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Olio d’oliva europeo, l’export regge ma perde valore: la Spagna avanza, l’Italia paga il crollo degli Stati Uniti

Olio d’oliva europeo, l’export regge ma perde valore: la Spagna avanza, l’Italia paga il crollo degli Stati Uniti

Nei primi nove mesi della campagna 2025/26 l’Unione europea ha esportato verso i Paesi terzi oltre 551 mila tonnellate di olio d’oliva, un volume praticamente stabile rispetto allo scorso anno e persino superiore alla media dell’ultimo quinquennio. Ma il fatturato è precipitato del 16%. L’Italia arretra dell’11% in volume e del 25% in valore

07 settembre 2026 | 13:00 | Alberto Grimelli

Il vero dato che emerge dall’analisi Eurostat dell’export europeo di olio d’oliva non è una crisi delle quantità, bensì una forte correzione del valore.

Tra ottobre 2025 e giugno 2026 l’Unione europea ha esportato verso i mercati extra-Ue circa 551.200 tonnellate di olio d’oliva. Il risultato è appena lo 0,6% inferiore alle 554.500 tonnellate dello stesso periodo della campagna precedente e, soprattutto, risulta dello 0,9% superiore alla media dei cinque anni precedenti, pari a circa 546.500 tonnellate.

In altre parole, sul piano quantitativo la domanda internazionale di olio europeo sta mostrando una notevole capacità di tenuta.

Il quadro cambia radicalmente osservando il valore. Le esportazioni dei nove mesi valgono circa 3,077 miliardi di euro, contro 3,669 miliardi dello scorso anno: una contrazione del 16,1%. Rispetto alla media quinquennale, invece, il valore rimane sostanzialmente stabile, con un marginale +0,4%.

La ragione è soprattutto nella discesa dei prezzi. Il valore medio dell’olio esportato dall’Ue passa infatti da circa 6,62 euro/kg della campagna precedente a 5,58 euro/kg, con una diminuzione superiore al 15%. Il livello attuale è però quasi perfettamente allineato alla media quinquennale, pari a circa 5,61 euro/kg.

Il confronto suggerisce quindi che non sia la campagna 2025/26 a essere eccezionalmente debole nei valori unitari, quanto piuttosto il 2024/25 a essere stato caratterizzato da quotazioni straordinariamente elevate.

Gli Stati Uniti restano il gigante, ma sono anche il principale punto debole

Gli Stati Uniti continuano a essere, con larghissimo margine, il principale mercato dell’olio d’oliva europeo. Nei primi nove mesi della campagna hanno assorbito circa 180 mila tonnellate, pari al 32,7% di tutto l’export extra-Ue.

È tuttavia proprio dagli Usa che arriva il segnale più preoccupante.

I volumi sono diminuiti del 13,3% rispetto allo scorso anno e risultano inferiori di circa il 10% alla media quinquennale. Ancora più marcato il calo in valore: appena meno di un miliardo di euro, con una flessione del 27,9% su base annua e dell’11,6% rispetto alla media degli ultimi cinque anni.

La dipendenza dal mercato americano rappresenta così contemporaneamente uno dei maggiori punti di forza e una delle principali vulnerabilità dell’export europeo.

Brasile, Cina e Messico spingono l’olio europeo

La debolezza nordamericana viene però compensata dall’espansione di diversi mercati.

Il Brasile sale a oltre 61.200 tonnellate, con un aumento del 24,8% rispetto alla scorsa campagna e dell’8,1% rispetto alla media quinquennale. Il mercato brasiliano rappresenta ormai oltre l’11% delle esportazioni extra-Ue.

Molto dinamica anche la Cina, che raggiunge circa 28.200 tonnellate, segnando un +28,7% sull’anno precedente e quasi lo stesso incremento rispetto alla media dei cinque anni.

Ancora più significativo il Messico, con 17.800 tonnellate e una crescita del 44,6% annuo e del 37,2% rispetto alla media.

Positivo anche il dato della Corea del Sud, arrivata a 23.300 tonnellate: +12,7% rispetto allo scorso anno e addirittura +45,1% sulla media quinquennale. In valore l’incremento rispetto ai cinque anni precedenti arriva al 70%.

Anche la Colombia, pur partendo da livelli inferiori, cresce del 56,5% in un anno.

Questi mercati rappresentano probabilmente la principale opportunità strategica per ridurre la dipendenza dell’olio europeo dagli Stati Uniti.

Regno Unito in crescita nei volumi, ma con prezzi più bassi

Anche il Regno Unito offre indicazioni interessanti. Le esportazioni europee raggiungono circa 52.200 tonnellate, il 12,3% in più rispetto alla campagna precedente e il 6,1% sopra la media quinquennale.

Il valore, tuttavia, scende dell’8,3% su base annua. È un altro esempio della caratteristica dominante della campagna: i consumatori tornano ad acquistare maggiori quantità grazie a prezzi più accessibili, mentre il valore monetario delle esportazioni diminuisce.

Tra i mercati più deboli figurano invece Canada, con volumi in calo del 31% sull’anno e del 19% sulla media quinquennale, e Australia, che perde il 16,1% rispetto alla precedente campagna. Il Giappone recupera leggermente rispetto al 2024/25, +4,2%, ma rimane quasi il 30% sotto la media dell’ultimo quinquennio.

Italia e Spagna valgono l’84% dell’export europeo

La struttura dell’export conferma il peso enorme dei due leader mediterranei.

Spagna e Italia insieme rappresentano circa l’84% dei volumi extra-Ue dell’Unione europea e quasi l’83% del valore. Ma l’andamento dei due Paesi nella campagna 2025/26 è molto diverso.

La Spagna guadagna terreno, mentre l’Italia arretra.

Italia, export in caduta dell’11%: pesa soprattutto la crisi americana

Tra ottobre e giugno l’Italia ha esportato verso i mercati extra-Ue circa 152.800 tonnellate di olio d’oliva, contro 172.600 tonnellate nello stesso periodo dello scorso anno.

La diminuzione è dell’11,4%.

Il dato è negativo anche rispetto alla prospettiva di medio periodo: i volumi sono del 6,1% inferiori alla media quinquennale, che supera le 162.800 tonnellate.

Ancora più pesante è la dinamica del fatturato. Il valore dell’export italiano scende da 1,326 miliardi a circa 994 milioni di euro, perdendo il 25% in un solo anno. Rispetto alla media quinquennale la diminuzione è più contenuta, pari al 4,5%.

Il valore medio unitario rimane comunque elevato: circa 6,51 euro/kg, contro i 5 euro/kg della Spagna. Il premio rispetto all’olio spagnolo è quindi superiore a 1,5 euro/kg.

Questo rappresenta uno dei principali punti di forza strutturali dell’Italia: una capacità mediamente superiore di generare valore per chilogrammo esportato.

Gli Stati Uniti sono il tallone d’Achille dell’Italia

Il problema italiano ha un nome molto preciso: Stati Uniti.

Gli Usa assorbono circa 65.200 tonnellate, ovvero ben il 42,7% dell’intero export italiano extra-Ue. La concentrazione è dunque assai maggiore rispetto alla media europea e alla Spagna.

Ma le vendite sono diminuite del 24,1% rispetto alla campagna precedente e del 18,9% rispetto alla media quinquennale.

In valore il crollo è ancora più evidente: circa 415 milioni di euro, il 36,9% in meno rispetto allo scorso anno.

La debolezza americana è da sola sufficiente a spiegare buona parte della contrazione dell’export italiano.

La forte esposizione agli Stati Uniti, tradizionalmente un vantaggio dell’industria e dei marchi italiani, si trasforma quindi in una fragilità quando la domanda americana rallenta o quando intervengono elementi di incertezza commerciale e valutaria.

Per l’Italia corrono Regno Unito e Cina

Non tutti i segnali sono però negativi.

Il Regno Unito cresce fino a 13.100 tonnellate: +26,3% sull’anno precedente e +20,9% sulla media dei cinque anni. Anche il valore aumenta del 7% su base annua e di quasi il 28% rispetto alla media.

Sorprendente soprattutto la crescita della Cina. Le esportazioni italiane raggiungono quasi 4.700 tonnellate, con un balzo dell’83,5% rispetto allo scorso anno e addirittura del 165% sulla media quinquennale.

Interessante anche la Corea del Sud: i volumi sono sostanzialmente stabili rispetto alla precedente campagna, ma risultano superiori del 56,6% alla media degli ultimi cinque anni. Il valore medio dell’olio italiano esportato verso questo mercato supera gli 8,1 euro/kg.

La Svizzera, altro mercato ad alto valore aggiunto, supera addirittura 8,5 euro/kg.

Crescono anche Russia e Brasile, mentre risultano particolarmente deboli Canada, -38,5% in un anno, e Giappone, che rimane oltre il 22% sotto la propria media quinquennale in volume.

Spagna sopra la media: 310 mila tonnellate e volumi ancora in crescita

Il quadro spagnolo è nettamente più favorevole.

Tra ottobre 2025 e giugno 2026 la Spagna ha esportato verso Paesi terzi circa 310.300 tonnellate di olio d’oliva. Il dato è superiore dell’1,5% rispetto allo scorso anno e dell’1,7% rispetto alla media quinquennale.

In pratica Madrid riesce non soltanto a mantenere i propri mercati, ma ad ampliare leggermente i volumi nonostante il rallentamento americano.

Diversa, anche qui, la dinamica del valore. Il fatturato scende a circa 1,552 miliardi di euro, il 14,6% in meno rispetto al 2024/25 e sostanzialmente in linea, -0,6%, con la media dei cinque anni precedenti.

Il prezzo medio dell’export spagnolo è di circa 5 euro/kg, contro 5,94 euro/kg dello scorso anno.

La Spagna sta dunque recuperando quantità attraverso una maggiore competitività di prezzo.

La Spagna soffre meno negli Stati Uniti

Gli Stati Uniti restano il primo cliente anche della Spagna, con quasi 103 mila tonnellate, pari al 33,2% delle esportazioni extra-Ue.

La flessione, però, è nettamente inferiore a quella italiana: -5,7% rispetto allo scorso anno e -4,1% sulla media quinquennale.

Questa differenza è cruciale.

Mentre per l’Italia la caduta americana si trasforma in una riduzione a doppia cifra dell’intero export, la Spagna riesce a compensare quasi interamente le minori vendite negli Usa attraverso altri mercati.

Cina, Messico e Corea del Sud sono il nuovo motore spagnolo

La diversificazione geografica costituisce attualmente uno dei maggiori punti di forza della Spagna.

La Cina supera 23.300 tonnellate, +21,9% sull’anno e +17,1% rispetto alla media quinquennale.

Il Messico raggiunge 16.300 tonnellate, con un impressionante +46,8% annuo e +37,8% rispetto alla media degli ultimi cinque anni.

Ancora più strutturale appare la crescita della Corea del Sud, salita a oltre 15.200 tonnellate: +19,4% rispetto allo scorso anno e +37,8% sulla media. Il valore delle esportazioni verso Seoul è addirittura del 66% superiore alla media quinquennale.

La Colombia cresce del 55,2%, mentre l’Ecuador segna +34,8% nell’ultimo anno e oltre +91% rispetto alla media quinquennale.

È proprio questa espansione sui mercati latinoamericani e asiatici a permettere alla Spagna di assorbire il rallentamento degli sbocchi più tradizionali.

Il Giappone resta invece una ferita aperta

Non mancano le criticità.

Il Giappone recupera il 12,3% rispetto alla debole campagna precedente, ma le 13.800 tonnellate esportate restano quasi il 33% sotto la media quinquennale.

In difficoltà anche Australia, -16,6% nell’ultimo anno, Canada, -19,2%, e soprattutto Brasile se considerato nel medio periodo: nonostante un +11,3% rispetto alla campagna precedente, le esportazioni spagnole sono ancora quasi il 30% sotto la media quinquennale.

Il vero punto di forza dell’Europa è la domanda, non più il prezzo

I numeri Eurostat descrivono un mercato mondiale che sembra avere assorbito lo shock dei prezzi elevatissimi delle ultime campagne.

Quando i prezzi sono scesi, i volumi hanno ricominciato a crescere in numerosi Paesi. Le esportazioni europee complessive sono infatti leggermente superiori alla media quinquennale nonostante la pesante contrazione degli Stati Uniti.

È un segnale importante: la domanda strutturale di olio d’oliva appare più solida di quanto potesse sembrare durante la crisi inflazionistica.

Brasile, Cina, Corea del Sud, Messico, Colombia ed Ecuador mostrano inoltre che la geografia mondiale del consumo sta lentamente cambiando.

Ma la dipendenza dagli Usa resta il rischio numero uno

Il principale punto debole rimane la concentrazione.

Un terzo dell’olio esportato dall’Ue fuori dai propri confini finisce negli Stati Uniti. Per l’Italia la quota supera addirittura il 42%.

Ogni difficoltà sul mercato statunitense ha quindi conseguenze immediate sull’intera filiera europea e, soprattutto, italiana.

La Spagna appare oggi meglio protetta proprio perché dispone di una maggiore capacità di redistribuire le vendite tra mercati differenti e di competere attraverso il prezzo.

L’Italia conserva invece un evidente vantaggio sul valore unitario: 6,51 euro/kg contro circa 5 euro/kg della Spagna. Ma questo posizionamento premium deve essere accompagnato da una maggiore diversificazione geografica, perché una struttura fortemente concentrata sugli Stati Uniti rende più vulnerabile anche un prodotto capace di ottenere prezzi medi più elevati.

La sfida: vendere più valore senza dipendere da un solo mercato

La fotografia dei primi nove mesi della campagna 2025/26 è quindi molto meno negativa di quanto indichi il crollo del fatturato.

L’Europa sta continuando a esportare olio d’oliva ai livelli medi dell’ultimo quinquennio. La diminuzione del valore è soprattutto conseguenza della normalizzazione dei prezzi dopo le quotazioni eccezionali della precedente campagna.

Ma la partita si sta spostando.

Gli Stati Uniti rallentano, mentre Asia e America Latina acquistano progressivamente maggiore importanza. La Spagna sembra già beneficiare di questa nuova geografia dell’export. L’Italia, invece, deve ancora ridurre la propria dipendenza dal mercato americano.

Il futuro dell’olio europeo potrebbe quindi giocarsi non tanto sulla capacità di esportare più tonnellate, quanto su quella di diversificare i mercati senza sacrificare il valore.

Per l’Italia è questa la vera sfida: mantenere il proprio premium price e, contemporaneamente, trasformare Cina, Corea del Sud, Regno Unito e altri mercati emergenti da opportunità promettenti a pilastri stabili dell’export.

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