Mondo Enoico
Risposte fenologiche della vite al riscaldamento invernale nel Sud Italia
L’aumento delle temperature invernali sta alterando i cicli dormienti della vite, esponendola a rischi crescenti di gelate primaverili. Correlazione significativa tra l’anticipo di germogliamento, l’idratazione del fusto e il consumo delle riserve amilacee
06 maggio 2026 | 15:00 | R. T.
Gli effetti dei cambiamenti climatici in viticoltura non si limitano alle note problematiche estive come ondate di calore, siccità e scottature solari. Un aspetto spesso sottovalutato è l’impatto delle temperature miti durante il periodo di dormienza invernale. Un lavoro pubblicato su Foods (Dinu et al., 2021) ha documentato un caso esemplare avvenuto in un vecchio vigneto di Pescoluse, nel Salento, dove l’11 gennaio 2020 si è osservato un diffuso germogliamento invernale, con gemme arrivate fino allo stadio BBCH 17 (sette foglie spiegate). Questo fenomeno, anomalo per il pieno inverno, rappresenta un campanello d’allarme per i viticoltori e i tecnici del settore.
L’analisi dei dati meteorologici della stazione di Presicce, confrontando i normali climatici 1961-1990 e 1991-2020, conferma un netto riscaldamento dell’area salentina. Le temperature minime medie di novembre, marzo e aprile sono aumentate in modo statisticamente significativo, mentre le temperature massime sono cresciute in tutti i mesi considerati (da novembre ad aprile). Nella stagione 2019-2020, le temperature accumulate (Growing Degree Days con base 6°C) hanno superato la media 1991-2020 del 26% a novembre, del 43% a dicembre e del 32% a febbraio. In particolare non si è verificato alcun evento di gelata (temperatura minima sotto 0°C) nei mesi invernali, condizione che ha favorito l’anticipo della fine dell’ecodormienza. Come noto, la vite necessita di poche decine o poche centinaia di ore a temperature inferiori a 7°C per superare l’endodormienza; un inverno troppo caldo può quindi indurre un germogliamento precoce, esponendo i vigneti a rischi elevati di danni da gelate primaverili, come discusso anche da Leolini et al. (2018) e Meier et al. (2018).
Risposta sistemica della pianta: idratazione e riserve di amido
L’indagine condotta su 266 piante (pari a oltre 40.700 gemme osservate) ha permesso di andare oltre il semplice rilievo fenologico. Su un sottogruppo di 132 viti, i ricercatori hanno misurato l’umidità dei tralci e il contenuto di amido nei tessuti legnosi, utilizzando un metodo spettrofotometrico basato sulla complessazione con Lugol. Le correlazioni di Pearson emerse sono molto chiare e statisticamente significative (p < 0.001). Più avanzato era lo stadio di germogliamento (BBCH medio e massimo), maggiore risultava l’umidità del fusto e minore il contenuto di amido. In altre parole, il germogliamento anticipato non è un fenomeno localizzato solo sulle gemme, ma innesca una risposta fisiologica sistemica: i tralci si idratano e le riserve carboniose accumulate vengono mobilitate per sostenere la crescita dei nuovi getti. Questo consumo precoce di riserve può tradursi in una minore energia disponibile per la ripresa vegetativa primaverile, con potenziali ricadute negative sulla produzione e sulla qualità dell’uva. Inoltre, è stato osservato un marcato effetto acrotono: la variabilità fenologica tra gemme (deviazione standard del BBCH) era tanto maggiore quanto più alto era il BBCH medio, indicando che i germogli apicali crescono a scapito di quelli basali, un meccanismo che in condizioni normali protegge le gemme produttive, ma che in questo caso ne compromette l’uniformità.
Biodiversità varietale come chiave di adattamento
Uno degli aspetti più interessanti dello studio riguarda la diversa suscettibilità al germogliamento invernale mostrata dagli otto genotipi identificati nel vigneto. Attraverso analisi SNP con array Vitis18kSNP e descrizione ampelografica, sono state confermate varietà note come Negroamaro, Malvasia nera di Brindisi e Malvasia bianca lunga, mentre Sprino, Baresana, Bianco Palmento e Uva Gerusalemme sono risultati profili genetici non corrispondenti a dataset preesistenti, suggerendo una possibile originalità locale. A queste si aggiunge l’ibrido interspecifico Seyve Villard 12.375.
Le differenze fenologiche sono nette. L’analisi della varianza (ANOVA) e il test post-hoc di Duncan (p=0.05) hanno ordinato le varietà in gruppi omogenei. Malvasia bianca lunga ha mostrato la maggiore suscettibilità, con germogliamenti molto anticipati, seguita da Malvasia nera di Brindisi e Negroamaro. Al contrario, i vitigni minori e l’ibrido interspecifico – Sprino, Baresana, Bianco Palmento, Uva Gerusalemme e Seyve Villard 12.375 – hanno presentato uno sviluppo fenologico significativamente più lento e contenuto, dimostrando una migliore capacità di evitare la “confusione stagionale” indotta dal riscaldamento invernale. Come ricordato da van Leeuwen et al. (2019), in un’ottica di sostenibilità di lungo termine, la selezione varietale rappresenta la strategia di adattamento più efficace perché riduce permanentemente i fabbisogni di input gestionali (ad esempio potature tardive o doppie potature). I vecchi vigneti polivarietali, oggi sempre più rari a causa dell’omogeneizzazione monoclinale, costituiscono un patrimonio insostituibile di biodiversità funzionale, proprio perché hanno conservato nel tempo genotipi capaci di rispondere diversamente agli stress.
Implicazioni pratiche per la gestione del vigneto
I risultati di questa ricerca offrono indicazioni operative immediate. Innanzitutto, il monitoraggio termico invernale diventa cruciale: il calcolo dei gradi giorno accumulati da novembre può fornire un preallarme sul rischio di germogliamento anticipato. In secondo luogo, la gestione agronomica deve adattarsi. Poiché il germogliamento invernale tende a interessare soprattutto le gemme apicali, mentre quelle basali rimangono più protette, tecniche come la potatura invernale tardiva (anche dopo il germogliamento) o la doppia potatura possono essere utilizzate per asportare i germogli anticipati e forzare la ripresa dalle gemme basali, più tardive. Come evidenziato da Friend e Trought (2007) e da Gatti et al. (2016), questa pratica, se ben calibrata, permette di ritardare la fenologia e ridurre il rischio di gelate primaverili, anche se può comportare una leggera riduzione della resa e alterare il profilo qualitativo (minore accumulo di zuccheri, maggiore acidità fissa). Tuttavia, la lezione più importante che deriva da questo studio è che nessuna tecnica colturale potrà mai sostituire completamente una scelta varietale oculata. Per aree calde e vulnerabili come il Salento, la reintroduzione o la conservazione di vitigni autoctoni minori (Sprino, Baresana, Bianco Palmento) e di ibridi resilienti rappresenta una forma di assicurazione biologica e produttiva contro il cambiamento climatico, riducendo la dipendenza da pratiche colturali intensive.
In conclusione, il caso del germogliamento invernale nel Salento del 2020 non è un evento isolato, ma un segnale preciso di come il riscaldamento globale stia modificando i ritmi fisiologici della vite. La risposta sistemica della pianta – con mobilizzazione di acqua e amido – conferma la natura globale dello stress, mentre la variabilità genotipica osservata offre soluzioni pratiche per il futuro. La tutela e la valorizzazione dei vecchi vigneti, scrigni di biodiversità adattata, dovrebbero diventare una priorità per la ricerca e per la politica agricola, al fine di fornire agli operatori del settore strumenti concreti per una viticoltura più resiliente.
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