Cultura

Le belle opere dell'artista clochArt

Poco prima di arrivare a Suvereto, la strada si divarica e lì proprio in mezzo, godendo di una doppia vista sul traffico del mondo, vive Federico Sguazzi

12 giugno 2010 | Nicola Dal Falco



L’OPERA E I GIORNI

La casa è l’opera, tutto il resto: schizzi, quadri, sculture sono i giorni. Mi pare sia questa la certezza che regoli albe e tramonti al civico 1 di via della Libertà.
Abitazione e studio, senza un vero confine, messi semmai in comunicazione da un giardino segreto, occupano lo spazio infinito di un bivio.

Poco prima di arrivare a Suvereto, la strada si divarica e lì proprio in mezzo, godendo di una doppia vista sul traffico del mondo, vive Federico Sguazzi.
Vive e lavora a passi misurati, respirando a fondo nelle pause concesse e revocate dalla malattia, esercitando sempre l’onesta, umanissima retorica dell’indignazione e dell’amore.

Federico Sguazzi

Questi due sentimenti sono gli unici che possano metterci in relazione con il prossimo, quando quest’ultimo non è preso a semplice pretesto o, peggio, come puro oggetto di distrazione.
Ci sarebbe anche la tolleranza, magnifica signora, di cui spesso a parole si ricordano le belle opere, ma lei governa volentieri le vite comode, libere (apparentemente) da malanni.

L’energia che sottende e muove questa casa-opera sembra essere fornita dall’imponderabile andirivieni dei cinque gatti: Mordicchio, Dorino, La Gigia, Giorgetto, Silvestro e dal buen retiro di Beppa e Rina, galline di compagnia.

Sono forse loro ad aprire una parentesi diversa, spostando il tempo in un dimensione sospesa, nell’attesa o nel suo contrario, esattamente come quando ci si mette di fronte ad un’opera d’arte.
Allora, non si sta più col flusso dei proprio gesti e pensieri, ma con lo sguardo dell’autore, forte di parole e gesti sciamanici.

A far crescere la sensazione di una verità suggerita, ovunque sparsa e messa a disposizione dell’ospite è anche il colore della casa.
Come definirlo? Color sabbia, corda, avorio, paglia, mollica, saliva, legno marino, budello, lacrima, opale, seme?

Certo è che l’intera casa, alberi fitti e lucciole comprese sembra foderata di tela, una tela appena sporcata per accogliere guizzi e zampate di un processo creativo a volte caustico, altre serafico e altre ancora solo straziato.

Nel lavoro di Federico Sguazzi c’è, infatti, la forma compiuta, colta all’istante e quella ancora abbozzata, la materia ignobile (plastica, legni esausti,lamiere, polistirolo, gommapiuma…) trasfigurata e al contrario l’idea tenera, vessata in tinte e contorni d’incubo, ripugnante.

Sotto il portico

Da ostinato raccoglitore, tutto diventa altro. In effetti, la casa-opera ha per dépendance la spiaggia del golfo di Baratti, riva infera per eccellenza eppure aperta all’azzurro, paragonabile ad una sorta di orizzontale ipogeo spazzato dai venti.
E fa piacere, un piacere arcaico, immaginare Federico insieme alla sua Euridice-Alessandra lasciare la spiaggia dopo aver centellinato i resti d’altri naufragi e tornare verso l’interno, la macchia e le colline di casa loro.

Detto questo, l’unico invito sensato sarebbe quello di andarlo a trovare, di scendere a patti con il paesaggio saturo delle sue stanze.

A questi fortunati ardimentosi do solo qualche indicazione come da un catalogo gettato in un angolo e arricciato per l’uso.
Per il momento, ai miei occhi (potenzialmente fallaci) il lavoro poetico di Federico Sguazzi, autonominatosi artista-clochArt, si potrebbe suddividere in due filoni:

i legni ritti o in piedi, perché rinati con un’aggiunta di grazia, senso e mistero fino a trasformarsi in veri e propri totem o antenati cui si aggiungono per affinità le bottiglie al vento e le lamiere;

i ritratti d’aldiqua che pescano in un’ombra indesiderata, ma insistente, frutto di un’attenzione gentile, ma altamente rischiosa; vere e proprie evocazioni, tenebre.

Il continuum che si è istaurato tra l’attività d’artista e lo spazio domestico trovano un nesso nel passato stesso della casa.
Qui, vivevano i genitori e il nonno, costruttore di calessini, carri e barrocci; qui, dove ora è l’entrata s’agitava il vino nei tini.

Sono frammenti bucolici, d’altri tempi legati, però, al fare di Sguazzi che cerca, traghetta e mette in cantina i propri.
Non sarà stato un caso che, al primo incontro con Federico, si sommasse quello con un suo amico, regista palestinese, interessato a narrare la storia epica e dura di un cane viaggiatore.




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