L'arca olearia
Il prezzo dell'intensificazione: l'erosione negli oliveti super-intensivi minaccia il suolo del Mediterraneo
In uno studio pionieristico condotto in Sicilia, un oliveto super-intensivo ha mostrato un tasso di erosione del suolo paragonabile a quello dei vigneti e di gran lunga superiore a quello degli impianti tradizionali. Un allarme per la sostenibilità dell'olivicoltura intensiva sui pendii aridi
29 agosto 2026 | 11:00 | R. T.
L'olivo è da millenni uno dei pilastri dell'agricoltura mediterranea, capace di disegnare paesaggi e sostenere economie. Ma come spesso accade, l'agricoltura segue le leggi del mercato, e l'olivicoltura non fa eccezione. Per aumentare la redditività, ridurre i costi e anticipare le produzioni, negli ultimi anni si è assistito a una vera e propria corsa all'intensificazione. Il risultato più estremo di questa tendenza sono gli oliveti "super-intensivi" o SHD, acronimo di Super-High-Density. Si tratta di impianti a densità altissima, che superano i 1.500 alberi per ettaro, disposti a siepe per essere raccolti meccanicamente con macchine scavallatrici. Questi sistemi, che in un decennio sono passati da 100mila a oltre 500mila ettari a livello globale, promettono rese elevate e precoci, ma il loro impatto ambientale, soprattutto in termini di erosione del suolo, è stato finora poco studiato. Proprio su questo vuoto di conoscenza si è concentrato un team di ricercatori dell'Università di Palermo, guidato da Luciano Gristina, Ettore Barone e Riccardo Scalenghe, che ha pubblicato i suoi risultati sulla rivista PLOS ONE.
Un esperimento sul campo in Sicilia: una bomba a orologeria sul pendio
Per quantificare il fenomeno, i ricercatori hanno scelto un oliveto SHD di sei anni nella Sicilia sud-occidentale, un'area dal clima mediterraneo semi-arido. L'impianto, con circa 2.024 piante per ettaro (cv Lecciana), si sviluppa su un pendio con una pendenza del 15,6%, un dato non trascurabile. La gestione dell'oliveto è quella tipica di questi sistemi: filari orientati lungo la massima pendenza per permettere la raccolta meccanica, sarchiatura superficiale del terreno (4-5 volte l'anno) per controllare le erbe infestanti e limitare l'evaporazione, e una chioma che, nonostante l'alta densità, copre solo il 38% del suolo, lasciando ben il 62% di terreno nudo e vulnerabile. Per misurare l'entità dell'erosione, i ricercatori hanno utilizzato due metodi indipendenti e all'avanguardia: le misurazioni di paline di erosione e l'analisi degli isotopi stabili del carbonio (δ13C) nel suolo, che permettono di tracciare gli spostamenti del terreno. I risultati sono stati inequivocabili.
Il verdetto dei dati: un'erosione da vigneto
Il tasso medio di erosione del suolo rilevato nell'oliveto SHD è stato di 29,4 tonnellate per ettaro all'anno. Una cifra che, per i ricercatori, è "paragonabile a quella dei vigneti e marcatamente superiore a quella riportata per gli oliveti tradizionali". A conferma di ciò, il fattore di copertura e gestione (C-factor) della RUSLE, un indice che valuta l'efficacia della copertura vegetale nel proteggere il suolo dall'erosione (dove 0 indica protezione totale e 1 assenza di protezione), è risultato compreso tra 0,38 e 0,39. Questo valore è molto più alto di quello degli oliveti tradizionali (mediamente 0,15) e si allinea perfettamente a quello dei vigneti. Le cause di questa elevata vulnerabilità sono da ricercarsi proprio nella progettazione e nella gestione dell'impianto. L'orientamento dei filari lungo il pendio e la frequente lavorazione creano solchi preferenziali per l'acqua piovana, trasformando ogni evento meteorico in un potente agente erosivo. La limitata copertura del suolo da parte della chioma, infine, lascia il suolo esposto all'impatto diretto delle gocce di pioggia.
Un futuro da ripensare: le pratiche conservative per salvare il suolo
I risultati dello studio, seppur riferiti a un singolo caso, lanciano un segnale d'allarme importante, anche perché la superficie occupata da questi oliveti è in rapida espansione. "Questi risultati sito-specifici suggeriscono che gli oliveti SHD stabiliti su pendii semi-aridi possono aumentare sostanzialmente il rischio di erosione del suolo," scrivono gli autori. La soluzione, come sottolineano gli stessi ricercatori, non è certo l'abbandono dell'innovazione, ma l'adozione di buone pratiche agricole in grado di conciliare produttività e sostenibilità. Tra queste, l'impiego di colture di copertura permanenti, la pacciamatura con i residui di potatura e la gestione delle operazioni colturali seguendo le curve di livello, misure che hanno già dimostrato la loro efficacia in altri contesti mediterranei, sia negli oliveti che nei vigneti. Lo studio, che rappresenta un primo, importante passo nella valutazione dell'impatto ambientale dell'olivicoltura intensiva in Italia, sottolinea la necessità di estendere le indagini ad altri contesti pedoclimatici e di valutare l'efficacia a lungo termine di queste pratiche conservative. La sfida è chiara: come produrre olio di qualità senza consumare il suolo che lo genera.
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