L'arca olearia

Occhio di pavone dell'olivo: dalla diagnosi alla difesa integrata

Occhio di pavone dell'olivo: dalla diagnosi alla difesa integrata

Spilocaea oleaginea, agente dell'occhio di pavone, riduce clorofille e carboidrati delle foglie, ma che azoxistrobina e ossicloruro di rame, applicati con la giusta cadenza, contengono l'infezione e recuperano la funzionalità fotosintetica

31 ottobre 2026 | 12:00 | R. T.

L'occhio di pavone, noto anche come "occhio di pavone" o peacock spot, è causato dal fungo Spilocaea oleagina (sin. Cycloconium oleagineum, Fusicladium oleagineum). È considerata la più importante malattia fogliare dell'olivo a livello mondiale. I sintomi tipici sono lesioni circolari, da verde fangoso a quasi nere, con alone clorotico sulla pagina superiore della foglia; in inverno e primavera la macchia è nera, mentre in estate tende a diventare biancastra per il distacco della cuticola dalle cellule epidermiche. Le foglie più colpite possono cadere prematuramente in estate, con ripercussioni sulla quantità e qualità della produzione olearia. Le foglie giovani, meno cutinizzate, sono le più suscettibili: la resistenza aumenta con l'età della foglia.

Lo studio: cosa è stato fatto

I ricercatori hanno campionato oliveti di Ismailia e Behira (Egitto), valutando incidenza e severità della malattia su 100 foglie per albero. In laboratorio hanno inoculato foglie staccate con sospensioni di spore a tre concentrazioni (2×10⁴, 2×10⁵ e 2×10⁶ spore/mL), incubate a 22±2 °C e umidità relativa del 100%. Sono stati poi misurati i pigmenti fotosintetici (clorofilla A, B e carotenoidi) e i carboidrati (zuccheri solubili, polisaccaridi e totale). Parallelamente, in vitro e in campo, sono stati testati due fungicidi registrati per l'occhio di pavone: Amistar (azoxistrobina) e ossicloruro di rame.

Tutte le cultivar testate risultano suscettibili

I dati di campo mostrano una suscettibilità elevata e diffusa. A Ismailia la cultivar più colpita è risultata Toffahi (89,5% di infezione), mentre la meno colpita è Aggezi (55,1%). A Behira la più suscettibile è Pical (87,5%), la meno colpita Koroneiki (81,3%). Le prove di inoculazione artificiale hanno confermato che tutte le varietà sono infettabili, con differenze legate a età della foglia (le giovani sono più recettive), superficie fogliare (la pagina inferiore è più suscettibile della superiore) e condizioni di incubazione.

L'impatto sulla fotosintesi: foglie più "povere"

L'infezione riduce drasticamente i pigmenti fotosintetici. La clorofilla A è scesa da 0,4238 a 0,0965 mg/g di peso fresco, la clorofilla B da 1,3227 a 0,0326 mg/g, mentre i carotenoidi sono aumentati da 0,0050 a 0,5670 mg/g (probabile risposta di stress). Anche i carboidrati calano: a Ismailia, per esempio, Manzanillo passa da 42,05 a 37,89 mg/g di peso secco e Aggezi da 42,69 a 27,79 mg/g; a Behira Picual scende da 45,47 a 25,41 mg/g e Koroneiki da 23,94 a 15,62 mg/g. Meno zuccheri disponibili significano meno energia per la pianta e, in prospettiva, minore resa e qualità dell'olio.

In vitro: l'effetto dei due fungicidi

Amistar ha inibito crescita e sporulazione in modo dose-dipendente: dopo 7 giorni la concentrazione 0,04 ha ridotto la crescita lineare a 5 mm (contro 39 mm del testimone), e dopo 14 giorni a 10 mm (contro 51 mm). L'ossicloruro di rame ha mostrato lo stesso andamento: alla dose 0,5 la crescita era di 5 mm dopo 7 giorni e 10 mm dopo 14, con sporulazione fortemente ridotta. Il rame agisce impedendo la germinazione delle spore e denaturando le proteine fungine; l'efficacia dipende dalla concentrazione dello ione Cu²⁺ e dall'umidità.

In campo: tre trattamenti a 15 giorni di distanza

La prova di campo ha previsto tre irrorazioni a intervalli di 15 giorni, con la prima il 1° ottobre 2013 e copertura accurata della chioma. Amistar ha ridotto l'infezione fino all'84,6% (Aggezi e Assi), con valori inferiori su Picual (60%). L'ossicloruro di rame ha dato risultati simili, con la riduzione più alta su Oprosi (86,3%) e la più bassa su Picual (56,0%). Entrambi i prodotti hanno migliorato il contenuto di clorofille e carotenoidi nelle foglie trattate rispetto ai testimoni non trattati, e hanno contenuto la perdita di carboidrati (riduzioni percentuali contenute, dal 2,3% al 15,9% a seconda della cultivar e del fungicida).

Consigli pratici per l'olivicoltore

  1. Monitorare da fine estate: la prima irrorazione va fatta prima che il rischio malattia diventi elevato; nello studio il ciclo è iniziato il 1° ottobre. La tempistica corretta è essenziale per l'efficacia.

  2. Rispettare la cadenza: tre trattamenti a 15 giorni di distanza hanno dato buoni risultati; in letteratura si raccomanda un programma rameico ogni 14 giorni nelle fasi suscettibili.

  3. Alternare i principi attivi: rameici (preventivi, economici, efficaci a basso rischio) e strobilurine come l'azoxistrobina, che oltre all'effetto fungicida mostrano benefici fisiologici (ritardo della senescenza, maggiore contenuto di clorofille).

  4. Coprire bene la chioma: la qualità dell'applicazione conta quanto la dose; bagnare accuratamente foglie e pagina inferiore.

  5. Non trascurare le cultivar "resistenti": anche Koroneiki e Picual, meno colpite, possono ammalarsi; la suscettibilità varia ma non azzera il rischio.

  6. Integrare le pratiche colturali: sanificazione, gestione della chioma e nutrizione bilanciata supportano la difesa chimica; evitare concimazioni che riducano l'efficacia dei fungicidi.

  7. Valutare l'impatto economico: la malattia riduce fotosintesi e carboidrati, quindi la difesa non è solo estetica ma protegge resa e qualità dell'olio.

In sintesi

L'occhio di pavone è una minaccia concreta per tutti gli oliveti, ma una strategia basata su monitoraggio precoce, trattamenti tempestivi e alternanza di rameici e strobilurine consente di contenere l'infezione, preservare i pigmenti fotosintetici e limitare le perdite di carboidrati. La ricerca conferma che non esiste una cultivar immune: la difesa integrata resta la strada più solida per la sostenibilità economica dell'olivicoltura.

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