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Il vino in Italia? Una immagine forte, ma nessuna capacità di fare lobby

Dalle stalle alle stelle, e ora di nuovo alle stalle. Le aziende hanno accusato la crisi in tempi diversi e l’hanno contrastata con strumenti diversi. Tutti hanno ridotto i prezzi in maniera indiscriminata, per mantenere le proprie quote di mercato, ma con un risultato doppiamente negativo. Ne parliamo con Duccio Corsini

09 aprile 2011 | Luigi Caricato

Duccio Corsini appartiene ad una delle famiglie nobili italiane più antiche, le cui prime notizie risalgono al 1100. Prima commercianti e poi banchieri, attenti a reinvestire parte degli utili nella terra, annoverano tra gli altri un santo, Andrea Corsini, e un papa, salito al soglio col nome di Clemente XII. Duccio Corsini si occupa personalmente delle due tenute, dove produce vino e olio: Villa Le Corti a San Casciano Val di Pesa, nel Chianti Classico, e Marsiliana, nella Maremma grossetana.

 Il principe Duccio Corsini

 

Sui giornali si legge di frequente che il romanzo sia ormai morto e sepolto, salvo il fatto che si continuino a scrivere e pubblicare e a vendere. Anche sul vino, in verità, circolano di frequente alcune voci simili e un po’ malevoli. Ma è proprio vero che il vino sia morto, o comunque che sia prossimo a morire? Già si inzia a parlare di vini a basso contenuto alcolico, il che non è del tutto fuori luogo visto che nell’ultimo periodo ci si è concentrati molto sui vini importanti, trascurando quelli di facile beva; ma ora addirittura si fa largo l’idea di produrre vini senza alcool… Dove stiamo andando?

Nulla muore, ma tutto si modifica; è nell’ordine naturale delle cose. L’alcool è un elemento del vino, forse il meno importante per gli appassionati così come per i consumatori quotidiani.

Certo, la ricerca esasperata del gran vino ha prodotto come naturale conseguenza una maggiore presenza di alcool.

In realtà, i vini di pronta beva non sono mai spariti e sono anzi migliorati qualitativamente.

Hanno sapore, sfumature, carattere e questo li rende importanti. Succede dopo anni di ricerca del non sapore.

Per quanto riguarda il vino senza alcool c’è già, come anche la birra, ma non capisco a chi possa rivolgersi. Quello che ho assaggiato è piuttosto cattivo.

 

I segni della crisi sembrano sentirsi. Le aziende un po’ arrancano, pur non facendolo vedere, come se non fosse accaduto nulla. Le ultime edizioni del Vinitaly sono state in qualche modo vissute sottotono, con atteggiamenti meno trionfalistici e più dimessi. Si sussuravano tra l’altro voci che anche le aziende più prestigiose praticavano sconti considerevoli anche sui loro vini più prestigiosi.

È crisi vera o passeggera?

Direi che dopo tre anni non si può più eludere il fatto che si tratti di una crisi generale. Scatenata altrove, partendo dal settore finanziario, ha confermato che, almeno per gli aspetti negativi, il mondo è ormai “globale”.

Le aziende hanno accusato la crisi in tempi diversi e l’hanno contrastata con strumenti diversi.

Tutti hanno ridotto i prezzi in maniera indiscriminata per mantenere le proprie quote di mercato con il risultato doppiamente negativo di vederle svanire in parte, sacrificando contemporaneamente i margini di guadagno senza che il consumatore ne abbia beneficiato dal momento che quest’ultimo si perde nelle fasi intermedie.

Tutte le crisi finiscono, prima o poi. Ma quando? Di sicuro alle situazioni ci si può adattare fino al punto, poi, di smettere.

Il contesto in cui si opera non appare così favorevole. C’è in corso una campagna stampa contro i consumi di vino ch’è piuttosto evidente, con una occulta regia che coinvolge anche uomini delle Istituzioni. Infatti quando si deve sensibilizzare l’opinione pubblica sui rischi dell’abuso di alcool stranamente mettono in risalto il vino anziché i superalcolici o altre misture oggi tanto di moda tra i giovani. Perché accade questo? Dove si vuole arrivare con tali forme di terrorismo mediatico?

Si tratta in effetti di… mediatico.

I mass media, che stanno anche loro sul mercato come le istituzioni politiche, approfittano delle situazioni in cui agli interessi in gioco non corrispondono un’adeguata forza economica, politica e culturale.

Il vino rappresenta il vertice della produzione agricola, ha un’immagine universalmente riconosciuta e nessuna vera capacità di fare lobby.

Per uscire dal guado forse si può sperare nelle nuove tecnologie? Ancora non si sa bene come risollevarsi dalla crisi. Tuttavia, si cercano strade nuove. Le vendite on line, per esempio, possono rappresentare una felice soluzione?

Tutte le strade vanno percorse, almeno sul piano del libero ragionamento.

Quelle che vanno sviluppate sono le soluzioni indirizzate a migliorare il sistema di vendita e di distribuzione. Una percentuale troppo elevata del guadagno viene persa dal produttore.

La vendita on line rientra in un’efficienza distributiva già utilizzata con grande successo da altri settori merceologici.

 

Ora, per concludere, qualche stimolo culturale. Cosa può fare il mondo del vino per rinnovare la propria immagine pubblica, dopo anni in cui si è disinvoltamente abusato di una comunicazione che si è rivelata – osservandola con un certo distacco emotivo – più epidermica che sostanziale?

Il mondo dei produttori di vino, che sono per lo più agricoltori, resta, dal punto di vista della comunicazione, un soggetto passivo, diventando oggetto della comunicazione altrui.

A tutto vantaggio dei mezzi di informazione siamo passati dalle “stalle” alle “stelle” per poi essere rimessi in “stalla”.

Il tutto senza reazioni organizzate da parte della categoria.

Alla fine, ci si dovrebbe occupare della propria immagine pubblica non solo nel ruolo di attore, ma anche in quello di regista .

 

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