L'arca olearia
L'olio di oliva non rincorra gli altri oli. Punti su qualità, giovani e scienza
Intervista esclusiva a Gennaro Sicolo, neopresidente del Comitato Consultivo del Consiglio oleicolo internazionale. Ecco come traccia la rotta del settore per i prossimi anni: valorizzare ciò che distingue l'olio di oliva, investire nella conoscenza dei giovani e rafforzare il multilateralismo. Ecco i passaggi chiave del suo intervento.
04 novembre 2026 | 11:00 | T N
Il Comitato Consultivo del Consiglio Oleicolo Internazionale (COI), istituito nel 1991, è l'organo che rappresenta l'intera filiera del settore (produttori, trasformatori, commercianti e consumatori) dei paesi membri, fungendo da interlocutore privilegiato per il Consiglio dei Membri e il Segretariato Esecutivo . Il suo ruolo principale è quello di fornire pareri e raccogliere le istanze concrete degli operatori del settore, mettendo a disposizione la loro conoscenza diretta del mercato per aiutare il COI a individuare soluzioni efficaci alle sfide globali . Attraverso riunioni periodiche, il Comitato analizza temi cruciali come la sostenibilità, l'andamento dei mercati, l'innovazione e gli standard di qualità, formulando raccomandazioni che contribuiscono a promuovere la trasparenza e la crescita del comparto oleicolo a livello mondiale.
Oggi un italiano è tornato a guidarlo, come presidente. E' Gennaro Sicolo, presidente di Italia Olivicola e vicepresidente italiano di CIA Agricoltori Italiani.
Il COI non è un organismo tecnico qualunque
Presidente Sicolo, da dove parte la sua riflessione?
Il COI è molto più di un organismo tecnico. È il luogo nel quale Paesi con storie, economie, tradizioni agricole e sistemi produttivi differenti possono confrontarsi sulla base di regole condivise, conoscenze scientifiche e obiettivi comuni. È un presidio di cooperazione internazionale, un punto di riferimento per la qualità e l'autenticità degli oli di oliva e uno strumento essenziale per costruire la fiducia tra produttori, operatori commerciali e consumatori. Con questo spirito assumo la presidenza, con profondo senso di responsabilità e con la consapevolezza del compito che ci attende.
Trent'anni di trasformazioni: la lezione dei numeri
Come è cambiato il mercato degli oli vegetali?
Negli ultimi trent'anni il mercato mondiale degli oli vegetali ha conosciuto una trasformazione strutturale. Gli oli di palma, di soia, di colza e di girasole hanno ampliato considerevolmente la propria presenza, grazie a sistemi produttivi su larga scala, filiere industriali organizzate e prezzi spesso competitivi. Le serie storiche dell'USDA mostrano chiaramente questa evoluzione: tra la metà degli anni Novanta e il 2011/12, la produzione combinata dei quattro principali oli vegetali è passata da circa 53 a oltre 131 milioni di tonnellate, e la crescita è proseguita negli anni successivi.
E l'olio di oliva?
Ha seguito una traiettoria differente. Secondo i dati del COI, la produzione mondiale è triplicata nell'arco degli ultimi sessant'anni, raggiungendo circa 2,59 milioni di tonnellate nella campagna 2023/24 e, secondo i dati provvisori, circa 3,57 milioni nella campagna 2024/25. Questi numeri raccontano una storia di crescita significativa, ma anche una differenza fondamentale tra i diversi comparti: gli oli di semi e di palma sono protagonisti di un mercato caratterizzato da volumi molto elevati e forte sensibilità ai costi; l'olio di oliva ha costruito il proprio posizionamento soprattutto sulla qualità, sulle caratteristiche sensoriali, sulla tradizione produttiva e sul valore riconosciuto dal consumatore.
Non dobbiamo replicare il modello degli altri oli
Questa differenza è un limite?
Non dobbiamo interpretarla come un limite, ma come la base della nostra strategia. L'olio di oliva non è chiamato a replicare il modello produttivo di altri oli vegetali, né può fondare il proprio futuro esclusivamente sulla competizione di prezzo. Deve piuttosto rafforzare la propria capacità di generare valore, raggiungere nuovi consumatori e dimostrare, attraverso la qualità effettiva del prodotto, perché merita un posto distinto nel mercato alimentare internazionale. Questo non significa ignorare la necessità di contenere i costi, migliorare la produttività o innovare le tecniche agronomiche: significa farlo senza perdere ciò che rende l'olio di oliva riconoscibile e diverso.
I consumi si internazionalizzano: il potenziale è nei mercati non produttori
Qual è la seconda grande dinamica in atto?
Nell'ultimo decennio il consumo di olio di oliva si sta progressivamente internazionalizzando. I consumi nei Paesi non produttori, o comunque al di fuori dei tradizionali poli olivicoli dell'Unione europea, hanno acquisito un peso crescente: Stati Uniti, Brasile, Canada, Giappone, Australia e diversi mercati asiatici sono diventati elementi essenziali per l'equilibrio commerciale del settore. I consumi pro capite aiutano a misurare il potenziale meglio dei soli volumi assoluti: secondo le stime del COI siamo a 9,3 kg in Grecia, 7,5 kg in Spagna e 7,4 kg in Italia, ma scendiamo a circa 1,1 kg negli Stati Uniti, 1,2 kg in Canada e appena 0,4 kg in Giappone e Brasile. In Cina il consumo rimane molto contenuto rispetto alla popolazione.
Quali sono i numeri complessivi?
Il consumo mondiale ha raggiunto circa 3,215 milioni di tonnellate nella campagna 2024/25, con un incremento di 426.500 tonnellate, pari al 15,3%, rispetto alle 2,789 milioni della campagna 2023/24. Per il 2025/26 il COI stima un ulteriore incremento, fino a circa 3,248 milioni di tonnellate, pari all'1% in più. La crescita di lungo periodo è stata sostenuta soprattutto dai Paesi non membri e dai membri del Consiglio al di fuori dell'Unione europea, mentre il consumo dell'UE ha mostrato una tendenza discendente a partire dalla metà degli anni Duemila.
Il mercato è vulnerabile agli shock produttivi
Quanto pesano siccità e prezzi?
Nell'ultima decade il mercato ha mostrato quanto possa essere vulnerabile agli shock produttivi e ai prezzi. La riduzione dei raccolti nelle campagne caratterizzate da siccità e temperature estreme ha provocato forti tensioni sui listini, con ripercussioni sulla domanda e sulle decisioni di acquisto. Il recupero produttivo del 2024/25, quando il consumo mondiale è risalito a circa 3,215 milioni di tonnellate con un incremento del 15,3%, ha evidenziato la capacità del mercato di reagire quando l'offerta torna a migliorare.
Tre realtà diverse per la nostra analisi
Come leggere le differenze tra mercati?
La nostra analisi deve distinguere tre realtà. La prima è quella dei Paesi produttori tradizionali, dove l'olio di oliva fa parte della cultura alimentare, ma dove il consumo è esposto alle variazioni dei prezzi, ai cambiamenti degli stili di vita e alla concorrenza di altre categorie alimentari. La seconda è quella dei Paesi produttori emergenti, dove l'espansione della produzione può contribuire a consolidare la domanda interna e a sviluppare nuove filiere commerciali: qui occorre evitare che la crescita dell'offerta sia accompagnata da una debole conoscenza del prodotto e da un posizionamento esclusivamente legato al prezzo. La terza è quella dei Paesi non produttori, dove il potenziale di sviluppo rimane considerevole: è qui che si gioca una parte decisiva del futuro del settore.
Conoscenza, accessibilità, occasioni di consumo
Qual è la conseguenza per il settore?
La dinamica dei consumi degli oli di semi presenta caratteristiche differenti: la domanda è sostenuta da volumi elevati, da una maggiore standardizzazione degli impieghi e dalla possibilità di sostituire una materia prima con un'altra in funzione dei prezzi relativi e delle disponibilità. La conseguenza per noi è chiara: non possiamo affrontare una domanda mondiale di oli vegetali in espansione limitandoci a difendere le quote di mercato già acquisite. Dobbiamo aumentare la conoscenza dell'olio di oliva, migliorare l'accessibilità del prodotto, ampliare le occasioni di consumo e comunicare con rigore le sue peculiarità. Dobbiamo far comprendere che la scelta dell'olio non riguarda soltanto il prezzo al litro, ma anche il profilo sensoriale, la composizione, l'origine, la qualità e l'esperienza alimentare. Il nostro obiettivo non deve essere delegittimare gli altri oli vegetali, ma valorizzare, con dati scientifici e informazioni trasparenti, ciò che distingue l'olio di oliva.
I giovani sono già protagonisti del cambiamento
Perché puntare sulle nuove generazioni?
Se vogliamo che il mercato continui a crescere nei prossimi decenni, dobbiamo rivolgerci con particolare attenzione alle nuove generazioni. I giovani non sono soltanto i consumatori di domani: sono già oggi una componente fondamentale della trasformazione dei mercati alimentari. Le loro scelte sono influenzate dalla sensibilità ambientale, dall'attenzione alla salute, dalla ricerca di autenticità, dalla disponibilità economica e dalla capacità di riconoscere il valore dei prodotti. Non possiamo dare per scontato che conoscano l'olio di oliva, sappiano distinguere le diverse categorie commerciali o comprendano le caratteristiche che differenziano un extravergine di qualità da un prodotto di altra categoria.
Come colmare questo divario?
Occorre spiegare che l'olio extravergine di oliva è il risultato di una materia prima agricola, di una raccolta appropriata, di processi di estrazione correttamente condotti e di un insieme di caratteristiche chimiche e sensoriali che devono essere preservate lungo tutta la filiera. Dobbiamo rendere comprensibile il significato del fruttato, dell'amaro e del piccante, aiutando i consumatori a riconoscere queste caratteristiche come espressioni positive di determinati profili sensoriali. L'educazione alimentare deve diventare una componente strutturale della nostra politica di promozione.
Quali iniziative propone?
Propongo che il COI rafforzi le iniziative rivolte alle scuole, alle università, agli istituti di formazione alberghiera, ai giovani chef e ai professionisti della nutrizione. Dobbiamo sostenere programmi internazionali di educazione al gusto, strumenti digitali accessibili e campagne che traducano la complessità scientifica in informazioni semplici, verificabili e comprensibili. Dobbiamo anche utilizzare il linguaggio delle nuove generazioni: non per semplificare il prodotto fino a snaturarlo, ma per renderne comprensibili le caratteristiche. La nostra strategia deve tenere insieme tre obiettivi: educazione, accessibilità e qualità. La crescita dei consumi non deve essere ottenuta sacrificando il valore dell'olio, ma facendo in modo che un numero sempre maggiore di persone possa conoscerlo, apprezzarlo e inserirlo consapevolmente nelle proprie abitudini alimentari.
Preservare l'eccellenza senza fermare la scienza
Il tema degli standard è centrale. Qual è la sua posizione?
La qualità è il principale capitale strategico del settore oleicolo. Il COI ha costruito nel tempo un sistema di norme, metodi analitici e procedure di valutazione che contribuisce a garantire l'autenticità degli oli, a tutelare i consumatori e a facilitare gli scambi internazionali. Questo patrimonio non deve essere indebolito: l'eccellenza deve rimanere un requisito concreto, verificabile e riconoscibile, e la categoria dell'olio extravergine deve conservare un significato preciso, fondato su criteri chimici, di purezza e di valutazione organolettica. Tuttavia, difendere gli standard non significa considerarli immutabili.
Perché?
Negli ultimi decenni la ricerca ha ampliato considerevolmente le conoscenze sulla composizione degli oli di oliva. Allo stesso tempo, il cambiamento climatico sta modificando le condizioni nelle quali le olive crescono, maturano e accumulano i loro componenti. A questo si aggiunge un cambiamento geografico: la coltivazione dell'olivo si sta sviluppando in nuove aree, comprese regioni nelle quali le condizioni pedoclimatiche e la storia olivicola sono differenti da quelle dei bacini mediterranei tradizionali. È un fenomeno che dobbiamo considerare con attenzione: l'espansione geografica può contribuire a diversificare l'offerta mondiale e ad aumentare la resilienza del settore, ma pone anche nuove domande scientifiche e regolamentari.
La sua posizione è netta...
Sì: non dobbiamo abbassare gli standard per adattarli ai nuovi problemi; dobbiamo migliorare la conoscenza scientifica per applicare standard rigorosi in modo corretto, coerente e fondato sulle evidenze. Questo principio è particolarmente importante per alcuni parametri di purezza.
Campesterolo: distinguere l'anomalia dalla non conformità
Il campesterolo è un tema delicato. Come va affrontato?
La composizione sterolica rappresenta uno degli strumenti utilizzati per verificare l'identità e la purezza degli oli di oliva. Gli steroli sono componenti naturali della frazione insaponificabile e il loro profilo contribuisce a caratterizzare l'olio, ma la loro composizione può variare in funzione della varietà, delle condizioni di coltivazione e di altri fattori biologici e ambientali. Il campesterolo è particolarmente rilevante perché un suo contenuto elevato rispetto ai limiti normativi può determinare una non conformità, ma può anche richiedere un approfondimento quando si presenta in oli autentici caratterizzati da una composizione peculiare. Non possiamo ignorare questa complessità, ma dobbiamo evitare l'errore opposto: trasformare la variabilità naturale in una giustificazione automatica per derogare ai requisiti di purezza.
Quale strada indica?
Il COI ha già affrontato questo problema attraverso studi sulla composizione degli oli con parametri non conformi e attraverso l'elaborazione di criteri interpretativi, compresi gli alberi decisionali relativi al campesterolo, sviluppati nel dialogo con il Codex Alimentarius. Questa esperienza ci indica la strada: dobbiamo ampliare la raccolta di dati provenienti da differenti aree olivicole, assicurare una rappresentazione adeguata delle cultivar e delle condizioni climatiche e migliorare la comparabilità dei risultati analitici. Quando una non conformità riguarda un parametro come il campesterolo, è necessario distinguere tra le diverse possibili spiegazioni attraverso un insieme di indicatori, verifiche e approfondimenti scientifici. Nessun singolo risultato dovrebbe essere interpretato al di fuori del proprio contesto analitico e normativo. Il principio è quello di un controllo più intelligente, non di un controllo meno rigoroso.
Esteri etilici: qualità della materia prima e tutela della categoria
E sugli esteri etilici?
Rappresentano un secondo esempio. Questi composti sono rilevanti nell'ambito della valutazione qualitativa degli oli vergini e possono fornire indicazioni utili sulle condizioni della materia prima e sui processi che precedono l'estrazione, in particolare in relazione alla degradazione delle olive e alle attività fermentative. Anche in questo caso il nostro compito è rafforzare la capacità diagnostica dei metodi, armonizzare le procedure di laboratorio e garantire che i limiti siano applicati sulla base di conoscenze scientifiche aggiornate. Il COI dispone di una competenza riconosciuta in questo campo, con metodi specifici per la determinazione degli esteri etilici e programmi di studio dedicati all'evoluzione degli standard. Dobbiamo continuare su questa strada, sostenendo la ricerca, il confronto tra laboratori e la verifica periodica dell'adeguatezza dei metodi. L'eccellenza non si protegge ignorando i problemi: si protegge affrontandoli con strumenti migliori.
L'Unione europea resti centrale, ma investa e collabori
Qual è il ruolo dell'UE in questo scenario?
L'Unione europea conserva una responsabilità fondamentale. I dati del COI mostrano che, negli ultimi dieci anni, la produzione europea ha rappresentato una quota molto rilevante dell'offerta mondiale, pur con oscillazioni considerevoli: nelle campagne 2020/21 e 2021/22 ha raggiunto rispettivamente circa 2,05 e 2,27 milioni di tonnellate, su una produzione mondiale di circa 3,02 e 3,42 milioni; nel 2022/23 la contrazione dei raccolti ha portato la produzione UE a circa 1,39 milioni, su un totale mondiale di 2,76 milioni; nel 2023/24 è stata di circa 1,55 milioni, mentre il totale mondiale è sceso a 2,59 milioni; nella campagna 2024/25, secondo i dati provvisori, è risalita a circa 2,11 milioni a fronte di una produzione mondiale di circa 3,57 milioni.
Due fenomeni contemporanei, quindi?
Esatto. Il primo è la persistente centralità dell'Unione europea, che rimane il principale polo produttivo del settore oleicolo mondiale. Il secondo è la crescente importanza delle produzioni al di fuori dell'Unione, che contribuiscono a diversificare l'offerta e a modificare gli equilibri geografici del comparto. Nel quadro del commercio internazionale monitorato dal COI, gli Stati Uniti rappresentano circa il 35% delle importazioni considerate nei principali mercati, l'Unione europea il 17%, il Brasile l'8%, il Giappone il 6%, il Canada il 5%, la Cina il 4% e l'Australia il 3%.
Cosa deve fare allora l'Europa?
Non può limitarsi a rivendicare il proprio ruolo storico: deve esercitarlo attraverso investimenti nella ricerca, nella sostenibilità, nella qualità, nell'innovazione e nella cooperazione con gli altri Paesi produttori. Il suo patrimonio di competenze scientifiche, tecnologiche e regolamentari costituisce una risorsa per l'intero settore mondiale, ma deve tradursi in una capacità concreta di collaborare, ascoltare e costruire soluzioni condivise. È importante ricordare che il COI non deve essere considerato lo strumento di una singola area geografica: è un organismo internazionale nel quale le diverse realtà produttive devono poter contribuire alla definizione delle regole comuni. L'Unione europea ha dunque una responsabilità particolare: sostenere un sistema internazionale credibile, contribuire alla qualità della ricerca e riconoscere il valore di un organismo che permette di affrontare questioni tecniche e commerciali attraverso il confronto multilaterale.
Il COI sia sede di mediazione tecnica
Perché rafforzare il ruolo istituzionale del COI?
In un mercato globale, le differenze tra sistemi produttivi, standard nazionali, metodi analitici e interpretazioni regolamentari possono generare controversie. Quando queste differenze non vengono affrontate attraverso il dialogo, rischiano di tradursi in ostacoli agli scambi, in incertezza per gli operatori e in una perdita di fiducia da parte dei consumatori. È precisamente in questo spazio che il COI può e deve svolgere una funzione ancora più incisiva. Il Consiglio dispone di una rete internazionale di esperti, laboratori, gruppi di lavoro e competenze tecniche, e ha maturato un'esperienza significativa nell'armonizzazione dei metodi, nella definizione degli standard e nel confronto con il Codex Alimentarius. Questa capacità deve essere valorizzata anche come strumento di prevenzione e composizione delle controversie tecniche e commerciali.
Qual è la sua proposta concreta?
Propongo che si rafforzi il ruolo del COI come sede internazionale di dialogo, consultazione scientifica e mediazione tecnica, nel rispetto delle competenze delle autorità nazionali e degli obblighi internazionali applicabili. Il Consiglio può contribuire a chiarire divergenze interpretative, promuovere confronti tra laboratori, sostenere procedure condivise di verifica e facilitare il dialogo tra Paesi quando emergono contestazioni sulla qualità, sulla classificazione o sull'autenticità degli oli. Non si tratta di sostituire le autorità competenti né di attribuire al COI poteri che il suo quadro giuridico non prevede, ma di utilizzare pienamente le sue competenze per evitare che le controversie tecniche diventino conflitti commerciali difficili da risolvere.
Un appello alla Commissione europea?
Sì, un appello istituzionale: scommettere sul COI come organismo internazionale di riferimento per il dialogo, la convergenza scientifica e la mediazione tecnica nel settore oleicolo. Significa rafforzare il multilateralismo in un settore nel quale la cooperazione è una condizione concreta per la crescita economica e per la tutela dei consumatori.
Una visione condivisa per il futuro
Chiudiamo con la sua visione. Cosa significa assumere questa presidenza?
Significa accettare una responsabilità che supera i confini di ogni singolo Paese. Dobbiamo proteggere l'autenticità dell'olio di oliva, sostenere la ricerca, favorire l'adattamento climatico, promuovere una concorrenza leale e ampliare la conoscenza del prodotto nei mercati internazionali. Dobbiamo aiutare i giovani a riconoscere il valore dell'olio di oliva e a comprenderne le caratteristiche, lavorare affinché il prezzo non sia l'unico criterio di scelta e affinché la qualità sia sempre dimostrabile, comunicabile e riconoscibile. Dobbiamo preservare gli standard senza rinunciare al progresso scientifico, affrontare le nuove condizioni agronomiche senza compromettere le garanzie di autenticità e accompagnare l'espansione geografica dell'olivicoltura attraverso regole comuni.
E il futuro del settore?
Dipenderà non soltanto dalla quantità di olio che saremo in grado di produrre, ma dalla capacità di creare valore, conquistare la fiducia dei consumatori e costruire relazioni commerciali equilibrate. Il COI deve essere il luogo nel quale queste priorità trovano una sintesi internazionale. La nostra ambizione non deve essere semplicemente conservare ciò che abbiamo ereditato, ma rendere il settore oleicolo più forte, più resiliente, più trasparente e più aperto al mondo. Con questo spirito assumo la presidenza e rivolgo a tutti i Paesi membri, alle istituzioni europee, alla comunità scientifica e agli operatori del settore un invito alla collaborazione. Lavoriamo insieme affinché l'olio di oliva continui a rappresentare un'eccellenza riconosciuta, un patrimonio agricolo e culturale condiviso e una risorsa capace di generare valore per le generazioni future. La qualità è la nostra identità, la scienza è il nostro strumento, la cooperazione internazionale è la nostra forza.
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