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STIAMO PERDENDO LA SFIDA ANCHE SUGLI AUTOCTONI. TROPPE DISCUSSIONI, POCHI FATTI

Australia e Nuova Zelanda stanno conquistando nuovi importanti mercati di nicchia, con una politica aggressiva. Propongono, riscutendo successo: nobili vitigni italiani, poca barrique e tappi a vite. Intanto l’Italia non riesce a sfondare nel Pacifico, porta d’ingresso per l’Asia

08 ottobre 2005 | Graziano Alderighi

L’offensiva arriva per Auckland e Sidney. Australiani e Neozelandesi non esitano a copiare il nostro stile e a proporlo, a prezzi assai competitivi sui mercati asiatici.
Giappone, Thailandia, la stessa Cina e la Corea sembrano infatti affezionarsi allo stile italiano del vino. Lo dimostra ad esempio un recentissimo studio dell’Ismea che, a proposito delle bollicine italiane (consumi in contrazione sul mercato nazionale, riduzione di export in Usa, Germania e Gran Bretagna, ma incremento di quote in estremo oriente e fatturato complessivo del segmento in crescita del 6%), ha sancito come lo spumante italiano vada molto d’accordo con l’area del Pacifico e dintorni.

Autoctoni italiani “made in Australia”. Un nuovo stile vitivinicolo
Australia e Nuova Zelenda hanno scoperto i vitigni autoctoni italiani e ne vanno facendo produzioni di nicchia per aggredire la fasce alte di mercato, la seconda è che hanno abbandonato la barrique ad ogni costo, la terza è che stanno rivoluzionando il packaging del vino per renderlo più fruibile e a costi più competitivi.
Il “nuovo stile” del vino del nuovo mondo ha consentito sui mercati interni di Australia e Nuova Zelanda di aumentare il consumo, anno su anno, del 24% nel primo paese e del 28% nel secondo, con una contrazione dei consumi di birra di quasi il 30% in entrambe le aree geografiche.
A contribuire a questo aumento di consumi interni sono tre elementi: il tappo a vite che rende il vino più immediato nel consumo e nell’immagine (al di sotto dei 30 dollari in Australia e Nuova Zelanda i vini sono tutti con tappo a vite), la comparsa dei vini “senza legno” e soprattutto la differenziazione del gusto attraverso l’introduzione di nuovi-antichi vitigni. In Australia, si trovano dei sangiovese, dei marzemino, dei lambrusco, dei sagrantino prodotti in Barossa e Yarra Walley, mentre la Nuova Zelenda, grande produttrice di pinot nero e di bianchi come chardonnay e sauvignon, sta puntando sul Vermentino soprattutto nella zona di Canterbury. Ed è con questi monovitigni “italian style” che i due Paesi stanno cercando penetrazioni ancora maggiori sui mercati asiatici emergenti.

Aggressione del mercato
L’analisi dell’Osservatorio del Salone del Vino ha consentito anche di rilevare un radicale mutamento nella distribuzione interna dei due paesi dove quattro catene della Grande Distribuzione Organizzata stanno di fatto soppiantando i negozi tradizionali.
La presenza di vino italiano nella rete distributiva organizzata di Australia e Nuova Zelanda è sporadica.
In questi due Paesi riusciamo a vendere sempre meno vino (-2,67% in Australia e -1,11% in Nuova Zelanda), ma in compenso ne importiamo di più (+17,8% dall’Australia, + 2,69% dalla Nuova Zelanda).
Ma è soprattutto sul fronte asiatico che si giocherà la sfida più importante. Per Australia e Nuova Zelanda è il Far East il mercato d’esportazione e di riferimento. Lì stanno concentrando molti sforzi di marketing e promozione, lì stanno acquisendo rilevanza anche nel settore di nicchia.
Considerando strategico lo sfondamento in Cina, Giappone, Corea non esitano neanche a darci battaglia sul fronte legislativo. Non per nulla l’Australia è leader del gruppo di Cairns che contesta sia la Pac europea sia il sistema delle denominazioni di origine.

Fonte: Osservatorio Salone del Vino

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