Mondo Enoico
Il caolino nel vigneto, uno scudo riflettente contro lo stress termico, ma non per tutti i terreni
Uno studio biennale condotto nelle Marche su Verdicchio in due vigneti a diverso vigore rivela però che la sua efficacia non è universale: funziona bene in contesti asciutti e poco vigorosi, mentre in situazioni di alto vigore o umidità i benefici si riducono drasticamente, limitandosi spesso al solo abbassamento della temperatura fogliare
08 giugno 2026 | 13:00 | R. T.
Le estati sempre più roventi e le ondate di calore che iniziano già a maggio mettono a dura prova la fisiologia della vite. Quando l’aria supera i 35°C, i meccanismi di regolazione della pianta vanno in crisi: gli stomi si chiudono per limitare la perdita d’acqua, ma così facendo bloccano anche l’assimilazione della CO₂. Il risultato è una drastica riduzione della fotosintesi, con accelerazione della maturazione, accumulo eccessivo di zuccheri, crollo dell’acidità e aumento del potenziale alcolico. In questo scenario, il caolino è stato proposto come una barriera fisica in grado di riflettere le radiazioni infrarosse e ultraviolette, riducendo la temperatura di foglie e grappoli. Tuttavia, come emerge da un recente studio condotto su Verdicchio in due annate consecutive (2022 e 2023) dall’Università Politecnica delle Marche, la risposta della vite non è sempre la stessa.
Due vigneti, due storie: il ruolo centrale del vigore
La ricerca ha confrontato due vigneti commerciali aziendali distanti solo cinquecento metri, entrambi allevati a Guyot, ma con differenze sostanziali. Il primo, denominato “Querce”, presenta vigne a basso vigore, innestate su SO4 (sensibile allo stress idrico) e situate su un pendio più ripido (20%), che favorisce il drenaggio e accentua la siccità. Il secondo, “Moro”, è invece ad alto vigore: pendenze dolci (6%), portinnesto Kober 5BB (più tollerante alla siccità) e una maggiore copertura vegetale, confermata sia da analisi di immagini con l’app VitiCanopy (porosità minore e cover maggiore) sia da mappe NDVI derivate da satellite. In pratica, “Moro” parte già avvantaggiato dal punto di vista idrico, mentre “Querce” è più esposto allo stress.
Gli scudi riflettenti funzionano meglio quando l’acqua scarseggia
Nel 2022, anno caratterizzato da cinque ondate di calore già prima dei trattamenti estivi e da precipitazioni estive molto scarse (soli 82 mm da giugno ad agosto), gli effetti del caolino sono apparsi evidenti solo nel vigneto a basso vigore. Qui, le piante trattate hanno mantenuto una conduttanza stomatica più elevata nelle ore più calde, mentre i testimoni chiudevano gli stomi per sopravvivere. Di conseguenza, la fotosintesi netta delle viti con caolino è rimasta stabile, a differenza dei controlli che hanno subito un forte calo a metà estate. La temperatura fogliare si è abbassata mediamente di 2-3°C. Nel vigneto “Moro”, invece, grazie a una maggiore vigoria e disponibilità idrica, il caolino non ha migliorato significativamente gli scambi gassosi, limitandosi a un modesto effetto di raffreddamento fogliare.
Nel 2023, più piovoso e con una distribuzione delle piogge più uniforme, le differenze si sono quasi azzerate. In pratica, quando la vite non soffre, il caolino aggiunge poco. Questo dato è fondamentale per il tecnico: il prodotto non è un “attivatore universale”, ma un correttivo per situazioni di stress termico-idrico acuto.
Meno zuccheri e più acidità, ma solo nel vigneto “fragile”
Sul piano produttivo, i risultati confermano la stessa tendenza. Nel 2022, a “Querce”, il caolino ha aumentato il peso dell’acino del 23% e la produzione per vite da 3,4 a 4,9 kg, grazie a grappoli più pesanti. Nello stesso anno, a “Moro” non si sono viste differenze significative di resa. Nel 2023, nonostante una grandinata e una maggiore incidenza di marciumi, le viti trattate a “Querce” hanno comunque prodotto quasi il doppio dei testimoni (1,6 contro 0,8 kg per vite), con acini più pesanti e grappoli meglio formati. Anche in questo caso, l’effetto è attribuibile a una migliore tolleranza allo stress e, probabilmente, a una minore incidenza di botrite e peronospora, come già segnalato in altre ricerche.
Per quanto riguarda la qualità del mosto, l’effetto più interessante è stato la riduzione degli zuccheri e il mantenimento dell’acidità. Nel 2023, sempre a “Querce”, il caolino ha ridotto il grado Brix da 26,2 a 24,1 e ha fatto salire l’acidità titolabile da 4,9 a 7,0 g/l, con un effetto positivo sull’acido malico. Nei vini ottenuti da queste uve si è tradotto in una gradazione alcolica più bassa (14,49% contro 15,68%) e un pH leggermente inferiore. Al contrario, nel vigneto “Moro”, le differenze tra vino trattato e testimone sono risultate statisticamente nulle.
Quando e dove ha senso usare il caolino?
I dati suggeriscono che il caolino non è una scelta tecnica neutra, ma va impiegato in modo mirato. La sua efficacia è massima in vigneti con le seguenti caratteristiche: bassa vigoria, suoli superficiali o pendii acclivi, portinnesti poco tolleranti alla siccità e in annate con stress termico precoce e prolungato. In questi contesti, il miglioramento della fotosintesi si traduce in una produzione più equilibrata e in una qualità del vino più vicina agli standard attuali (minor alcol, maggiore freschezza). Al contrario, in vigneti già vigorosi, con buona disponibilità idrica e annate fresche, il caolino offre vantaggi minimi e potrebbe persino ridurre leggermente l’attività fotosintetica nei periodi di minore stress, schermando una radiazione che la pianta potrebbe invece utilizzare.
Un altro aspetto critico emerso dalla ricerca è la tempistica. Nel 2022, i primi trattamenti sono stati effettuati a metà luglio, ma le ondate di calore erano già iniziate a maggio. Questo suggerisce che, con il clima attuale, andrebbe valutata un’applicazione più precoce, subito dopo l’allegagione, per proteggere la vite in una fase fenologica sempre più esposta a picchi termici anomali. Attualmente i calendari tradizionali sono spesso in ritardo.
Un alleato da usare con criterio, non una bacchetta magica
In conclusione, il caolino si conferma uno strumento valido nella strategia di adattamento al surriscaldamento climatico, soprattutto per quelle aziende che operano in ambienti caldo-aridi o su terreni difficili. Non va però considerato una soluzione automatica. La sua efficacia dipende strettamente dall’interazione tra annata, vigoria della vite e disponibilità idrica. Prima di consigliarne l’uso su larga scala, è opportuno valutare la variabilità interna del vigneto – magari con l’aiuto di mappe di vigore NDVI – e adattare l’applicazione solo alle aree più stressate. In un’ottica di gestione sostenibile e di precisione, il caolino è un eccellente alleato, ma solo se usato dove e quando serve davvero.
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