L'arca olearia

Assalto agli extra vergini, ennesimo scandalo contro i marchi italiani all'estero

Non si comprende il motivo per cui d'estate sia di moda sputtanare il comparto oleario italiano. Cosa c'è dietro alcuni articoli apparsi su diverse testate estere? Dapprima il magazine "Which", poi il “Daily Telegraph” e il “Mirror”, senza trascurare "Merum" e il "New Yorker"

05 settembre 2009 | Alberto Grimelli, Luigi Caricato



Abbiamo vissuto un’estate piuttosto calda. Ma le torride temperature delle ultime settimane non sono certo il motivo scatenante. A far surriscaldare gli animi sono state in particolare alcune uscite editoriali che avremmo preferito di gran lunga non leggere.

Questa volta vi riferiamo alcuni esempi eclatanti che ciascuno di voi può giudicare in autonomia. Sono esempi che ci fanno capire come l’informazione, quando esaspera oltremisura la realtà, possa rivelarsi di fatto distorsiva e controproducente, soprattutto se agli effetti pratici un cattivo giornalismo che si spaccia per buono tende più a disinformare che non a informare, disorientando e confondendo le persone anziché fornire loro uno strumento di giudizio più obiettivo e credibile. Ma veniamo ai fatti.

A iniziare l’offensiva è stata la stampa britannica. Nessuna sorpresa, sia ben chiaro, giacché questa, si sa, quando guarda al di là del proprio naso non sempre brilla per lucidità e precisione. Il tutto, dunque, è partito dal magazine “Which”, la cui Redazione ha effettuato un test comparativo a partire da diversi oli extra vergini di oliva.

Fase due. I risultati del test? Sono stati immediatamente ripresi, com’era d’altra parte prevedibile, da altre testate, il “Daily Telegraph” e il “Mirror”, per esempio, enfatizzando la notizia per renderla più eclatante.

Gli extra vergini esaminati erano oli che possiamo definire “economici”, con prezzi sullo scaffale che variavano dalle 2,49 alle 4 sterline.
I giudizi migliori espressi dai sedicenti esperti oleari della rivista ci fanno ben comprendere l’approccio scientifico del test comparativo.

Qualche esempio? Di un olio si dice che ha un “seducente profumo di limone e frutti tropicali”. La fantasia, ovviamente, quando viene lasciata a se stessa, allo stato brado, galoppa fino all’inverosimile. Un altro olio, invece, esprime una “sensazioni di acidità”…

Già, è una storia dai contorni fin troppo chiari questa, che è in grado ancora di surriscaldare gli animi. Soprattutto perché i giudizi migliori sono stati riservati ai prodotti privat label di alcuni hard discount, bocciando per contro, e in maniera piuttosto strabiliante, alcuni noti marchi quali Carapelli, Bertolli e Filippo Berio.

Certo, è vero, qualcuno che odia intimamente i grandi marchi potrà anche gioire della notizia, ma una persona equilibrata e professionalmente capace – che di oli se ne intende – non può che nutrire al riguardo dei seri dubbi. E’ noto che sono proprio le multinazionali proprietarie dei grandi marchi a assemblare e confezionare i privat label.
A voi ulteriori considerazioni.

Neanche il tempo di riprendersi da questi giochi al massacro, che nel corso dell’estate la rivista “Merum” ha diffuso – con l’orgoglio di chi sa di sentirsi un incontrastato paladino della verità – un comunicato stampa dal titolo apocalittico.
"Nei supermercati tedeschi: Extra Vergini puzzolenti e rancidi!". Chi lo legge ed è ancora lucido e un poco ragionevole si ferma qualche minuto in silenzio e dice: sarà vero?

Il comunicato della rivista “Merum” scende nel dettaglio:
“Si stima che il 95 per cento dei cosiddetti extra vergini sugli scaffali siano in verità dei semplici vergini se non addirittura degli oli lampanti".
Accipicchia, direbbe chi legge con spirito un po’ sensato: com’è possibile mai tutto ciò? Non esistono forse i controlli?

Il seguito del comunicato rispecchia i toni definitivi, da fine del mondo:
“È colpa della situazione completamente illegale che regna nel mercato dell'extra vergine se l'abbandono degli oliveti e la sofferenza delle aziende olivicole aumenta giorno per giorno”.
E già, ci voleva un po’ il tono da denuncia.
Però, d’accordo, va bene spettacolarizzare, ma cerchiamo almeno di capire qualcosa in più: che significa “situazione completamente illegale”? Se così fosse allora c’è da chiedersi: in che mondo viviamo? Siamo per davvero nella piena illegalità e non ce ne siamo resi conto?

Prosegue dunque la nota di “Merum”:
“È impossibile per le aziende agricole competere con i prezzi dell'industria. I produttori agricoli, con i loro prezzi di vendita, sono fuori mercato anche se vendono sottocosto”.
Fatto vero, non c’è da obiettare: il mercato dell’olio versa effettivamente in uno stato di grande crisi, ma individuare in maniera netta e perentoria chi sono i colpevoli e chi gli innocenti resta un atteggiamento un po’ sbrigativo e saccente. Con tutta la franchezza di questo mondo, noi al buon senso non abbiamo ancora rinunciato, e neppure vi rinunceremo tanto facilmente.

Inutile evidenziare il fatto che per ”Merum” la colpa sia “da attribuire all'industria olearia” e, guarda un po’, ad “una legislazione sbagliata”.
Ma ecco l’antefatto: nell'estate 2005, “Merum” in collaborazione con la rivista tedesca “Der Stern”, il canale televisivo pubblico “ZDF” e la rivista di Slow Food Germania, era riuscita a dimostrare che “la maggior parte degli extra vergine venduti sugli scaffali tedeschi è di qualità scadente”.
Cosa dire? Diciamo: per fortuna che esiste “Merum”, la voce e il volto della verità!

Ma la storia prosegue. Il comunicato di cui diamo notizia fa il nome dei panel ufficiali del Laboratorio della Camera di Commercio di Firenze. Questi panel hanno dunque preso in esame “alcuni degli oli in commercio in Germania riscontrando una situazione qualitativa preoccupante”.
Non solo i panel ufficiali della Camera di Commercio di Firenze (ma quanti ce ne sono?): “Successivamente il panel ufficiale dell'Arpat (Agenzia regionale per la protezione ambientale della Toscana) a Firenze aveva preso in esame i 31 campioni di extra vergine reperiti dai giornalisti nei supermercati tedeschi. Soltanto un unico olio possedeva i requisiti di idoneità, previsti dalla legge, per la categoria extra vergine. Nove oli furono classificati come semplici vergini e 21 oli addirittura come lampanti. Ciò significa che 30 oli su 31, la maggior parte imbottigliati in Italia, erano stati etichettati in maniera scorretta”.
Ma guardate un po’ che succede in questo mondo di impostori; e noi che non ce ne eravamo accorti!

Ora, messo nella giusta evidenza il comunicato di “Merum”, citando alcune sue parti cruciali, lasciamo al lettore il tempo per riflettere. E chiediamo se sia plausibile che la quasi totalità degli extra vergini non sia veramente tale?
Anzi, per stare a quanto sostiene per l’esattezza il comunicato stampa di “Merum”, solo il 5% degli extra vergini è veramente tale.
Dobbiamo proprio dirlo? Lo diciamo: francamente qualche dubbio su tali spensierate percentuali lo avanziamo.
Sia ben chiaro: non vogliamo mettere in dubbio la professionalità dei panel che hanno effettuato l’assaggio, ma abbiamo delle riserve su dove e come è stato condotto il campionamento degli oli.
In Germania l’extra vergine ha vendite inferiori rispetto all’Italia. E se anche la rotazione sullo scaffale è più lenta, l’ovvia conseguenza è che gli extra vergini siano maggiormente esposti all’ossidazione della luce.
E, guarda un po’: è proprio la sensazione di rancido ad essere stata più riscontrata negli oli presi in esame dagli assaggiatori.

Ed è chiaro, inoltre, come un campionamento di soli 31 oli (in quanti punti vendita?, in quali città?) sia di per sé insufficiente a garantire un quadro generale della situazione del commercio dell’extra vergine in Germania.
Se non si trattasse di tedeschi, ci verrebbe da mettere in dubbio il rigore e la scientificità di tale prova.
Anche perché vi sono molte altre cose che non sappiamo.
Quanti giorni o mesi mancavano alla scadenza dell’olio campionato, o si trattava di oli “da invecchiamento”?
Sono stati anonimizzati i campioni prima della degustazione?
E ancora: ci si è mai chiesto se quegli oli sono stati conservati bene prima dell’esame organolettico? E non finisce qui: il tutto è avvenuto con il controllo delle operazioni da parte di soggetti terzi?

Già, non finisce qui. Nel comunicato si legge ancora un’altra nota di baldanzosa fierezza:
“In Italia nessuna pubblicazione ha voluto diffondere questi risultati scandalosi. Anche da parte delle autorità italiane non vi fu alcuna reazione, nonostante le informazioni fossero ben note.
Si parla di omertà, addirittura?

L’estate è un brutto periodo per l’olio extra vergine di oliva. Il caldo, si sa, non fa bene a un prodotto fragile com’è l’olio. Ma nemmeno a certi giornalisti sembra faccia tanto bene. Non si capisce infatti il motivo per cui è soprattutto in estate che ci si scaglia contro il comparto oleario italiano.
Quest’estate “Witch”, “Daily Telegraph”, “Mirror” e altri.
Ma quest’estate viene diffuso anche il comunicato stampa di “Merum”.
E’ pazzesco, succede tutto in estate. Saranno per davvero gli effetti del caldo.
Vi ricordate un altro lungo servizio in cui, riprendendo alcuni gravi fatti, veri, del passato, ma circoscritti ad ambiti ristretti che non rispecchiano in alcun modo la parte sana del comparto oleario italiano, si offriva un quadro del settore a tinte fosche? Il reportage dall’Italia apparve proprio in estate, nell’agosto 2007: “Slippery business”, a firma di Tom Muller, pubblicato sulle colonne del “New Yorker”.

Gli scandali fanno vendere di più e concentrano i riflettori sui protagonisti.
E’ facile costruire uno scandalo. Qualche dichiarazione, qualche test, magari chissà se pilotato, e la minestra è servita.
Se simili prove comparative non hanno dunque alcun valore scientifico, possono però avere notevoli riflessi negativi sul piano commerciale, e possono tra l’altro colpire chiunque.

Provate un po’ a riflettere: oggi vengono esaltati gli extra vergini da hard discount, domani potrebbero esserlo invece quelli artigianali, dopodomani potrebbe essere la volta buona per gli oli a marchio.
Il giudizio potrebbe così mutare a seconda degli interessi commerciali in corso d’opera o in base alle mutevoli strategie editoriali.
Non crediamo sia affatto il caso di gioire di certe disavventure mediatiche.
Oggi è toccato subire alle multinazionali, domani chissà…

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