Cultura

Omaggio a Giuseppe Pontiggia, nel quinto anniversario della morte

27 giugno 2008 | Daniela Marcheschi

Giuseppe Pontiggia capiva la letteratura, la sapeva riconoscere come l’Orco delle favole sente infallibilmente «odor di cristianucci». Ne aveva una concezione di largo respiro, consapevole che la letteratura nasce nel più ampio dialogo e nell’appassionata negoziazione dei valori; che un dibattito franco contribuisce a chiarire le problematiche formali e ad arricchire il lavoro di tutti. Non per nulla era molto attento alla critica, con cui si misurava nello spirito di migliorare le proprie opere e di mettere ulteriormente a punto il proprio pensiero.

Pontiggia manca non solo come uomo – per quella persona civile, intelligente, affettuosa e compiuta in se stessa che era -, ma anche come pensatore acuto e libero, che sapeva distinguere fra compito critico dell’intellettuale e impegno dell’individuo, e che era in grado di costruire e guardare in alto, di cogliere magari in maniera illuminante e caustica una questione, un nodo della vita del nostro paese.

E, non ultimo, non manca certamente meno come scrittore tout court. Ĕ stato infatti uno degli autori che più si sono impegnati per restituire alla letteratura un serio fondamento razionalistico, un alto spessore espressivo e riflessivo insieme. La sua profonda attenzione alla cultura, lo studio tenace per meditare e dotarsi di strumenti conoscitivi sempre più adatti alla complessità del nostro tempo, ne fanno un esempio raro.

In un mondo in cui “raccontare una storia” è spesso inteso esclusivamente come l’attraente confezione di un prodotto di mercato, Pontiggia ha saputo essere popolare, cioè «populista» in senso forte (da non confondere con “demagogico” che è ben altra cosa), salvaguardando le istanze della letteratura autentica e la sua capacità di parlare al grande pubblico senza facili concessioni.

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