L'arca olearia

Tra più di cinquecento varietà d’olivo quale scegliere?

Numero e caratteristiche di un immenso patrimonio genetico, il cui studio qualitativo è in atto, e tra cui bisogna destreggiarsi per caratterizzare e differenziare il proprio extra vergine d’oliva

14 marzo 2009 | Alberto Grimelli

Quante sono le varietà d’olivo italiane?
Quali scegliere per un nuovo impianto?

Si tratta di domande che ricorrono nel mondo olivicolo ma che difficilmente hanno trovato risposta.
I programmi per la salvaguardia e la valorizzazione del germoplasma locale sono stati attivati da qualche anno in quasi tutte le principali regioni olivicole. La descrizione, ancorché minuziosa, dei caratteri morfologici non è però stata sufficiente a dirimire tutti i dubbi, non da quando è stato introdotto l’esame del Dna per discriminare.
Il numero di cultivar è andato quindi a ridursi, perché sono emersi numerosi casi di sinonimia, perché è stato scientificamente provato quanto già si sapeva, l’olivo ha molte cultivar popolazione.
Rimane tuttavia la domanda.

Quante sono le varietà d’olivo italiane?
A rispondere a questa domanda, nel corso del seminario tecnico “Varietà d'olivo in Italia e nel mondo. Guida alla scelta per differenziare e valorizzare il proprio prodotto” di Olio Capitale 2009 è stata Luciana Baldoni, referente per la tematica “Caratterizzazione varietale” del progetto Olviva e ricercatrice presso l’Istituto di Genetica Vegetale – CNR, sezione di Perugia.

La complessità dell’olivo è molto elevata perché questa specie non ha subito genetica e l’olivo è una pianta longeva e resistente.
Queste caratteristiche hanno fatto sì che risultino oggi individuabili nel nostro Paese 538 varietà, circa il 42% del patrimonio mondiale. I numeri paiono impressionanti ma è bene ricordare che l’olivicoltura italiana si basa (al 90%) su sole 50 varietà.
Allo stesso modo è necessario segnalare i casi di sinonimia (Frantoio-Raggiola-Correggiolo, ecc.), quelli di omonimia (Ogliarola, Rosciola), le toponimie (Nocellara del Belice, Bella di Cerignola) e le morfonimie (Pendolino, Biancolilla).



Si tratta tuttavia di una stima per difetto in quanto esisterebbero altrettante varietà minori ancora non ben identificate.
Il lavoro di ricerca è infatti complicato dal fatto che circa l’80% del patrimonio genetico è “contaminato” da virus, fattore che può provocare mutamenti nell’espressione genica e quindi delle caratteristiche morfologiche.
Caratterizzare il patrimonio genetico è quindi complesso, anche utilizzando la caratterizzazione e i marcatori molecolari (analisi del Dna). Purtroppo neanche tale metodica può però risolvere autonomamente tutti i problemi di identificazione. I dati ottenuti da laboratori diversi non sono confrontabili tra loro. L’analisi di campioni raccolti da fonti non qualificate può indurre in errori di identità
Il progetto Olviva vuole mettere ordine attraverso la definizione e applicazione di un metodo di fingerprinting applicabile a livello nazionale per la certificazione genetica del materiale di propagazione attraverso tecnologie biomolecolari. Tale lavoro di ricerca prevede l’individuazione delle 200 varietà di maggiore interesse vivaistico per le regioni coinvolte nel progetto, la raccolta dei campioni da fonte qualificata e lo sviluppo di una piattaforma diagnostica per il riconoscimento rapido dell’identità delle varietà di olivo più importanti.

Un’ulteriore frontiera è rappresentata dall’estrazione del Dna dall’olio per l’identificazione dell’identità delle varietà da cui l’olio deriva.
Un percorso che deve necessariamente passare per lo sviluppo di metodi per l’estrazione del Dna dall’olio e dall’individuazione di marcatori molecolari adatti.
I kit commerciali per l’estrazione di Dna da pianta o da alimenti hanno infatti rivelato:
- bassa resa
- ridotta amplificabilità in Pcr del Dna
- scarsa riproducibilità dei risultati
Considerato inoltre che il Dna contenuto in tracce nell’olio è fortemente degradato (frammenti molto corti) e che è necessario disporre di profili semplici e varietà-specifici, oggi i marcatori plastidiali paiono essere i più adatti anche perché escludono i rischi di contaminazioni da impollinatori.

Quale varietà scegliere per un nuovo impianto?
La ricerca della differenziazione, di ottenere un prodotto unico e l’introduzione di sistemi di conduzione a sesti ridotti ha portato a un crescente rinnovato interesse verso le cultivar d’olivo, in particolare quelle autoctone. I criteri di scelta sono però complessi e a venirci in aiuto è Claudio Cantini, ricercatore dell’IVALSA CNR, responsabile dell’Azienda agricola sperimentale Santa
Paolina e membro del Comitato per la certificazione vivaistica.

La scelta delle cultivar utilizzabili nelle aziende è condizionata da pesanti vincoli:
- ambientali, già Catone, III-II ac, indicava che occorreva scegliere la varietà da piantare in base al suolo ed alla località)
- strutturali (dimensione, pendenza del suolo, presenza di personale)
- economici (capacità di investimento e liquidità)
- legislativi (disciplinari di produzione…)
Fermo restando che la scelta delle cultivar da utilizzare in azienda dovrebbe derivare da una oculata scelta del mercato di riferimento per la vendita del prodotto (target) e quindi dalla qualità del prodotto che si vuole ottenere, l’olivicoltore può però discriminare tra diversi livelli varietali. Al pari di quanto accade in altri settori della frutticoltura è infatti possibile anche in viticoltura discriminare tra varietà internazionali, nazionali e locali.
Per cultivar internazionali si intendono quelle capaci di produrre frutto e dare olio con simili caratteristiche in zone geografiche diverse tra loro. Oggi si possono considerare internazionali: Arbequina, Koroneiki, Arbosana, Picual, Manzanilla, Barnea, Piccoline, Mission, Frantoio, Coratina, Leccino, Fs 17, Urano. Se l’obiettivo è diversificare è difficile suggerire queste cultivar mentre possono essere necessarie in particolari casi pedoclimatici così come nel caso di raccolta meccanica
Per cultivar nazionali si intendono quelle presenti in più areali del territorio nazionale con caratteristiche di produzione abbastanza omogenee. Sono varietà nazionali Pendolino, Coratina, Moraiolo. Diversificare è difficile, sono cultivar senza peculiari note organolettiche “varietali”, talvolta con caratteristiche chimiche od organolettiche non sempre diversificabili da zona a zona.
Infine per cultivar locali si intendono quelle presenti in areali regionali più o meno estesi, capaci in alcuni casi di distinguere in modo peculiare l’intera produzione regionale. Ve ne sono centinaia, tra le quali Bosana, Strana, Ravece, Nocellara del Belice, Peranzana. Sono il vero tesoro italiano, ancora in gran parte sconosciuto e gravato da problematiche identificative e dalla mancanza di caratterizzazione profonda. Varie cultivar sono state poco considerate in passato perché poco vigorose, oppure a frutto grosso ma a resa in olio bassa. Oggi queste stesse varietà potrebbero essere immediatamente provate nei vari areali per la raccolta meccanica o per impianti a sesto ridotto.

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