Ambiente

Fu così che il vertice di Copenaghen non soddisfò nessuno

Dieci giorni non sono bastati per trovare un accordo pratico e programmatico sul clima. Di ripiegamento in ripiegamento si giunse al piano B, pensando al Cop 16 di dicembre 2010 e ai piani di revisione del 2016

19 dicembre 2009 | Ernesto Vania

Non si poteva non raggiungere un accordo.
Troppi i leader presenti che altrimenti avrebbero perso la faccia, ma certo il risultato che si profila all’orizzonte, dopo una nottata di trattative, è ben al di sotto delle aspettative della vigilia.

Barack Obama non ha convinto.
Non ha convinto il suo discorso alla sessione plenaria del summit, non ha convinto la Cina su alcune questioni assai delicate ma sostanziali.

Stranamente non si tratta di soldi.
Qualche inevitabile polemica sulla modesta cifra stanziata dagli Stati Uniti, 10 milioni di dollari all’anno fino al 202, meno di quanto messo a disposizione dal Giappone ma, nel complesso i fondi messi in campo dai Paesi industrializzati sono elevati, la disponibilità immediata sarebbe di 10 miliardi di dollari annui, sia pubblici che privati, per poi salire a 50 miliardi entro il 2015 ed a 100 entro il 2020.

Fissato il principio che l'aumento della temperatura globale del pianeta non dovrà superare i 2 gradi centigradi, i problemi sono sorti quando si è entrati nel merito della discussione su come ridurre le emissioni per centrare l’obiettivo.

I nodi sono stati sostanzialmente due:
- entità delle riduzioni di anidride carbonica rispetto ai livelli degli anni 1990 e 2005
- come verificare che queste riduzioni vengano effettivamente attuate a livello di singolo Paese

Le cifre sulle riduzioni di CO2 sono state altalenanti e confuse, fino a essere contrassegnate, in documenti semi ufficiosi da enigmatiche X e Y. Ugualmente vaghe e poco chiare le date limite per tagliare le emissioni.
Si puntava al 202, si otterrà il 2050, uno slittamento assolutamente non positivo per un accordo che lo stesso Baraci Obama, ancor prima di sottoscriverlo, ha giudicato “imperfetto”.

A mettere i bastoni tra le ruote è stato soprattutto il premier cinese Wen Jiabao, che ha messo in chiaro che le responsabilità storiche per i cambiamenti climatici sono tutte dei Paesi ricchi e spetta a loro dunque occuparsene. Wen ha promesso di far onore ai suoi impegni, spiegando che il suo governo punta a tagliare "l'intensita' carbonica" (ovvero il livello di emissioni di CO2 necessari alla produzione di beni) del 40-45% entro il 2020, rispetto ai livelli del 2005.

E’ su queste basi che si dovrebbe sviluppare l’accordo, già definito piano B: riduzione delle emissioni di CO2 del 30% entro il 2050 per i Paesi emergenti e in via di sviluppo, dell’80% per i Paesi occidentali. Il che dovrebbe portare a un abbattimento del 50% delle emissioni globali enro il 2050.

Un accordo più politico che reale visto che il 2050 è molto lontano e queste cifre potrebbero essere riviste più volte di qui a quarant’anni.

Ancora una volta si rimanda e i cambiamenti climatici devono aspettare fino al dicembre 2010, quando si svolgerà la nuova conferenza (Cop 16).

Troppe infatti i veti incrociati. Dall’India che rigetta riduzioni così importanti, ai Paesi emergenti, Brasile in testa, che chiedono più soldi, fino all’opposizione della Cina a organismi internazionali per la verifica del rispetto del trattato.

Il Presidente di turno della Ue, Fredrik Reinfeldt, "Questi due paesi producono la metà delle emissioni mondiali. Ora devono semplicemente fare la loro parte, altrimenti non potremo mai raggiungere l'obiettivo di limitare a due gradi il riscaldamento globale".

Un appello che a Copenaghen non ha avuto risposta.

Aggiornamento 19 dicembre 2009 ore 10.00
Anche l'accordo minimo sembra svanire sotto i colpi dei Paesi africani che hanno accusato Stati Uniti, Cina, India e Sudafrica, relatori della proposta che trova anche il consenso Ue, si voler condannare a morte le economie africane.
Il più duro è stato il rappresentante del Sudan che ha accusato i Grandi di "olocausto" e di voler condannare a morte "milioni di persone".
Nell'ultima assemblea Venezuela, Bolivia, Cuba, Costarica, Nicaragua, nonché il Sudan e Tuvalu si oppongono alla bozza di accordo, considerata insufficiente, facendo mancare l’unanimità, necessaria per qualunque decisione all’Onu.

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