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PAC e olivicoltura italiana, un aiuto che non aiuta tutti: ecco chi ci guadagna e chi ci perde

PAC e olivicoltura italiana, un aiuto che non aiuta tutti: ecco chi ci guadagna e chi ci perde

L’analisi condotta su dati FADN 2010-2022 rivela che il sostegno del secondo pilastro funziona solo per un terzo delle aziende. Quelle più fragili e marginali ottengono un vero vantaggio, mentre le imprese già competitive non traggono benefici significativi. Un campanello d’allarme

04 settembre 2026 | 16:00 | T N

La Politica Agricola Comune (PAC) si regge su un pilastro fondamentale: il secondo pilastro, dedicato allo sviluppo rurale, dovrebbe sostenere le aziende agricole nei loro sforzi per coniugare produzione e sostenibilità ambientale. Per l’olivicoltura italiana, settore di straordinaria rilevanza economica e culturale che copre circa il 56% delle aziende con colture permanenti e il 76% della relativa superficie, questi fondi rappresentano una risorsa vitale. Oltre il 62% delle aziende olivicole riceve almeno una forma di sostegno dal secondo pilastro, una percentuale che supera quella di altri comparti come la viticoltura o i seminativi.

Ma quanto sono efficaci questi aiuti? Una recente ricerca pubblicata su “Applied Economic Perspectives and Policy” e condotta su dati FADN dal 2010 al 2022 getta luce su una realtà complessa e inaspettata. La partecipazione ai programmi di sviluppo rurale (RDP) è associata, in media, a un incremento del reddito netto di circa 280 euro per ettaro. Questo dato medio, tuttavia, nasconde una frattura profonda. L’analisi, condotta con un innovativo modello statistico (FMM-IPWRA) che corregge i bias di selezione e cattura l’eterogeneità latente, rivela l’esistenza di due mondi distinti all’interno dell’olivicoltura italiana, con benefici distribuiti in modo estremamente diseguale.

La forbice tra i due cluster

Il mondo dell’olivicoltura italiana si divide in due cluster ben distinti, che rispondono in modo radicalmente diverso agli stimoli della PAC.

Il Cluster 2, che racchiude circa il 69% delle aziende osservate, è quello che trae un reale vantaggio dal sostegno pubblico. Si tratta prevalentemente di aziende a conduzione familiare, situate in aree svantaggiate o marginali, che generano un reddito medio di circa 1.066 euro per ettaro. Per queste imprese, la partecipazione ai programmi di sviluppo rurale si traduce in un incremento del reddito di circa 265 euro per ettaro, una cifra che rappresenta quasi il 30% del loro reddito di base. Questo guadagno è associato in modo significativo all’adesione a misure specifiche come gli impegni agro-climatico-ambientali (S3), che aumentano del 76% la probabilità di appartenere a questo cluster, e in misura minore ai sostegni per l’agricoltura biologica (S1) e le indennità compensative (S2).

All’estremo opposto si colloca il Cluster 1, che comprende circa un terzo delle aziende. Si tratta di imprese più redditizie, con un reddito medio che supera i 3.200 euro per ettaro, caratterizzate da una maggiore intensità di lavoro salariato e una vocazione commerciale più spiccata. Per queste aziende, l’effetto dei sussidi è economicamente irrilevante e statisticamente non significativo, con un incremento stimato di soli 67 euro per ettaro. La loro appartenenza al cluster è invece correlata negativamente all’adozione di misure meno diffuse come i servizi di consulenza o la gestione del rischio (S4). In pratica, i fondi europei finiscono per “non muovere l’ago della bilancia” per le imprese già competitive, generando quello che gli economisti definiscono un effetto “windfall”, ovvero un trasferimento di risorse che non si traduce in un miglioramento della performance.

Il rischio dell’abbandono e la sfida della selettività

Questa fotografia a due velocità assume contorni preoccupanti se letta in parallelo con un altro filone di ricerca che ha analizzato il rischio di abbandono delle terre in Italia. Secondo uno studio pubblicato su “Journal of Rural Studies”, oltre un terzo delle aziende agricole italiane, che rappresentano più di 2 milioni di ettari, fatica a generare un reddito da lavoro sufficiente a garantirne la sopravvivenza. In questo scenario, l’olivicoltura è il comparto più esposto: più della metà delle aziende, in particolare quelle di medie dimensioni nel Sud e nelle Isole, sono considerate a forte rischio di abbandono.

Emerge una contraddizione di fondo. I sussidi del secondo pilastro si rivelano efficaci proprio per quelle aziende fragili che, senza questo sostegno, potrebbero essere destinate all’abbandono. Rappresentano quindi uno strumento cruciale per il presidio del territorio e la conservazione del paesaggio. Tuttavia, una quota consistente di risorse viene assorbita da aziende che non mostrano un reale bisogno di sostegno per la loro attività, riducendo di fatto l’efficienza complessiva della spesa pubblica e rischiando di vanificare gli sforzi di una PAC che si vuole sempre più orientata a erogare “denaro pubblico per beni pubblici”. Il rischio è che i fondi vengano distribuiti in modo orizzontale, senza considerare adeguatamente le specificità dei territori e delle aziende, e che le riforme future non riescano a invertire la tendenza al declino demografico e produttivo delle aree più marginali.

Conclusioni

Lo studio della Federico II solleva un interrogativo fondamentale per il futuro della PAC e per il rilancio dell’olivicoltura italiana: come garantire che le risorse pubbliche siano indirizzate in modo efficace per sostenere chi ha realmente bisogno di un supporto per rimanere sul mercato e presidiare il territorio?

I dati suggeriscono che la strada da percorrere non è quella di una riduzione a pioggia dei sussidi, ma di una loro radicale riprogettazione. È necessario affinare gli strumenti di targeting per premiare le aziende che generano reali benefici ambientali e sociali, a partire da quelle situate in aree svantaggiate. In questo senso, la ricerca indica che misure come gli impegni agro-climatico-ambientali funzionano meglio quando sono abbinate a un contesto produttivo che ne moltiplica l’efficacia. Allo stesso tempo, per le aziende più competitive, l’introduzione di elementi di gradualità e la transizione verso pagamenti basati sui risultati (e non solo sulle azioni) potrebbero limitare i fenomeni di overcompensazione e migliorare il rapporto costo-efficacia della spesa pubblica.

La sfida per il futuro è trasformare il sostegno pubblico da un salvagente per molti a un motore di sviluppo per tutti, consapevoli che, se non verranno prese decisioni difficili in termini di selettività e condizionalità, il rischio di un’abbandono incontrollato e di una desertificazione rurale di vaste aree del Paese diventerà una realtà sempre più concreta.

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