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Olio d’oliva carbon neutral: dalla teoria alla pratica, una sfida possibile

Olio d’oliva carbon neutral: dalla teoria alla pratica, una sfida possibile

Il mercato statunitense premia la sostenibilità, ma la vera carbon neutrality richiede un approccio olistico che superi le attuali certificazioni e affronti criticità concrete, dalla gestione del suolo allo smaltimento dei reflui

09 settembre 2026 | 14:00 | R. T.

Il mercato dell’olio d’oliva negli Stati Uniti si sta espandendo a un ritmo notevole, trainato dalla crescente consapevolezza dei benefici per la salute e dalla popolarità della dieta mediterranea. Secondo le ultime proiezioni, il mercato statunitense, valutato 2,99 miliardi di dollari nel 2024, dovrebbe raggiungere i 6,04 miliardi di dollari entro il 2033, con un tasso di crescita annuale composto dell’8,14%. Questo trend positivo si accompagna a una domanda sempre più marcata di prodotti premium e sostenibili. I consumatori americani, in particolare, premiano i brand che investono in certificazioni di sostenibilità, tra cui spicca la carbon neutrality, insieme al commercio equo e alla tracciabilità dell’origine.

Anche il segmento degli oli commestibili biologici, di cui l’olio d’oliva è un componente chiave, mostra una crescita significativa. Il mercato globale di questa categoria è stimato a 5,9 miliardi di dollari nel 2024, con una crescita prevista a un tasso del 10,4% fino al 2030, e il comparto dell’olio d’oliva biologico cresce a un tasso ancora maggiore, pari al 12,6%. Per gli olivicoltori e i frantoiani, questi dati non rappresentano solo una tendenza, ma una chiara indicazione di mercato: la sostenibilità ambientale, e in particolare la capacità di certificare la carbon neutrality, si sta trasformando da un valore aggiunto a un requisito competitivo per accedere ai segmenti di mercato più redditizi.

La chimera della carbon neutrality: criticità nel calcolo dell’impronta di carbonio

Il percorso verso la carbon neutrality dell’olio d’oliva è irto di complessità, a partire dalla stessa quantificazione delle emissioni. La maggior parte degli studi di Life Cycle Assessment (LCA) adotta un approccio “cradle-to-gate”, che considera le emissioni dalla coltivazione fino all’uscita del prodotto dal frantoio, escludendo spesso il confezionamento, il trasporto e la logistica distributiva. Questa delimitazione, seppur comune, può fornire un quadro parziale e talvolta ottimistico dell’impatto reale.

I dati disponibili mostrano una notevole variabilità dell’impronta di carbonio in funzione del sistema di coltivazione. Uno studio spagnolo ha quantificato le emissioni di CO₂ equivalente per kg di olio vergine in un range che va da 1,59 a 2,78 kg per i sistemi irrigui e addirittura da 2,28 a 3,26 kg per quelli intensivi, contro valori più contenuti per i tradizionali oliveti in asciutto. Sebbene questi numeri siano significativi, è importante sottolineare che studi più recenti condotti in Turchia su sistemi intensivi hanno stimato un’impronta di 3,04 kg di CO₂ equivalente per kg di olio, evidenziando come la fase agricola sia di gran lunga la più impattante, contribuendo per circa l’80% del totale, con la fertilizzazione e l’irrigazione come principali responsabili.

La prima grande criticità risiede quindi nella mancanza di una metodologia standardizzata e universalmente riconosciuta, nonostante gli sforzi di enti come il Consiglio Oleicolo Internazionale (COI) che ha sviluppato un proprio strumento per il calcolo del carbon footprint. La variabilità dei confini di sistema, delle unità funzionali e dei dati primari rende difficile il confronto tra diverse certificazioni e apre la porta a possibili pratiche di greenwashing.

Il paradosso del suolo: il vero pozzo di carbonio è la gestione della sostanza organica

Il punto critico e, al tempo stesso, la maggiore opportunità per la carbon neutrality risiede nella capacità dell’oliveto di sequestrare carbonio. L’oliveto, specialmente quello tradizionale, è un efficace sink di CO₂ atmosferica, fissandola nella biomassa legnosa permanente (tronco e rami) e nel suolo. Tuttavia, il potenziale di sequestro è fortemente condizionato dalle pratiche agronomiche.

Ricerche condotte in Portogallo hanno dimostrato che l’incremento degli input di carbonio al suolo è un fattore più determinante del tipo di gestione (biologica, integrata o biodinamica) per migliorare il bilancio netto di carbonio. Gli oliveti con un elevato apporto di carbonio organico al suolo (attraverso cover crop, residui di potatura trinciati e compost) hanno mostrato un bilancio positivo e costante di circa +1,0 Mg C ha⁻¹ anno⁻¹, mentre quelli a basso apporto hanno presentato risultati variabili, talvolta con perdite nette di carbonio. È interessante notare che le emissioni derivanti dalle operazioni colturali sono risultate simili tra i diversi sistemi, ma le emissioni nette sono state drasticamente inferiori negli oliveti ad alto input di carbonio (circa 140 kg CO₂ eq ha⁻¹ anno⁻¹) rispetto a quelli a basso input (circa 1650 kg CO₂ eq ha⁻¹ anno⁻¹).

Questo dato è stato confermato da studi andalusi, che hanno quantificato i tassi di sequestro del carbonio nel suolo in un range compreso tra 0,02 e 3,02 Mg C ha⁻¹ anno⁻¹, a seconda delle condizioni pedoclimatiche e della gestione. La pratica delle cover crop spontanee, combinate con l’apporto di residui di potatura, si è rivelata la più efficace per incrementare il carbonio organico nel suolo, superando nettamente la gestione basata sulla lavorazione del terreno. Il paradosso è che, per rendere l’olivicoltura realmente carbon neutral, non basta ridurre le emissioni, ma è necessario implementare attivamente pratiche di carbon farming che trasformino il suolo in un serbatoio netto di carbonio.

Le emissioni dimenticate: reflui e filiera, il tallone d’Achille dell’industria olearia

Se la fase agricola è la principale responsabile delle emissioni, la fase di trasformazione e la gestione dei sottoprodotti rappresentano un’altra criticità spesso sottovalutata nel computo finale. Le acque di vegetazione e le sanse, se non gestite correttamente, non solo generano emissioni di metano e protossido di azoto, ma rappresentano anche un problema ambientale di rilievo. Uno studio recente sulla sostenibilità della filiera olearia tunisina ha quantificato la produzione di acque reflue in 0,8-1,2 m³ per tonnellata di olive lavorate, evidenziando come la loro valorizzazione sia ancora ferma a percentuali irrisorie (12,8%) rispetto agli obiettivi di policy (80%).

Questo divario rivela un fondamentale disallineamento tra gli obiettivi normativi e le infrastrutture disponibili. L’analisi di ottimizzazione condotta nello studio dimostra come un approccio integrato alla pianificazione della raccolta e della trasformazione, che includa la gestione dei reflui, possa ridurre le emissioni del 14,6%. Tuttavia, per colmare il divario sulla valorizzazione, sarebbero necessari investimenti infrastrutturali significativi, che, seppur con un periodo di ritorno stimato in 3-4 stagioni, richiedono un cambio di paradigma e un supporto pubblico. La carbon neutrality dell’olio non può prescindere dalla gestione circolare dei suoi scarti, trasformando un problema in una risorsa.

Il mercato delle certificazioni e l’esclusione dei piccoli produttori

La crescente domanda di olio carbon neutral ha stimolato la nascita di un mercato in espansione di certificazioni e crediti di carbonio. Il nuovo regolamento europeo (UE) 2024/3012 e il programma pilota del COI stanno gettando le basi per una certificazione ufficiale del carbon farming, mentre sul mercato volontario esistono metodologie come VCS AFOLU e Plan Vivo che permettono di monetizzare il carbonio sequestrato. Un oliveto può potenzialmente catturare fino a 6 tonnellate di CO₂ per ettaro all’anno, generando un reddito aggiuntivo stimato tra i 400 e i 1000 euro per ettaro, oltre al premium price che l’etichetta carbon neutral può garantire sul mercato statunitense.

Tuttavia, questa opportunità nasconde un’insidia. L’accesso a queste certificazioni richiede investimenti significativi in sistemi di monitoraggio, rendicontazione e verifica (MRV), con costi che possono variare tra i 3 e i 7 euro per tonnellata di CO₂. Questa barriera all’ingresso rischia di escludere i piccoli produttori e gli olivicoltori tradizionali, che spesso sono proprio quelli con i bilanci di carbonio più favorevoli grazie alla minore intensificazione. Come sottolineato nella letteratura scientifica, i modelli di business del carbon farming necessitano di un supporto politico pubblico per essere economicamente sostenibili, e la governance inclusiva è la condizione per evitare che la transizione green escluda una parte fondamentale del tessuto produttivo. Il mercato premia la sostenibilità, ma lo fa in un contesto che rischia di favorire i grandi attori a scapito dei piccoli, che sono i veri custodi di molte pratiche virtuose.

Raccomandazioni per i produttori: un percorso a tappe

Il raggiungimento della carbon neutrality non è un traguardo da dichiarare, ma un percorso di miglioramento continuo. Ecco alcune raccomandazioni basate sulle evidenze scientifiche.

La prima azione strategica è la misurazione e la verifica. Un produttore non può gestire ciò che non misura. È fondamentale iniziare a calcolare la propria impronta di carbonio utilizzando strumenti riconosciuti come quelli del COI o aderendo a programmi di certificazione come il CarbonFree Product. Questo primo passo è necessario per identificare i cosiddetti “hotspot” delle emissioni, ossia le fasi della filiera in cui è più efficace intervenire.

Sul piano agronomico, la priorità deve essere l’incremento degli input di carbonio nel suolo. Abbandonare le lavorazioni profonde, adottare cover crop (preferibilmente spontanee) e trinciare e interrare i residui di potatura sono pratiche che hanno dimostrato di aumentare significativamente il sequestro di carbonio. Queste tecniche, oltre a migliorare il bilancio di carbonio, aumentano la fertilità del suolo, la sua capacità di ritenzione idrica e la resilienza della pianta agli stress idrici, tutti fattori cruciali in uno scenario di cambiamento climatico.

Per quanto riguarda la gestione delle risorse, è necessario ottimizzare l’uso di fertilizzanti e acqua. Gli studi LCA indicano che la fertilizzazione azotata e l’irrigazione sono tra le principali fonti di emissioni in fase agricola. L’adozione di tecniche di agricoltura di precisione per un apporto calibrato di nutrienti e acqua può ridurre significativamente l’impronta di carbonio, migliorando al contempo l’efficienza produttiva.

Infine, per trasformare l’impegno in un vantaggio commerciale, la certificazione è cruciale. Ottenere una certificazione di carbon neutrality per il proprio olio permette di accedere ai mercati più ricettivi, come quello statunitense, dove i consumatori sono disposti a pagare un premium price per prodotti sostenibili e tracciabili. È tuttavia fondamentale che la certificazione sia solida e riconosciuta, per comunicare in modo trasparente e credibile il valore del proprio prodotto, evitando il rischio di essere accusati di greenwashing.

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