L'arca olearia

La rivoluzione sostenibile dell’estrazione dell’olio d’oliva, dall'estrazione per pressione all'anidride carbonica supercritica

La rivoluzione sostenibile dell’estrazione dell’olio d’oliva, dall'estrazione per pressione all'anidride carbonica supercritica

L’industria olearia si trova ad affrontare una duplice sfida: da un lato, la crescente pressione ambientale legata alla gestione delle acque reflue e dei sottoprodotti; dall’altro, la necessità di preservare il massimo valore nutrizionale e la stabilità dell’olio

08 settembre 2026 | 13:00 | R. T.

L’olio extravergine d’oliva (EVOO) è da sempre celebrato come un pilastro della dieta mediterranea, apprezzato per le sue inestimabili proprietà organolettiche e nutrizionali. Tuttavia, il processo di estrazione che porta questo oro verde sulle nostre tavole cela un paradosso ambientale di non facile soluzione. I sistemi di estrazione convenzionali, seppur tecnologicamente avanzati, si basano su un’intensa attività idrica che genera enormi volumi di acque reflue (OMW) e sottoprodotti solidi. Questi scarti, oltre a rappresentare un costo di smaltimento non indifferente per il frantoiano, comportano la perdita di una quota significativa dei composti bioattivi dell’oliva, i polifenoli, che finiscono dispersi nelle acque di vegetazione. Secondo gli studi, oltre il 90% dei composti fenolici idrofili viene irrimediabilmente perso durante il processo tradizionale, finendo nelle acque reflue o nella sansa. Questo fenomeno non solo impoverisce l’olio dal punto di vista qualitativo e funzionale, ma rende i sottoprodotti stessi altamente inquinanti a causa del loro elevato carico organico.

Di fronte a queste criticità, il settore oleario è chiamato a una riflessione profonda. Le soluzioni assistite come gli ultrasuoni, i campi elettrici pulsati o i trattamenti enzimatici, pur migliorando le rese estrattive, non risolvono il problema alla radice: esse operano all’interno di schemi produttivi che prevedono comunque l’aggiunta di acqua, perpetuando il circolo vizioso della produzione di reflui. La vera sfida, quindi, non è ottimizzare un sistema insostenibile, ma ripensarne completamente i fondamenti, ispirandosi a tecniche ancestrali che, con la lente della green chemistry, possono essere rivalutate e modernizzate.

Recuperare l’Antico per Costruire il Futuro: La Lezione dell’Alwana

Per secoli, nelle regioni del Nord del Marocco, si è praticato un metodo di estrazione noto come "Alwana". Questa tecnica prevedeva la tostatura e la disidratazione delle olive prima della pressatura, eliminando completamente l’utilizzo di acqua durante il processo. Il risultato era un olio dal profumo affumicato e, soprattutto, caratterizzato da una straordinaria stabilità ossidativa e un altissimo contenuto di antiossidanti. Sebbene questa pratica sia stata quasi abbandonata in favore dei sistemi a ciclo continuo, la sua essenza rappresenta oggi il concetto cardine per lo sviluppo di un’estrazione realmente a zero sprechi.

L’idea alla base è semplice e geniale: se si rimuove l’acqua dalla matrice dell’oliva prima della lavorazione, non solo si previene la formazione di reflui, ma si impedisce la migrazione dei polifenoli idrofili verso la fase acquosa. In pratica, tutti i composti nobili rimangono intrappolati nella polpa e, grazie alla successiva rottura cellulare, vengono ceduti alla fase oleosa, arricchendola di molecole preziose. Questa filosofia, che potremmo definire "estrazione a secco", è il motore di una vera e propria rivoluzione tecnologica che si sta affacciando all’industria olearia.

Le Tecnologie Pulite: Pressatura Meccanica e CO₂ Supercritica

Per tradurre in pratica il principio dell’estrazione a secco, la scienza e la tecnica mettono oggi a disposizione due alleati formidabili: la pressatura meccanica a vite (expeller) e l’estrazione con anidride carbonica supercritica (Sc-CO₂). Queste tecnologie, già ampiamente utilizzate in altri settori dell’industria alimentare (dalla lavorazione dei semi oleosi all’estrazione di principi attivi), rappresentano la risposta più concreta alle esigenze di sostenibilità del settore.

La pressatura meccanica è la prima linea di attacco. Il frantoio, che in questo caso si trasforma in un "expeller", è sostanzialmente una pressa a vite continua che lavora la sansa o le olive preventivamente essiccate. La pressione generata separa l’olio dalla parte solida, senza alcun ausilio di solventi chimici. Questo primo passaggio recupera la quota maggiore di olio, variabile tra il 70% e il 90%, a seconda delle caratteristiche della materia prima e dei parametri di processo (temperatura, velocità di rotazione, umidità residua). Il prodotto ottenuto è un olio di qualità eccellente, che rispetta tutti i parametri di legge per la classificazione come EVOO, e una "panchina" oleosa che rappresenta il punto di partenza per la fase successiva.

È qui che entra in gioco la seconda fase, l’estrazione con CO₂ supercritica. L’anidride carbonica, un gas incolore e innocuo, viene portata a una pressione superiore a 73,8 bar e a una temperatura intorno ai 31°C, condizioni in cui assume lo stato "supercritico". In queste condizioni, la CO₂ possiede una densità simile a quella di un liquido, che le conferisce un elevato potere solvente, ma una viscosità e una diffusività paragonabili a quelle di un gas. Questo le permette di penetrare in profondità nella matrice solida della panchina, sciogliendo e trascinando con sé l’olio residuo e i composti bioattivi che sono rimasti intrappolati.

I risultati ottenuti da questo approccio sequenziale sono straordinari. Le rese di estrazione superano il 90%, e in alcuni casi arrivano fino al 98%, superando quelle dei sistemi tradizionali. Ma il vero valore aggiunto è qualitativo. Gli oli ottenuti presentano un contenuto di polifenoli totali fino a 16 volte superiore rispetto agli oli convenzionali, con concentrazioni che superano i 1000 mg/kg. Questa ricchezza di antiossidanti si traduce in una stabilità ossidativa eccezionale: i tempi di induzione alla rancidità, misurati con il metodo Rancimat, sono più che triplicati, con valori che possono superare i 60 ore a 120°C, contro le 12-16 ore degli oli tradizionali. In altre parole, un olio che non solo è più sano, ma che dura di più e si conserva meglio nel tempo.

Un Nuovo Modello di Business: Dallo Scarto al Prodotto Nobilitato

L’adozione di queste tecnologie non si limita a ridurre l’impatto ambientale, ma apre le porte a un modello di business virtuoso e circolare, trasformando il problema dei sottoprodotti in una nuova fonte di reddito. La combinazione expeller + Sc-CO₂ produce, infatti, due co-prodotti di altissimo valore.

Il primo è l’olio stesso, un prodotto "premium" con caratteristiche nutrizionali e funzionali uniche, che potrebbe essere commercializzato come "olio funzionale" o "arricchito", andando a intercettare una nicchia di mercato in crescita, quella dei consumatori attenti alla salute e alla sostenibilità.

Il secondo è la farina di sansa sgrassata, un prodotto di qualità alimentare (food-grade) che, a differenza del residuo ottenuto dall’estrazione con solventi (esanica), non ha subito trattamenti termici e chimici aggressivi. Questa farina conserva intatte le sue proteine, le fibre e una quota residua di polifenoli, rendendola un ingrediente funzionale di grande interesse per diversi settori.

In primis, l’industria alimentare: la farina di sansa può essere utilizzata per arricchire paste alimentari, pane, biscotti e snack, aumentandone il contenuto di fibre e polifenoli (Tabella 1). Diversi studi hanno dimostrato l’accettabilità sensoriale di questi prodotti arricchiti fino al 10%, con un incremento significativo della loro capacità antiossidante.

In secondo luogo, il settore della mangimistica: l’alimentazione animale (pesci, suini, pollame, ovini) trae grande beneficio dall’inclusione di questa farina, che migliora il profilo acidico della carne e del latte, aumentando la concentrazione di acidi grassi insaturi e di antiossidanti come la vitamina E, con effetti positivi sulla salute del consumatore finale.

Infine, il comparto del packaging attivo e biodegradabile: la farina di sansa, grazie al suo contenuto di polifenoli e fibra, può essere incorporata in pellicole commestibili a base di carbossimetilcellulosa (CMC) o chitosano. Questi film, oltre a essere biodegradabili, svolgono un’azione attiva contro l’ossidazione dei lipidi, prolungando la shelf-life di alimenti sensibili come la frutta secca o il pesce, e sostituendo le plastiche tradizionali di derivazione fossile.

Il Problema della Normativa: Un Olio “Troppo Buono” per Essere Classificato

Uno degli ostacoli più insidiosi per la commercializzazione di questi oli innovativi è rappresentato dall’attuale impianto normativo. Gli standard di qualità dell’EVOO, stabiliti da regolamenti come quelli del Consiglio Oleicolo Internazionale (IOC) e della Commissione Europea, sono pensati per oli ottenuti con processi meccanici tradizionali. Parametri fondamentali come i coefficienti di estinzione specifica a 232 e 270 nanometri (K₂₃₂ e K₂₇₀), che misurano i prodotti di ossidazione primaria e secondaria, rischiano di "punire" gli oli ottenuti con le nuove tecnologie.

Il problema è che questi oli sono talmente ricchi di polifenoli che le molecole antiossidanti interferiscono con la lettura spettrofotometrica a quelle lunghezze d’onda. Ciò significa che un olio con un altissimo contenuto di polifenoli può presentare valori di K₂₃₂ e K₂₇₀ più alti del consentito, non per un’effettiva degradazione ossidativa, ma per un semplice "artefatto" analitico. Di conseguenza, un olio più sano e stabile rischierebbe di essere declassato a "lampante" o "vergine" a causa di un parametro che non riesce a discriminare l’eccellenza.

Un esempio emblematico è quello dell’olio proveniente dagli alberi del deserto roccioso del Sud del Marocco (OLIVIE), che, a causa delle condizioni estreme, produce un EVOO con un contenuto di polifenoli totali di circa 1250 mg/kg, trenta volte superiore alla media. Nonostante gli studi clinici ne dimostrino le proprietà benefiche per la salute, non vengono riportati i dati sui coefficienti K₂₃₂ e K₂₇₀, un’omissione che evidenzia una lacuna di trasparenza nella filiera.

Per questo motivo, è sempre più pressante la richiesta di aggiornare i parametri di qualità, introducendo ad esempio la misura del contenuto fenolico totale (TPC) come parametro positivo, e affiancando ai metodi tradizionali tecniche spettroscopiche avanzate (Raman, NIR, fluorescenza) in grado di valutare l’autenticità e la qualità in modo più preciso, rapido e non distruttivo. La creazione di nuove categorie commerciali, come "olio funzionale", consentirebbe di valorizzare questi prodotti senza conflitti con le definizioni classiche.

Consigli per i Frantoiani: Un Percorso di Innovazione Misurata

L’adozione di queste tecnologie rappresenta un investimento importante, ma, come abbiamo visto, anche una straordinaria opportunità di posizionamento e diversificazione. Per un frantoiano che volesse affacciarsi a questo nuovo paradigma, ecco alcuni spunti di riflessione:

Partire dalla Disidratazione: Il primo passo per avvicinarsi alla filiera a secco è la disidratazione. Anche senza investire in un impianto Sc-CO₂, l’utilizzo di un essiccatore controllato per le olive, da abbinare a un expeller, può già garantire un miglioramento significativo della qualità e una riduzione dei volumi di reflui. La scelta della tecnica di essiccazione (ad aria calda, sottovuoto, liofilizzazione) va calibrata in base al prodotto finale desiderato. Un’essiccazione moderata, che eviti temperature eccessive, preserva il profilo aromatico e i composti bioattivi.

Valutare il Processo in Due Fasi: La soluzione completa prevede il binomio expeller + Sc-CO₂. Si può valutare l’acquisto di un expeller, che ha costi di gestione contenuti e può essere utilizzato anche per altri semi oleosi, e stringere accordi con centri di estrazione con Sc-CO₂ per il trattamento della panchina, testando il mercato prima di un investimento diretto.

Conoscere il Proprio Prodotto: Prima di lanciare un olio "da polvere" sul mercato, è fondamentale caratterizzarlo a fondo. Affidarsi a laboratori specializzati per la misurazione del profilo fenolico, della stabilità ossidativa (Rancimat, Oxiest) e degli altri parametri di qualità è il primo passo per avere un prodotto certificabile e credibile.

Diversificare l’Offerta: La vera ricchezza di questo modello è la trasformazione della sansa in un ingrediente di pregio. Stabilire partnership con aziende alimentari o del settore mangimistico per la vendita della farina sgrassata può creare una nuova fonte di reddito, rendendo l’intero processo economicamente sostenibile.

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