Ambiente
La plastica finisce nella nostra catena alimentare, avvelenandoci
Cresce in maniera esponenziale la presenza di frammenti di plastica negli oceani. Una volta in mare, gli oggetti di plastica possono frammentarsi in pezzi molto più piccoli, e diventare microplastica, assorbendo e cedendo sostanze tossiche
02 settembre 2016 | C. S.
Non solo discariche abusive che possono inquinare le nostre falde acquifere. Anche i mari e gli oceani sono fortemente inquinati.
E' quanto afferma il nuovo rapporto di Greenpeace “La plastica nel piatto, dal pesce ai frutti di mare”.
Sempre più plastica viene ingerita dagli organismi marini e può risalire la catena alimentare fino ad arrivare nei nostri piatti.
Il rapporto, realizzato dai laboratori di ricerca di Greenpeace, raccoglie recenti studi scientifici sugli impatti di microplastiche e microsfere (presenti in molti prodotti domestici e nei cosmetici) su pesci, molluschi e crostacei.
Cresce in maniera esponenziale la presenza di frammenti di plastica negli oceani: una volta in mare, gli oggetti di plastica possono frammentarsi in pezzi molto più piccoli, e diventare microplastica. E possono assorbire e cedere sostanze tossiche che, è dimostrato, vengono ingerite da numerose specie di pesci e molluschi comunemente presenti nei nostri piatti, con impatti allarmanti.
Un caso a parte sono le microsfere: minuscole sfere di plastica prodotte proprio per essere usate in numerosi prodotti domestici. Un recente rapporto di Greenpeace Est Asia ha analizzato le politiche ambientali di 30 imprese del settore dei cosmetici e altri prodotti domestici, mostrando che nessuna azienda ha piani efficaci per l’eliminazione tempestiva delle microsfere.
Purtroppo gli effetti sulla salute umana sono ancora troppo poco studiati ma i dati disponibili confermano la necessità di applicare con urgenza il principio di precauzione, vietando la produzione di microsfere e definendo regole stringenti per ridurre in generale l’utilizzo di plastica. Si stima che ogni anno arrivino in mare 8 milioni di tonnellate di plastica, tra microsfere e frammenti di altri rifiuti.
“Una mole crescente di prove scientifiche mostra che le microplastiche possono generare gravi conseguenze sugli organismi marini e finire nei nostri piatti. Un bando alla produzione di microsfere è, per il Governo e il Parlamento, la via più semplice per dimostrare attenzione agli effetti dell’inquinamento del mare e ai relativi rischi per la salute umana anche se è solo un primo passo per affrontare il gravissimo problema della plastica nei nostri oceani” afferma Giorgia Monti, responsabile Campagna Mare di Greenpeace Italia.
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