Mondo Enoico
Lo stato di salute del settore vitivinicolo fotografato da Mediobanca
In Italia crescita del fatturato ma crollano gli investimenti. Le imprese internazionali invece segnano il passo ma stanno ristrutturando. Scommettere in borsa sul vitivinicolo conviene
07 aprile 2012 | T N
Non sapete che pesci pigliare? Volete investire in borsa ma temete un tracollo del mercato? Scegliete il vino. Secondo lo studio Mediobanca, dal 2001, l’indice di Borsa mondiale del settore vinicolo è cresciuto del 149%; nello stesso periodo le Borse mondiali hanno segnato un modesto progresso del 20%. Il valore di borsa dei titoli che compongono l’indice, nessuno dei quali italiano, è costituito per poco più del 35% circa da società cinesi e per poco meno del 20% da quelle nordamericane; segue l’Australia al 12%, il Cile al 9%, la Francia al 6% e la Spagna al 2%; il resto è rappresentato da un coacervo di imprese in Paesi diversi, la maggiore delle quali è la sudafricana Distell; le società cinesi mostrano multipli di borsa assai elevati, che non hanno paragone nelle altre borse.
Una tendenza che non riflette i dati economici del comparto che non sono molto positivi. Nel 2010 il fatturato delle principali compagini internazionali è in lieve flessione sul 2009 (-1,3%) ed anche i margini industriali segnano una diminuzione. Meno fatturato e utili, a favore di una forte ristrutturazione. La struttura finanziaria segna infatti nel 2010 un rapporto tra debiti finanziari e mezzi propri pari al 77,2%, in forte riduzione rispetto al 101,7% del 2009 ed al 111,9% del 2008. Prosegue il processo di razionalizzazione avviato dalle multinazionali del vino a partire dal biennio 2005-2006 (gli anni delle ultime importanti aggregazioni), dapprima sulla spinta di un contesto competitivo particolarmente sfidante, poi a fronte della crisi mondiale; nel dicembre 2011 la Foster’s Group è stata acquisita dalla sudafricana SabMiller dopo aver completato, nel precedente mese di maggio, un processo di riqualificazione industriale che ha portato allo scorporo delle attività vinicole in capo a Treasury Wine Estates.
Venendo al nostro paese, i dati complessivi sembrano più positivi. La crescita del fatturato 2010 è pari al 4,3% sul 2009, con recupero dei livelli segnati nel 2008; incremento importante sui mercati esteri (+8,2%), modesto su quelli domestici (+1,0%); le vendite nazionali restano su livelli poco superiori a quelli del 2006 (+3%), dopo avere ristagnato tra 2007 e 2008 e flesso nel 2009. I preconsuntivi del 2011 indicano un incremento del fatturato (+9,2%), soprattutto grazie alla componente export (+11,5%), con recupero più moderato sul mercato domestico (+7,1%); nel 2011 le vendite all’estero superano del 15,6% il livello pre-crisi (2008), così come quelle domestiche, seppure di appena il 3,8%; il 2011 segna una caduta degli investimenti, in flessione del 19,1% rispetto al 2010, essenzialmente per la contrazione delle cooperative (-31,6%) rispetto alle non cooperative (-5,7%). In recupero la redditività operativa tornata nel 2010 ai livelli del 2007 (dopo quattro anni di riduzione), ma ancora inferiore al massimo del 2006.
La crescita segnata dalle vendite del 2011 lascia inalterata la graduatoria le posizioni di vertice dei maggiori produttori, capeggiate dal gruppo Cantine Riunite-Giv che tocca i 500 milioni di fatturato (+11,4% sul 2010), seguito a buona distanza dalla Caviro a 247 milioni (+0,3% sul 2010). I due maggiori produttori, entrambi cooperative, hanno propensione all’export assai differenziata: 60,7% Cantine Riunite-Giv, 20,8% Caviro; il primo gruppo non cooperativo è costituito dalla divisione vini della Campari che, con un giro d’affari di 185 milioni (+5,8% sul 2010), precede la Antinori a 153 milioni (+8,9%); tra i primi 10 produttori la maggiore crescita sul 2010 è segnata da Enoitalia (+21,1%), mentre la maggiore presenza sui mercati esteri è della Fratelli Martini che vi realizza il 93% del proprio fatturato (pari nel 2011 a 150 milioni di euro).
Il peso delle cooperative all’interno dell’aggregato in progressiva riduzione tra il 2006 ed il 2010: dal 39,9% al 37,9% il fatturato, dal 19,5% al 12,5% i margini industriali, dal 23,5% allo 0,5% il risultato netto; è invece in crescita il peso occupazionale, dal 34,6% al 35,1%.
Toscana e Veneto sono le regioni con le società dal migliore profilo reddituale (tanto per roi che per roe); la Toscana ospita in particolare le imprese con la più elevata propensione all’export (62,7% la sua quota sul fatturato) e la maggiore competitività (costo del lavoro su valore aggiunto pari al 38,4%).
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