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Fungicidi per l’olivo: ecco quali funzionano meglio contro la cercosporiosi

Fungicidi per l’olivo: ecco quali funzionano meglio contro la cercosporiosi

Analizzata l'efficacia di 18 fungicidi contro il Pseudocercospora cladosporioides. I risultati offrono un quadro chiaro per scegliere i principi attivi più efficaci e gestire la resistenza, passando da una lotta "a calendario" a una gestione sostenibile e mirata.

08 settembre 2026 | 11:00 | R. T.

La cercosporiosi dell’olivo (Pseudocercospora cladosporioides) è diventata una delle principali minacce fitosanitarie per le aziende olivicole. In Uruguay, dove la ricerca è stata condotta, la superficie coltivata a olivo ha raggiunto le 5.800 ettari, e la malattia rappresenta un serio ostacolo alla produzione di olio di alta qualità.

I sintomi sono ben noti: macchie giallastre sulla pagina superiore delle foglie e chiazze grigiastre su quella inferiore. Se non gestita, la malattia provoca defogliazioni precoci, riduce la resa e compromette la qualità dell’olio. Per anni, la strategia di difesa è stata legata a un calendario fisso di trattamenti, spesso abbinati a quelli contro l’occhietto del pavone (Venturia oleaginea), senza una reale conoscenza della sensibilità del patogeno ai fungicidi in commercio.

Questo studio, pubblicato sul portale Preprints, colma questa lacuna fornendo per la prima volta un’analisi approfondita della sensibilità in vitro di 18 ceppi del fungo a 18 principi attivi diversi, offrendo così strumenti preziosi per l’olivicoltore moderno.

La base della lotta: i fungicidi di contatto

Lo studio ha classificato i fungicidi in due macro-gruppi: quelli di contatto, che agiscono sulla superficie della foglia, e quelli sistemici, che penetrano nei tessuti. Per i primi, i risultati sono chiari.

L’efficacia del Mancozeb

Tra i fungicidi di contatto, il mancozeb ha mostrato la migliore performance, con un valore medio di CE₅₀ (concentrazione efficace per inibire il 50% della crescita del fungo) di 30 mg/L. Si è rivelato significativamente più efficace di ziram (71 mg/L) e captan (185 mg/L).

  • Consiglio pratico: Il mancozeb si conferma uno strumento prezioso, soprattutto in prevenzione. La sua azione multisito lo rende un alleato strategico nei programmi di gestione della resistenza. Tuttavia, va utilizzato con attenzione, rispettando i tempi di carenza e le eventuali limitazioni normative.

Il ruolo del rame e il suo limite intrinseco

I quattro prodotti a base di rame (ossicloruro, solfato, ossido rameoso) hanno mostrato un'attività moderata. I valori di CE₅₀ sono compresi tra 123 e 150 mg/L, indicando una scarsa capacità inibitoria della crescita del micelio in laboratorio. Il loro effetto è più fungistatico che fungicida, e sono poco utili su infezioni già in atto.

  • Consiglio pratico: Il rame rimane un pilastro della difesa, specialmente nei periodi di maggiore rischio e dopo la fioritura, grazie al suo basso impatto sui residui nell’olio. Ma è fondamentale usarlo con parsimonia. L'accumulo nel terreno è un problema reale, e le normative (ad esempio in UE) ne limitano l’uso a 4 kg/ha/anno in sette anni. Limitare il rame ai momenti chiave, alternandolo ad altri prodotti, è la scelta più saggia.

Le “via di mezzo”: Dodine e Ziram

La dodine (un fungicida con attività translaminare, che penetra nei tessuti) ha mostrato un’efficacia simile allo ziram (CE₅₀ intorno a 50-71 mg/L). Questo la rende una possibile candidata non solo per la prevenzione, ma anche per il controllo di infezioni in fase iniziale, anche se i ricercatori raccomandano di validare questa ipotesi in campo.

Le armi più potenti: i fungicidi sistemici

I risultati più sorprendenti riguardano i fungicidi sistemici, dove l'efficacia raggiunge livelli eccellenti.

Il trio vincente: Carbendazim, Mefentrifluconazolo e Trifloxystrobin

I fungicidi che hanno mostrato la massima efficacia inibitoria sono stati:

  1. Trifloxystrobin (Strobilurina): CE₅₀ medio di 0,006 mg/L.

  2. Carbendazim (Benzimidazolo): CE₅₀ medio di 0,03 mg/L.

  3. Mefentrifluconazolo (Triazolo): CE₅₀ medio di 0,03 mg/L.

Questi valori sono di diversi ordini di grandezza inferiori a quelli dei fungicidi di contatto, indicando un’altissima attività intrinseca.

Il paradosso delle Strobilurine (Qol)

Le strobilurine (azoxystrobin, kresoxim-methyl, pyraclostrobin, trifloxystrobin) hanno dimostrato un'elevata efficacia, ma con un’importante avvertenza. Per l'azoxystrobin, i ricercatori hanno osservato un’elevata variabilità nei valori di CE₅₀ tra i vari ceppi, con un range che va da 0,15 a 15,8 mg/L.

  • Consiglio pratico: Questa variabilità è un campanello d'allarme. Indica che potrebbero esserci già delle sottopopolazioni del fungo con sensibilità ridotta. Le strobilurine vanno usate con estrema cautela. Evitare assolutamente i trattamenti ripetuti in successione e preferire sempre l’uso in miscela o in rotazione con fungicidi multisito. La loro efficacia è altissima, ma il rischio di resistenza è altrettanto elevato, come già documentato in altre specie di Pseudocercospora su banana e avocado.

Il valore dei Triazoli (DMI)

I quattro triazoli testati (difenoconazolo, propiconazolo, tebuconazolo e mefentrifluconazolo) hanno confermato un'eccellente attività. Il mefentrifluconazolo è risultato il migliore, ma tutti hanno mostrato CE₅₀ inferiori a 0,56 mg/L.

  • Consiglio pratico: I triazoli offrono un buon compromesso tra efficacia e gestione del rischio. È importante, però, considerare che anche per questa classe sono stati segnalati casi di resistenza crociata in altri patogeni. Alternarli con prodotti a diverso meccanismo d'azione è la scelta migliore per preservarne l'efficacia.

L’eccezione: la Pyrimethanil

Tra i sistemici, la pyrimethanil (anilino-pirimidina) è stata la meno efficace, con un CE₅₀ medio di 25,3 mg/L, un valore paragonabile a quello dei fungicidi di contatto. Questo principio attivo, in base ai dati, sembra meno indicato per la gestione specifica della cercosporiosi.

Verso una difesa sostenibile: le linee guida per l'olivicoltore

Lo studio sottolinea un punto cruciale: la efficacia biologica non basta. Per una gestione sostenibile, i dati vanno incrociati con i tempi di applicazione.

Le ricerche epidemiologiche condotte in precedenza dagli stessi autori (Lombardo et al., 2024) hanno identificato due periodi critici di infezione in Uruguay: uno tra tarda primavera e inizio estate, l'altro in autunno. Questo schema, simile a quello di molte aree mediterranee, permette di passare da una difesa a calendario a una difesa mirata.

Tre consigli strategici per il 2026:

  1. Scegliere in base al momento: Utilizzare prodotti di contatto (rame e mancozeb) nei periodi di prevenzione, all'inizio dei due picchi di infezione. Riservare i sistemici (strobilurine e triazoli) per i momenti di massimo rischio o per bloccare infezioni in atto.

  2. Alternare e mischiare: Mai usare lo stesso fungicida sistemico in successione. Alternare i principi attivi e, quando possibile, utilizzare miscele pronte (o in vasca) che combinino un sistema con un multisito per ridurre la pressione selettiva.

  3. Monitorare e informarsi: Come sottolineano gli autori, la mancanza di registrazione di molti di questi principi attivi in Uruguay (e talvolta anche in Italia per alcuni usi specifici) è un problema. L'olivicoltore deve informarsi sui prodotti regolarmente autorizzati, chiedere consiglio ai tecnici e utilizzare i dati di questi studi per valutare l’efficacia delle strategie in campo. Il monitoraggio della sensibilità locale è il primo passo per evitare sorprese.

In conclusione, questo studio fornisce una mappa dettagliata delle armi a disposizione contro la cercosporiosi. Un’arma, però, è tanto più efficace quanto più viene usata con intelligenza. Combinare le conoscenze epidemiologiche con la giusta scelta dei fungicidi è la strada per proteggere l’oliveto, la qualità dell’olio e la sostenibilità economica e ambientale dell'azienda.

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