Ambiente

Parchi naturali: natura da vivere o santuari da adorare?

Il dilemma è se conservarli come luoghi inviolabili, escludendo quasi del tutto la presenza umana, o creare una struttura economica, che pur rispettosa dell’ambiente, ne permetta una più ampia fruizione. L'analisi di Daniele Bordoni e Silvia Ruggieri

21 febbraio 2009 | Daniele Bordoni, Silvia Ruggieri

Il dilemma non è da poco. L’Italia è ancora ricca di risorse naturali, ma come in tante altre parti del mondo, tali risorse sono minacciate dagli insediamenti umani. Una presenza quanto mai invadente che ha portato alla scomparsa di intere specie, eliminandole sia nel mondo della fauna che della flora. L’industrializzazione ha poi progressivamente eroso il resto, riuscendo quasi ovunque a rendere difficile l’esistenza agli stessi esseri umani, suoi creatori. Si sono salvati alcuni preziosi angoli, in cui la natura riesce ancora a mantenere un precario equilibrio: microsistemi che resistono e che, tutti ce ne rendiamo conto, andrebbero salvaguardati e preservati. La domanda è sul come procedere, quali azioni intraprendere e quale destinazione dare alle risorse naturali da salvaguardare.

Da alcuni anni a questa parte si sta affermando l’idea del “Parco Santuario”, luogo di conservazione di specie vegetali e animali, una sorta di “paradiso perduto” in cui resta da vedere quale ruolo dovrà svolgere la presenza umana. In sostanza si tratta di chiudere e di conseguenza rendere inaccessibile o difficilmente accessibile il bene da preservare. Si confida nell’interazione degli elementi che hanno permesso la sua conservazione e si limita l’intervento ad aspetti del tutto marginali. Gli eventuali insediamenti umani abbandonati vengono riassorbiti dall’ambiente che li ingloba, riappropriandosi degli spazi precedentemente utilizzati per l’insediamento.

Accanto a questa idea di “Santuario” si colloca anche il concetto di “wilderness” (luogo selvaggio e incolto). Possiamo dire quindi che accanto al mito della sacralità della natura, si ponga quello della mitizzazione dell’ambiente selvaggio. Ci si richiama ad una sorta di “paradiso perduto” come qualcosa di bello da riottenere, ma da osservare da lontano e non come attore partecipe, se non attraverso presenze sporadiche e pericolose.

L’essere umano secondo questa idea dovrebbe fare un passo indietro e permettere alla natura di riacquistare il predominio e ritrovare il proprio equilibrio perso attraverso il moltiplicarsi degli insediamenti.

Tutt’ altro concetto è quello del “Parco Naturale” visitabile, con alcuni percorsi sicuri, anche per una presenza limitata di veicoli, sentieri e percorsi sicuri per gli escursionisti, costruzioni limitate e discrete, mimetizzate nel bosco e un certo numero di guardiani. Intendiamoci è l’idea che è stata realizzata nei parchi statunitensi. Si entra passando una specie di stazione d’ingresso e pagando un ticket o sottoscrivendo un abbonamento stagionale o annuale. L’interno e controllato e pattugliato dai Rangers, un po’ guardie forestali e un po’ poliziotti, con compiti di sorveglianza, ma anche sanzionatori. A loro anche il compito di individuare i problemi e cercare di risolverli.

Quello che più appare evidente in questo tipo di struttura è l’aspetto economico. Una tale organizzazione richiede sicuramente dei costi, che possono essere sostenuti attraverso le quote di accesso richieste e attraverso contributi a carico delle strutture ricettive o economiche all’interno del parco stesso. E’ un equilibrio difficile ed è al contrario molto facile giungere a compromettere l’ambiente, nel caso in cui presenze eccedano delle quote sopportabili. Si impone l’esigenza di controllare il numero dei visitatori, a meno di non disporre, come negli USA, di estensioni così grandi da non correre molti rischi sotto questo punto di vista. Inoltre la limitazione degli spazi consentiti ai visitatori costituirebbe già una limitazione alle presenze.

Il modello statunitense ha il vantaggio di una lunga storia alle spalle. I parchi negli USA esistevano già nel XIX secolo e quindi si sono potute operare e correggere tante scelte nel corso dei decenni. Chi ha avuto l’occasione di visitare un grande parco americano, come Yosemite, Grand Canyon, Everglades, Sequoia ecc. ha potuto constatare, a parte la vastità, la varietà e la diffusione di tante specie animali e vegetali. Gli animali convivono facilmente e sono abituati alla presenza umana ed è facile avvicinarli, anche se non sempre consigliabile, in quanto alcune specie sono pericolose. Il cacciatore è bandito da queste aree e quindi le specie presenti hanno gradualmente perso il timore di avvicinarsi alle persone, persino a gruppi di persone.

Molte famiglie americane affidano i propri ragazzi e campi estivi presso i principali parchi e cercano sin da piccoli, di abituarli al mondo naturale e ad uno stile di vita più sano. Anche questo aspetto va tenuto in conto al momento di operare delle scelte. In fondo il ruolo educativo di un parco naturale può divenire un mezzo straordinario di crescita e di maturazione, soprattutto se indirizzato in questa direzione.

Lo svantaggio principale di questo tipo di parco è che richiede uno sforzo organizzativo notevole, un forte impiego di mezzi e una capacità di gestione di una realtà economica imponente. In sostanza, partire ed iniziare a mettere in piedi una struttura del genere richiede della capacità manageriali simili a quelle necessarie per condurre una grande impresa. Un vantaggio che è invece caratteristico delle nostre zone naturali è la dimensione. Per quanto estese, queste zone sono ben lontane dalle dimensioni dei parchi americani e comportano di conseguenza problemi di equilibrio in rapporto alla presenza umana, che potrebbe d’altro canto essere pù facilmente gestibile proprio per le ridotte dimensioni. Teniamo conto che gli USA pur avendo una popolazione di 300 milioni, ha una densità di meno di 31 abitanti per km, mentre l’Italia con meno di 60 milioni di abitanti, ha una densità di poco inferiore a 200 e una morfologia piuttosto accidentata con poche pianure e pochissimi luoghi abitabili.

Certamente non è semplice trovare la via più equilibrata, che comunque permetta di fruire del parco. La presenza umana non è necessariamente un impedimento. Tutto sommato è possibile: dipende soprattutto dal mondo in cui si confronta con l’ambiente, dai tempi e dalla quantità numerica e infine dipende dall’aspetto culturale e dal grado di consapevolezza. Se questi ultimi punti arrivano a costituire le linee guida, non è irragionevole ritenere che sia un obiettivo raggiungibile.

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