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Il biochar in vigneto è un alleato contro lo stress idrico, ma non per tutti i terreni

Il biochar in vigneto è un alleato contro lo stress idrico, ma non per tutti i terreni

Un anno dopo l’applicazione di biochar da potature in tre vigneti biologici del Chianti Classico, i ricercatori del CNR hanno misurato un miglioramento della coesione del suolo, un aumento della sostanza organica e una riduzione dello stress idrico della vite

01 giugno 2026 | 16:00 | R. T.

Nel panorama delle soluzioni per l’adattamento al clima che cambia, il biochar si sta ritagliando un ruolo da protagonista. Non solo come strumento di carbon farming, ma anche come ammendante capace di modificare le proprietà fisiche del suolo. Ma funziona allo stesso modo in tutti i vigneti? A questa domanda prova a rispondere uno studio condotto nell’ambito del progetto B-Wine (Biochar per aumentare la sostenibilità e la resilienza della viticoltura), finanziato dal Programma di Sviluppo Rurale della Regione Toscana e pubblicato sulla rivista Land. I risultati, ottenuti in tre aziende biologiche del Chianti Classico, offrono spunti concreti per chi valuta un investimento di medio-lungo periodo in questo ammendante.

Un esperimento su terreni diversi ma gestione omogenea

La ricerca, condotta da un team del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR IBE e CNR IGG), ha preso in esame tre siti vitati nella zona compresa tra Siena e Firenze. La scelta non è casuale: le tre aziende (Badia a Coltibuono, Corzano e Paterno, e Felsina) condividono il vitigno (Sangiovese) e le pratiche di gestione biologica, ma si differenziano per un fattore cruciale: il tipo di suolo. Nel dettaglio, il sito SA presenta una tessitura limo-argillosa, il sito SB una franco-limoso-argillosa, mentre il sito SC è decisamente più sabbioso (sandy loam). Il biochar, prodotto da potature di frutteti tramite pirolisi lenta a 500°C, è stato distribuito nell’aprile 2023 alla dose di 16 tonnellate per ettaro di peso fresco (circa 10,4 t ha⁻¹ di sostanza secca), interrato a 30 cm. Un anno dopo, nel 2024, i ricercatori hanno misurato gli effetti su suolo, fisiologia della vite e produzione.

Meno compattezza e più carbonio, con una sorpresa sui carbonati

L’analisi del suolo ha evidenziato un miglioramento generalizzato delle proprietà fisiche. La densità apparente è diminuita dal 5 al 16%, segno di una riduzione del compattamento, con l’effetto più marcato nel terreno argilloso di Badia a Coltibuono (da 1,53 a 1,39 Mg m⁻³). Contestualmente, la porosità totale è aumentata, favorendo l’aerazione e la penetrazione radicale. L’incremento del Carbonio Organico Totale (TOC) è stato il segnale più evidente. Se nel suolo sabbioso di Felsina, povero di partenza, il TOC è schizzato da 2,90 a 9,09 grammi per chilo (un incremento di oltre il 200%), nei suoli più fertili l’aumento è stato più contenuto ma comunque significativo (attorno al 50%). Un dato inatteso ha riguardato il carbonato di calcio (CaCO₃), diminuito in tutte e tre le parcelle trattate con biochar rispetto ai controlli, con riduzioni comprese tra il 40 e il 55%. Gli autori avanzano un’ipotesi: la possibile dissoluzione dei carbonati indotta dalla maggiore attività microbica e dalla micro-acidificazione locale generata dai gruppi funzionali della superficie del biochar. Tuttavia, con la necessaria cautela, i ricercatori non escludono che parte della differenza possa derivare da un artefatto analitico dovuto alla capacità del biochar di adsorbire o trattenere la CO₂ prodotta durante la reazione di misura o, al contrario, che una parte della riduzione misurata rifletta semplicemente una variabilità spaziale preesistente. Il dato resta comunque degno di nota e merita approfondimenti.

Idrologia del suolo: l’effetto cambia con la tessitura

Uno dei nodi più complessi riguarda la conducibilità idraulica satura (Ksat), ovvero la capacità del suolo di trasmettere acqua in condizioni di saturazione. Lo studio conferma che la risposta è strettamente tessitura-dipendente. Nel suolo sabbioso di Felsina, la Ksat è diminuita (da 56,56 a 38,66 mm h⁻¹, anche se la variabilità è alta), probabilmente a causa dell’intasamento dei macropori da parte delle particelle fini di biochar. Al contrario, nel terreno argilloso di Badia a Coltibuono, il biochar ha favorito la formazione di aggregati stabili e una rete di pori continui, incrementando leggermente la conducibilità. Questo significa che l’ammendante non uniforma i terreni, ma tende a esaltare le caratteristiche idrologiche di partenza: riduce la lisciviazione nei sabbiosi e migliora il drenaggio negli argillosi.

Acqua nel suolo e linfa nella pianta: il dato più solido

L’effetto più coerente e positivo si osserva sulla capacità di ritenzione idrica. Durante la fase critica della maturazione degli acini (fine luglio), il biochar ha mantenuto un’umidità del suolo significativamente più alta rispetto al controllo in tutti e tre i siti. A Corzano e Paterno, ad esempio, l’umidità nel trattamento biochar era attorno al 22% contro il 10% del testimone. Questo si è tradotto in un netto miglioramento dello stato idrico della vite, misurato attraverso il potenziale idrico fogliare a mezzogiorno (Ψmd). Mentre nella fase di sviluppo dei frutti (fine giugno) non si registravano differenze (le riserve idriche erano ancora sufficienti), durante l’invaiatura le viti nei suoli trattati hanno mostrato valori di Ψmd meno negativi, passando da uno stress severo (controllo, tra -1,6 e -1,8 MPa) a uno stress moderato (trattato, tra -1,2 e -1,5 MPa). Secondo le classificazioni di van Leeuwen e Deloire, si tratta di un passaggio di fascia che ha un impatto diretto sulla qualità e sulla stabilità produttiva.

Resa: quasi il 42% in più, ma con eccezioni

Alla fine della stagione, la produzione per pianta è stata pesata. La media dei tre siti mostra un incremento medio del 42% circa, un dato apparentemente clamoroso che però va letto con attenzione. La media è trainata dai due siti con suoli più fini e strutturati. A Badia a Coltibuono si è passati da 1,0 a 1,8 kg/pianta, a Corzano e Paterno da 1,6 a 2,2 kg/pianta. Nel sito sabbioso di Felsina, invece, non si è osservato alcun incremento produttivo significativo, nonostante il miglioramento di alcuni parametri chimici. Questo suggerisce che, almeno nel breve termine, il beneficio del biochar sulla resa si manifesta pienamente solo quando si accompagna a un sensibile miglioramento della disponibilità idrica estiva. Dove l’acqua resta il fattore limitante nonostante l’ammendante, la produzione non decolla.

Spettroscopia NIR e monitoraggio: meno errori, più precisione

Un aspetto tecnico di rilievo per i professionisti riguarda il metodo di monitoraggio. I ricercatori hanno utilizzato la spettroscopia NIR (Near Infrared) per rilevare le variazioni di umidità e carbonio. È emerso che il biochar altera in modo significativo la “firma spettrale” del suolo, riducendo l’albedo (la riflettanza) e appiattendo le curve. Per poter usare questi strumenti portatili o satellitari (come Sentinel-2) in campo, è stato necessario sviluppare un algoritmo di correzione che isolasse l’effetto dell’acqua da quello del biochar. La lezione è chiara: i modelli predittivi standard per il carbonio o l’argilla non funzionano più in presenza di biochar; servono calibrazioni specifiche.

Conclusioni: uno strumento potente, ma non universale

Lo studio, seppur basato su una sola stagione (un limite riconosciuto dagli stessi autori, che auspicano monitoraggi di lungo periodo), fornisce alcune indicazioni pratiche. Il biochar si conferma un investimento di lungo termine, non richiedendo applicazioni annuali come i fertilizzanti. È efficace nel ridurre il compattamento, nell’aumentare la sostanza organica (specie nei suoli degradati) e nel migliorare il bilancio idrico della vite durante i picchi di stress estivo. Tuttavia, non è una bacchetta magica. Nei terreni eccessivamente sabbiosi, l’effetto sulla resa può essere nullo; in quelli già fertili, i miglioramenti sono marginali. La scelta di utilizzarlo, quindi, dovrebbe basarsi su un’analisi pedologica approfondita e su una chiara strategia aziendale: se l’obiettivo è aumentare la resilienza idrica in terreni a medio impasto o franco-argillosi, i dati del B-Wine danno ragione all’investimento. Se invece si cerca di trasformare radicalmente un suolo sabbioso povero, il biochar da solo non basta. In un mercato dove i crediti di carbonio da biochar sono già una realtà, l’invito per il viticoltore è a valutare questo ammendante non come un fertilizzante, ma come un’opera di ingegneria naturalistica del suolo, i cui effetti vanno compresi e gestiti anno dopo anno.

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