Economia

IL LAVORO NEI CAMPI E’ PER CLANDESTINI, NEANCHE GLI IMMIGRATI REGOLARI VI SI AVVICINANO PIU’. UNA SITUAZIONE CHE ALIMENTA SFRUTTAMENTO E SCHIAVISMO

Aziende chiuse, multe salatissime. I controlli si inaspriscono in ogni regione italiana. Sull’agricoltura aleggia una nuova inquisizione e giungono a Teatro Naturale moltissime richieste di soccorso, dove trovare manodopera? Allarme non isolato che si spinge fino al Sud

28 ottobre 2006 | Alberto Grimelli

E’ iniziata la raccolta delle olive, fino a un mese fa eravamo in piena vendemmia.
La richiesta delle aziende agricole è sempre e soltanto una, dove trovare manodopera?
Già, perché sembra che neanche gli immigrati regolari vogliano più lavorare nei campi. Approdati magari sulle coste siciliane, pugliesi o calabresi cercano presto di fuggire dalle campagne verso le fabbriche del Nord, verso un impiego diverso.
In alcuni casi, dobbiamo ammetterlo, si tratta di sopravvivenza. Scappare dal caporalato e da forme di sfruttamento che uccidono, prima di tutto la speranza. Non sempre, però, la fuga corrisponde alla ricerca della salvezza fisica, alle volte è tentare di agguantare un sogno che porta inesorabilmente lontano dalle campagne.
Dei tre milioni di immigrati regolari che vivono e lavorano nel nostro Paese soltanto il 13,5% risiede nel Sud, dove l’agricoltura rappresenta ancora una grande componente dell’economia e del Pil del territorio. Non è un caso se nel Nord dell’industria e dei servizi si concentra ben il 59% della forza lavoro extracomunitaria.
Ecco allora gli appelli:
AAA manodopera agricola cercasi disperatamente.
Una situazione diffusa che assume contorni grotteschi in alcune zone d’Italia.

Il caso Foggia
Nell’ambito di una operazione del Comando Provinciale di Foggia e del Nucleo Ispettorato del Lavoro, con il coordinamento della Direzione Provinciale del Lavoro di Foggia, i militari si sono portati presso un’azienda agricola sita nelle campagne del comune di Orta Nova, per dare esecuzione ad un provvedimento di sequestro preventivo dei terreni appartenenti alla stessa impresa, con l’espresso divieto di uso, emesso dal Gip del Tribunale di Foggia a seguito di una precedente attività di controllo e verifica svolta dagli stessi carabinieri. Tempo addietro i militari denunciarono infatti il titolare dell’azienda in questione per aver avviato al lavoro di raccolta del pomodoro cittadini extracomunitari irregolari. All’atto dell’esecuzione del provvedimento, i militari hanno potuto verificare la presenza di altri lavoratori stranieri, che sono riusciti ad allontanarsi.

Il provvedimento di sequestro, precisa una nota del Ministero del Welfare, costituisce, di certo, uno strumento particolarmente incisivo nel contrasto allo sfruttamento di immigrati nel comparto agricolo, nonché un forte deterrente per gli stessi imprenditori.

L’agricoltore denunciato ha certamente violato la legge. Sulla base delle informazioni in nostro possesso non possiamo tuttavia affermare che stesse maltrattando i lavoratori irregolari impiegati nella raccolta.
E’ probabile, quindi, che l’imprenditore si sia visto costretto ad assumere immigrati clandestini.
E’ noto che, in alcuni areali, l’influenza del caporalato e della criminalità organizzata che lo gestisce è tale che si sia obbligati a sottostare a determinate regole, comportamenti, fino al punto da essere condizionati nelle scelte aziendali.
Senza voler tuttavia scomodare mafia, n’drangheta e simili, possiamo anche trovare spiegazioni più semplici, direi quasi banali.
Non c’è più manodopera da assumere per i lavori nei campi.
L’allarme è stato lanciato proprio dalla Coldiretti di Foggia. In una lettera alla Direzione Provinciale del Lavoro e ai centri territoriali per l’impiego il presidente Pietro Salcuni rende noto che le imprese agricole “non sono più in grado di reperire monodopera assumibile, neanche consultando coloro i quali risultano essere nelle liste dei disoccupati”.
“Le inevitabili misure repressive messe in atto dagli organi di controllo sul mercato del lavoro in Capitanata, in particolare agricolo, unitamente alle enormi ed insopportabili lungaggini burocratiche ed alle sopraggiunte indisponibilità dei lavoratori extracomunitari, richiesti attraverso i flussi, - spiega Salcuni - hanno messo a nudo le deficienze di un sistema che crea gravissimi disagi alle imprese”. Si prefigura uno scenario “disastroso per l’economia provinciale, non solo agricola, visto che le aziende sono costrette a lasciar deperire le produzioni in campo e sulle piante”.

Non si può prescindere, nel settore primario, dall’attività fisica.
I braccianti agricoli occorreranno sempre, specie laddove si raccolgano verdure o frutti delicati, da proteggere, la cui qualità è da salvaguardare. Nelle aree marginali, poi, non si può proprio fare a meno della manodopera, essendo complicatissimo, se non impossibile, meccanizzare le principali operazioni colturali.
Il mondo rurale richiede però molta flessibilità, le attività sono stagionali e le richieste di personale possono variare molto di anno in anno, di campagna in campagna. Tutto questo si traduce in precarietà, i lavoratori allora fuggono.
Occorre trovare nuove e diverse formule per incentivare il lavoro nei campi. Non solamente riducendo il carico contributivo e fiscale, operazione peraltro indispensabile, ma fornendo soprattutto strumenti ad hoc per la ricerca di personale, promuovendo il trasferimento della manodopera da una località all’altra, gestendo i flussi immigratori in funzione delle reali necessità dei diversi territori.
Non ci può essere rilancio né futuro per l’agricoltura italiana senza una risoluzione di tale annoso problema che, per portata e conseguenze, è ancora più grave e preoccupante del debito Inps accumulato da migliaia di aziende agricole e ora “sanato” dal Ministro De Castro.

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