L'arca olearia
Contro la mosca dell'olivo si può intervenire anche a novembre, in piena raccolta
Due prodotti già in commercio, dodina e un biostimolante a base di zinco, rame e acido citrico, riducono la carica batterica nelle larve e il tasso di impupamento. Una prospettiva interessante anche per gli interventi tardivi
06 novembre 2026 | 12:00 | R. T.
La Bactrocera oleae non è un insetto qualsiasi: per sopravvivere nell'ambiente ostile dell'oliva non ancora matura ha bisogno di un alleato microscopico, il batterio Candidatus Erwinia dacicola. È lui a detossificare i composti fenolici dell'oliva — su tutti l'oleuropeina — e a partecipare alla digestione delle proteine. Senza questo compagno di viaggio, le larve soccombono. Il batterio viene trasmesso verticalmente: la femmina, durante l'ovideposizione, lo spalma sul guscio dell'uovo e la larva appena nata lo ingerisce rosicchiando la superficie del corion. Un passaggio obbligato, e quindi un bersaglio.
Colpire l'uovo dentro il frutto
Lo studio firmato da Corrado Perin e colleghi, pubblicato sul Journal of Applied Entomology, ha testato cinque formulati commerciali già disponibili in oliveto — ossicloruro di rame, dodina, distillato di legno (tannini), flavonoidi da propoli e il fertilizzante micronutriente Dentamet (biocomplesso zinco-rame-acido citrico) — con due modalità: trattamento diretto delle uova e trattamento delle olive già infestate, con uova deposte all'interno della polpa. È quest'ultimo l'approccio realmente applicabile in campo, ed è anche il più interessante per la gestione tardiva.
I risultati sono incoraggianti: sulle olive trattate, la carica del simbionte nelle larve si è ridotta in modo significativo con dodina e con il biocomplesso zinco-rame-acido citrico. Ma non solo: entrambi i prodotti hanno abbassato anche il tasso di impupamento, e lo studio ha evidenziato una correlazione positiva tra quantità di batterio e capacità della larva di arrivare alla pupa. Meno simbionte, insomma, significa meno mosche.
Perché novembre è una finestra utile
Il dato più rilevante per chi lavora in campo riguarda la modalità d'azione. L'uovo viene deposto sotto l'epicarpo, e i ricercatori ipotizzano che dodina e biocomplesso raggiungano il corion superando la barriera dell'epidermide del frutto oppure per capillarità attraverso la puntura di ovideposizione. È qui che entra in gioco il fattore tempo: la puntura, dopo pochi giorni, si cicatrizza e si chiude, riducendo la capacità dei prodotti di arrivare all'uovo. Tradotto in pratica: gli interventi sono tanto più efficaci quanto più sono tempestivi rispetto alle nuove deposizioni.
In piena raccolta, a novembre, la pressione della mosca può ancora essere alta e le punture fresche non mancano. Un trattamento mirato in questa fase — quando il frutto è ancora sulla pianta e le uova sono appena state deposte — può sfruttare appieno il meccanismo descritto. Un vantaggio non da poco: i due prodotti più efficaci non hanno attività insetticida diretta, quindi non ci si aspetta un impatto sulla sopravvivenza degli insetti utili. La dodina è già impiegata in oliveto contro la lebbra (Spilocaea oleaginea); il biocomplesso zinco-rame-acido citrico è un fertilizzante utilizzabile anche in agricoltura biologica.
I consigli pratici per l'olivicoltore
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Mirare alle uova fresche. Trattare quando le deposizioni sono recenti: la puntura ancora aperta è la via d'accesso dei prodotti. Intervenire su punture ormai cicatrizzate riduce l'efficacia.
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Puntare su dodina e biocomplesso zinco-rame-acido citrico. Sono i due formulati che hanno dato i risultati più solidi sia sulla carica batterica sia sull'impupamento.
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Non contare sul rame da solo. Nel test il rame singolo non ha ridotto la carica in modo significativo; l'effetto è emerso solo nella combinazione con zinco e acido citrico.
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Attenzione alla propoli. I flavonoidi hanno ridotto l'impupamento ma non la carica del simbionte: un effetto sull'insetto, non sulla simbiosi.
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Verificare dosi ed etichette. Le soluzioni sono state testate alle dosi raccomandate in etichetta per l'oliveto; ogni impiego va comunque valutato nel rispetto delle norme vigenti e dei disciplinari.
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Sfruttare l'effetto sinergico con la pianta. Larve private del simbionte non riescono a nutrirsi delle olive verdi e soccombono per effetto dei polifenoli antagonisti: trattare in questa fase fenologica amplifica il risultato.
Le cautele: dal laboratorio al campo
Va detto con chiarezza: si tratta di prove di laboratorio, su olive artificialmente infestate. Gli autori parlano esplicitamente di candidati per prove semi-campo e di campo. In pieno campo entrano in gioco variabili decisive — momento e numero delle applicazioni, stabilità dei prodotti, volume, velocità e pressione della distribuzione. Restano poi da approfondire gli effetti sulla fauna non bersaglio e sulle comunità batteriche epifite dell'olivo, anche se i primi dati sui parassitoidi non mostrano impatti negativi evidenti a breve termine. La strada è tracciata: la lotta alla mosca dell'olivo può passare anche dal disarmare il suo batterio, e novembre potrebbe non essere troppo tardi.
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