L'arca olearia

Carlo Siffredi: il territorio è nel Dna delle Dop

Il futuro dell’olivicoltura territoriale in Italia? E’ una strada in salita, come d’altronde si presenta la Liguria. Poi, però, si intravede il mare. Secondo il neo presidente del Consorzio di tutela Dop Riviera Ligure, con i tanti oli Dop di cui disponiamo si può già parlare di federalismo olivicolo

29 maggio 2010 | Luigi Caricato

Nel segno dell'alternanza, dopo la brillante e operativa presidenza di Francesco Bruzzo, a capo del Consorzio di tutela per l'olio della Dop Riviera Ligure è stato eletto lo scorso 25 maggio l'olivicoltore Carlo Siffredi (link esterno).
Nato il 28 giugno del 1971 a Imperia, è assessore del comune di Lucinasco, paese in cui l'olivicoltura - già a partire dalle storiche "Giornate olivicole" - è da lungo tempo un solido punto di riferimento.




Presidente Carlo Siffredi, lei raccoglie un’eredità importante e nel contempo impegnativa. La sua linea operativa coinciderà con quella espressa finora dal suo precedessore, il presidente Francesco Bruzzo?
La linea operativa che cercherò di dare sarà nel solco di quanto realizzato sinora, per consolidare l’importante azione fatta a tutt’oggi. Avendo fatto parte del Consiglio di Amministrazione del Consorzio di tutela dell’olio Riviera Ligure Dop, fin dalla sua costituzione nel 2001, ho condiviso il percorso attuato nei filoni di intervento come l’informazione – promozione e la vigilanza, che sono tipiche azioni consortili a cui, unici in Italia, abbiamo affiancato quello inerente la solidarietà di filiera.

E qual è esattamente la sua posizione circa il Patto di filiera, di cui si è tanto parlato e scritto? Prevede novità in merito?
Ritengo che sia uno strumento validissimo e fondamentale, anche se di difficile attuazione, e che debba essere quindi modulato e adeguato in relazione all’andamento della campagna olivicola. E’ uno strumento che guarda al futuro, perché tende a dare prospettive al produttore in un settore, quello agricolo, che vede continuamente i prezzi delle materie prime scendere.

E il circa Patto per l’olio stipulato con il mondo della ristorazione a Lucinasco, quali saranno i prossimi passi da compiere?
Se il patto di filiera è fondamentale per lo sviluppo della olivicoltura di qualità, perché tracciata, controllata e certificata, altrettanto lo è il patto con la ristorazione.
Il primo è interno e cerca di salvaguardare la produzione, la creazione del prodotto.
Il secondo è verso l’esterno, e mira a trovare uno sbocco naturale sul mercato per far vivere il prodotto. L’olio Riviera Ligure Dop può essere paragonato a un bimbo: è tanto importante la sua nascita, quanto lo è la sua crescita.

Viviamo in una società che tende a valorizzare e considerare come un grande valore l’origine della materia prima. L’istituzione della Dop punta proprio a dare delle certezze ai consumatori, nonché delle forme di tutela per gli stessi produttori. Crede che proseguire su questa strada possa contribuire a salvare l’olivicoltura italiana, soprattutto quella considerata eroica presente in Liguria?
E’ l’unica strada percorribile, soprattutto in territori che hanno piccole produzioni. Dobbiamo spiegare la tipicità del nostro olio e differenziarci nel panorama dell’offerta, garantendo il consumatore sulle qualità del prodotto e sul suo legame con il territorio. Occorre comunicare al consumatore che questa tipicità non è solo un fatto di bandiera, ma che dietro al prodotto vi è un consorzio che vigila sulla qualità del prodotto, attraverso analisi dell’olio Riviera Ligure Dop prelevato nei punti vendita. La qualità, infatti, occorre mantenerla e continuamente verificarla.

Continuerà sulla strada del 100% ligure, seguendo la brillante idea dello slogan “Assaggia la Liguria”? E quanto influisce, inoltre, secondo lei, il turismo sulla fortuna degli oli a marchio Dop Riviera Ligure? E’ possibile insistere ancora sulla sinergia tra turismo e olivicoltura?
Nel Dna dei prodotti Dop vi è il territorio, occorre comunicare questo al consumatore. E’ per questo che abbiamo coniato lo slogan “Assaggia la Liguria”, e ritengo che in questo modo abbiamo contribuito a promuovere anche altri comparti dell’economia regionale. Ritengo che il binomio turismo–olivicoltura sia indispensabile per ogni progetto che voglia incidere sulla redditività delle imprese.

Che futuro intravede per l’Italia olivicola? Riusciranno le Dop a salvare l’olivicoltura italiana?
Ritengo che gli oli Dop possano ben rappresentare il nostro territorio. Con i 38 oli Dop abbiamo già un federalismo olivicolo, dobbiamo solo aiutarlo a farsi strada nel difficile settore oleario.

La Liguria olivicola pesa percentualmente pochissimo, rappresenta infatti circa lo 0,8% rispetto al dato nazionale. Eppure gode di grande fama e prestigio, ed è per molti versi una regione trainante, che fa tendenza. Che soluzioni adotterà per continuare a difendere tale primato?
Occorre a mio avviso agire su due fronti, sui quali è necessario coinvolgere le istituzioni.
Il primo è di agire sulla semplificazione delle procedure amministrative inerenti la certificazione, così da facilitare la vita delle aziende che potrebbero meglio operare sul versante della promozione e commercializzazione del prodotto tutelato.
L’utilizzo di strumenti informativo-gestionali che permettono un inserimento guidato dei dati inerenti la tracciabilità del prodotto in tempo reale potrebbe facilitare l’ingresso nel sistema di controllo di altre realtà imprenditoriali che oggi sono timorose per le pratiche amministrative, ma che fanno un prodotto di eccellenza.
La seconda direzione consiste nel coinvolgere le istituzioni a parlare, quando si tratta di olio, con un nome unico: Riviera Ligure. E’ il nome del suo territorio.

In conclusione, lei è ottimista, moderatamente ottimista o al contrario vede solo nero all’orizzonte? Intravede ancora un solido futuro per l’olivicoltura dei singoli territori in Italia o finiremo per lavorare alla creazione di un prodotto di massa, puntando a un indistinto olio italiano ottenuto a prezzi bassi, come vuole il mercato, e senza tener conto delle peculiarità delle singole aree di produzione?
Sono ottimista di natura e reputo che in territori come la Liguria l’olivicoltura che dia un frutto tracciato, controllato e certificato sia la sola strada percorribile. E’ una strada in salita, come d’altronde si presenta la Liguria. Ma poi si vede il mare.

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