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Un alleato dal suolo: il batterio OEE1 accende le difese dell’olivo contro la verticilliosi

Un alleato dal suolo: il batterio OEE1 accende le difese dell’olivo contro la verticilliosi

Il ceppo OEE1 di Bacillus velezensis, applicato in via preventiva e curativa, è in grado di "armare" la pianta a livello genetico, attivando geni chiave della difesa in appena 3 giorni dall'infezione da Verticillium dahliae. Ecco come funziona questa nuova frontiera del biocontrollo

06 settembre 2026 | 11:00 | R. T.

La Verticilliosi dell'olivo (VWO), causata dal fungo tellurico Verticillium dahliae, rappresenta ormai un'emergenza fitosanitaria in tutti i bacini olivicoli del Mediterraneo. Il patogeno, in grado di persistere nel terreno per oltre un decennio attraverso le sue microsleròzi, penetra dalle radici e colonizza i vasi xilematici, ostacolando il trasporto della linfa. Il risultato è il tipico "appassimento" o "brusciamento" che, nei casi più gravi, porta al disseccamento completo della chioma e alla morte della pianta in poche settimane.

Le perdite economiche sono ingenti: in Sicilia e Puglia, aree storicamente più colpite, la malattia ha costretto all'estirpo di interi impianti, con danni che per i nuovi oliveti supercoltivati possono toccare il 50-60% delle piante.

Le armi attuali: poche e spesso inefficaci

La comunità scientifica e i tecnici agrari sanno bene che la lotta alla verticilliosi è resa complessa dalla robustezza del patogeno e dalla mancanza di fungicidi veramente efficaci in post-infezione. Le strategie oggi disponibili si basano su tre pilastri, tutti con importanti limiti:

  1. Agronomici (preventivi): consorziano nella rotazione colturale (escludendo ospiti come pomodoro o peperone) e nella solarizzazione del terreno. Sono pratiche costose e, nel caso della solarizzazione, di difficile attuazione su larga scala.

  2. Genetici (scelta varietale): l'utilizzo di varietà tolleranti (come la cv Chemlali utilizzata nello studio, o la Frantoio) rappresenta la via maestra, ma non esistono ancora cultivar immune. Inoltre, l'olivicoltura moderna richiede varietà ad alta produttività che spesso sono, purtroppo, suscettibili.

  3. Chimici (fumiganti): il bromuro di metile, un tempo utilizzato, è stato bandito. I restanti fumiganti (come il cloropicrino) hanno un impatto ambientale elevato e un costo proibitivo, risultando poco pratici per gli oliveti estensivi.

Di fronte a questo scenario, la difesa indotta e l'impiego di microorganismi del suolo (biocontrollo) si stanno affermando come la vera svolta del decennio.

Il "cocktail" genetico di OEE1

Un team di ricercatori ha testato, in condizioni controllate di serra, l'effetto del ceppo OEE1 di Bacillus velezensis su piante di olivo cv Chemlali artificialmente infettate con V. dahliae. Il risultato, pubblicato sulla stampa scientifica, getta una luce nuova sui meccanismi molecolari di questa interazione.

Attraverso l'analisi del RNA totale e la successiva sintesi del cDNA, gli studiosi hanno monitorato l'espressione genica tramite PCR quantitativa (qPCR), mettendo il dito su tre geni sentinella:

  • Le Chitinasi: il "coltello" della pianta. Questi enzimi degradano la chitina, il componente fondamentale della parete cellulare fungina. La loro sovra-espressione indica che la pianta sta letteralmente "digerendo" le ife del patogeno.

  • La Fosfolipasi D (PLD): il "semaforo" di allarme. Coinvolta nelle vie di trasduzione del segnale, è responsabile dell'attivazione della risposta immunitaria precoce, come la produzione di specie reattive dell'ossigeno (il cosiddetto "burst ossidativo") che "brucia" le cellule infette.

  • I fattori di trascrizione WRKY: i "direttori d'orchestra" del sistema immunitario. Sono proteine regolatrici che accendono o spengono centinaia di altri geni coinvolti nella resistenza sistemica.

Effetto "pronta risposta" a 3 giorni

Il dato più rilevante emerso dalle analisi è il picco di espressione riscontrato a soli 3 giorni dall'inoculo (dpi) . Questo significa che il batterio OEE1 non si limita a fare da barriera fisica, ma "allena" la pianta a riconoscere e reagire al fungo in tempi rapidissimi, anticipando la colonizzazione vascolare.

Le analisi hanno confermato che sia il trattamento preventivo (applicato prima del patogeno) che quello curativo (applicato dopo) modulano positivamente questi geni, sebbene l'applicazione preventiva abbia mostrato i migliori indici di efficacia. Questo dato è fondamentale in ottica pratica: suggerisce che distribuire il B. velezensis OEE1 in fase di pre-impianto o nelle prime fasi di risveglio vegetativo potrebbe creare uno "scudo immunitario" duraturo.

La conferma visiva sui sintomi

Per evitare che i dati molecolari restassero fine a sé stessi, i ricercatori hanno incrociato i risultati con l'osservazione fenotipica. Le piante trattate con OEE1, pur mostrando lievi segni di infezione (a conferma che il biocontrollo non elimina completamente il patogeno, ma ne riduce la virulenza), presentavano sintomi di appassimento drasticamente inferiori rispetto ai controlli non trattati.

Verso un futuro più verde per l'olivicoltura

La ricerca conferma che Bacillus velezensis non è solo un semplice antagonista del fungo, ma un vero e proprio induttore di resistenza sistemica (ISR) . La sua capacità di agire a 360 gradi (attacco diretto tramite chitinasi e attivazione del sistema immunitario tramite WRKY e PLD) lo rende uno strumento prezioso per i disciplinari di lotta integrata e biologica.

La prossima sfida per i tecnici e i vivaisti sarà quella di trasformare questi promettenti dati di serra in protocolli di campo standardizzati: formulazioni stabili, epoche di somministrazione ottimali (autunno o primavera?) e compatibilità con le normali operazioni colturali. Se i risultati saranno confermati in campo aperto, OEE1 potrebbe diventare un nuovo, potente alleato per proteggere il patrimonio olivicolo italiano, riducendo la dipendenza dalla chimica e aumentando la resilienza dei nostri olivi.

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