Legislazione

Parte con il piede sbagliato l’olio made in Italy

Nonostante i toni solenni con cui è stata annunciata una riunione Unaprol del 18 giugno a Roma, l’incontro è stato rimandato a data da definirsi, ma intanto dal primo luglio cambieranno le regole del gioco, anche se c'è qualche regione che già chiede deroghe. Non mancheranno grattacapi per le aziende

20 giugno 2009 | T N



E’ un po’ come se dei ragazzini decidessero di organizzare una partita a calcio, fissando la data per la prima gara, quindi l’orario, il campo sul quale giocare e poi cosa accade? L’inconveniente. Già, perché al momento opportuno salta tutto. Non si gioca più, la partita è rimandata.

Potrebbe rientrare nella normalità, se non fosse per il fatto che questi ragazzini – non dovendo giocare una partitella come tante altre, giusto per passare il tempo, a scuole chiuse – avrebbero dovuto in realtà partecipare alla prima giornata di un campionato.

Eppure, proprio ricorrendo a una metafora, ciò che è avvenuto con l’Unaprol non è poi così distante. Infatti, in occasione di “TuttoFood” a Milano, durante un convegno che si è tenuto il 10 giugno, era vstato annunciato con tanta solennità una riunione che su sarebbe dovuta svolgere il 18 giugno a Roma presso l’Hotel Quirinale, con una giornata di studio, dalle 10 alle 13,00, per fare il punto sul nuovo regolamento della Commissione Ue, il n.182 del 6 Marzo scorso, e, conseguentemente del Decreto Mipaaf corrispondente.

Un incontro molto importante, visto che sono in gioco le sorti del comparto oleario italiano. Un incontro tutto incentrato sulle norme relative alla commercializzazione degli oli extra vergini e vergini di oliva, circa l’indicazione obbligatoria in etichetta dell’origine, norme – va detto per inciso che andranno in vigore dal prossimo primo Luglio. Insomma, mancano solo pochi giorni.

C’è poco da stare sereni. Visto che le aziende dovranno uniformarsi alle nuove direttive ed essere informati in tempo non sarebbe certo una cattiva idea. Oltre alla grande confusione di cui sono vittime i più deboli, coloro che non sopportano con la propria struttura il macigno della burocrazia, è in gioco la stessa onorabilità del Paese. Già, perché si fa un gran can can sull’origine obbligatoria e poi si scopre che si è in ritardo. Mah! Cosa pensare? Si resta allibiti.

Dal primo luglio cambieranno dunque le regole del gioco. E saranno seri problemi per le aziende, visto che a tutt’oggi ancora non si sa nulla e tutto sembra essere campato in aria.

Va premesso – a onor della cronaca - che una precedente riunione dell’11 giugno, quella della Conferenza Stato-Regioni, è andata in fumo. Eppure in quella data si sarebbe dovuto approvare il testo del decreto di attuazione del regolamento. Nulla di fatto, i misteri sul futuro del comparto olio di oliva sono incomprensibili. Anche questa riunione è stata cancellata e rinviata a data da destinarsi. Ed è diventato un effetto domino, nemmeno il 18 giugno ci si è potuti incontrare.

Qualcosa nell’aria si avvertiva. Il Ministro Zaia aveva diffuso la scorsa settimana una dichiarazione piuttosto critica nei confronti di alcune regioni che – badate bene – avrebbero chiesto deroghe alla norma sull’origine dell’olio d’oliva”, relativamente ai piccoli impianti. Insomma, era prevedibile che questa origine obbligatoria partita dall’alto non coinvolgesse la base produttiva. Eppure, sempre dall’alto, ci si è mossi ignorando le ragioni dei produttori, come se fosse ancora credibile che le associazioni di riferimento – quelle che hanno voluto questa origine obbligatoria – fossero effettivamente rappresentanti della volontà dei produttori. Sbagliato, c’è in realtà un profondo iato tra chi produce e chi sul piano teorico rappresenta i produttori.

Con tali imprevisti, i tempi di conseguenza si allungano, ma senza sapere di quanto. Anche perché l’11 giugno si sarebbe dovuta approvare al Senato la normativa comunitaria in questione. Ora, tuttavia, l’approvazione di alcuni emendamenti su alcune parti del provvedimento imporrà inevitabilmente un ulteriore passaggio alla Camera dei deputati e tutto andrà in forse.

Non è affatto certo che il decreto possa essere approvato e pubblicato in tempo utile per essere operativo a decorrere dal primo luglio. E’ comprendibile a questo punto lo stato di confusione in cui versano le aziende. Come dovranno comportarsi? Che cosa dovranno fare, che ne sarà delle loro etichette? Quanto dovranno ancora attendere? Ma, soprattutto, che figure facciamo di fronte agli altri Paesi europei? Non eravamo noi ad aver rotto le scatole per richiedere tale norma? E perché ora non accade ancora nulla? Perché questo ritardo?

In verità, il regolamento comunitario sarebbe di fatto direttamente applicabile. I funzionari della Commissione Europea hanno infatti confermato in una recente riunione a Bruxelles che non vi è alcun bisogno di passare attraverso provvedimenti nazionali di applicazione. Le disposizioni d’altra parte sono chiare, e forse è il caso di dire che meno interviene l’Italia meglio è, altrimenti si complica fino all’inverosimile qualcosa che non richiederebbe alcuna ulteriore precisazione. Un vantaggio per questo ritardo tutto italiano in fondo potrebbe non nuocere, si eviterebbe magari qualche inedita regola vessatoria a carico delle aziende.

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