell’ultimo anno, un balzo del +96% per i prezzi della semola di grano duro, a causa dell’impennata della materia prima (+86%) dovuta alla forte contrazione della produzione canadese. Forti gli aumenti anche per i risi italiani, da una parte a causa di una domanda superiore all’offerta e dall’altra a causa delle incertezze sulle prossime semine, legate alla siccità delle regioni del Nord Ovest, principali aree dedicate alla coltivazione del riso. I prezzi del Carnaroli, usato per la preparazione di risotti, e del Selenio, usato per la preparazione del sushi, sono più che raddoppiati rispetto a un anno fa. In alto gli oli vegetali, condizionati dalle difficoltà negli arrivi di olio di girasole dal Mar Nero. Dallo scoppio del conflitto, infatti, i prezzi sono aumentati di quasi il 70% per l’olio di girasole, nonostante il mercato abbia registrato a maggio una parziale ripresa delle negoziazioni dalle zone colpite dal conflitto. Diffusi rialzi anche nel settore lattiero-caseario, in particolare per il latte (+57% su base annua per il latte spot di origine nazionale), spinto da una raccolta in calo in alcuni dei principali player produttivi continentali e dall’aumento del costo dell’energia, dei mangimi e dei foraggi. Valori record per il burro, che a maggio ha raddoppiato il suo prezzo. Tra i formaggi, in rialzo il Grana Padano, principalmente a causa di una contrazione della produzione (+30% rispetto al 2021). Tra le carni si è stabilizzato, seppure su livelli alti, il prezzo delle carni di pollame (+32% per la carne di pollo, +59% per la carne di tacchino) dopo le tensioni di inizio anno dovute ai casi di influenza aviaria in Veneto. Tra le cause, l’aumento dei prezzi dei mangimi arrivati a livelli storicamente elevati (+41% per il mais).
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